“L’amicizia letteraria più forte? Quella tra Tolkien e Lewis. Quella più improbabile? Tra il cattolico Mauriac e il libertino Gide”: dialogo con Paolo Gulisano

Posted on Luglio 30, 2019, 6:28 am
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Per me l’icona dell’amicizia è lì, “in una conca tra le dune di sabbia, al riparo dal vento freddo e violento”, alla periferia di Liverpool, davanti al mare d’Irlanda, il 19 novembre 1856. Herman Melville fa visita all’amico di sempre, Nathaniel Hawthorne, che lo porta a fare qualche chiacchiera. I due stanno lì, eternati dal vento, per ore. Melville è reso inquieto dall’insuccesso di Moby Dick, che ha dedicato all’amico, “in segno della mia ammirazione per il suo genio”; l’altro, console americano in UK, è riconosciuto come il grande romanziere della Lettera scarlatta. Dopo la morte di Hawthorne, nel 1864, Melville si sentirà più solo. Ma quel giorno, Melville, davanti all’oceano, “proprio quello d’un tempo… si mette, come sempre, a discorrere della Provvidenza e dell’avvenire e di tutto ciò che trascende l’umana comprensione”. Molti anni dopo, nel 1883, il figlio di Hawthorne, Julian, andrà alla ricerca di Melville per scoprire i “segreti inconfessati” del padre. Quella tra Melville e Hawthorne è la prima delle “Storie di amicizia tra scrittori” censite da Paolo Gulisano in un libro curioso e sfizioso, Là dove non c’è tenebra (Edizioni Ares, 2019), che sfida il più vieto dei tabù: l’impossibilità che tra artisti possano nascere legami diversi dalla pallida stima che spesso si torce in invidia. Le storie raccolte sono tante e raccontano diversi lati del rapporto amicale: dalla cena del 1889 in cui un editore sfida Arthur Conan Doyle e Oscar Wilde, “all’origine di due capolavori, Il Segno dei quattro e Il ritratto di Dorian Gray”, al legame improbabile tra François Mauriac e André Gide (“Ci può essere amicizia tra il diavolo e l’acquasanta?”), alla “storia di una amicizia mancata”, quella tra George Orwell e Graham Greene. C’è l’amicizia tra le primedonne della poesia inglese (Shelley & Byron), quella tra uomini tormentati dalla fede (Manzoni e Rosmini), il rapporto strampalato di Joyce e Svevo (“Nelle lettere a Svevo, Joyce usava una sorta di gergo composto da italiano, inglese, nonché dialetto triestino”), quello pugnace tra Hemigway e Fitzgerald, quello fatale tra Sylvia Plath e Anne Sexton, quello tra Harper Lee e Truman Capote, “amici di infanzia” che il successo non allontana, al contrario. Spesso queste storie di amicizia riguardano scrittori dal temperamento esistenziale e dallo stile narrativo molto diverso. Spesso l’amicizia corrobora un talento, mette in fuga le insicurezze. Sembra essere più facile volersi bene fronteggiando una vertiginosa diversità. (d.b.)

Pare impossibile che un esercizio così solitario come la scrittura renda possibile una amicizia tra scrittori. Lei ribalta il cliché (e forse, un poco, anche il canone). Come è nata l’idea del libro e qual è il confine tra amicizia e ‘stima’, rispetto, simpatia?

Personalmente ritengo che l’amicizia sia uno dei sentimenti umani più forti ed importanti. Nei miei libri ne ho sempre parlato, e diversi lettori se ne sono accorti. Tra di essi Alessandro Rivali, lui stesso poeta e scrittore, nonché eccezionale editor. È lui che un giorno – davanti a un caffè –  mi ha chiesto cosa ne pensassi di un libro sull’amicizia tra scrittori. Non ho avuto alcuna esitazione e gli ho immediatamente risposto che andava fatto, e che l’avrei fatto. Avevo in mente grandi amicizie come quella tra Tolkien e Lewis o Chesterton e Belloc, poi iniziai le ricerche e infine è emerso che queste relazioni sono molte di più di quanto ci si potesse immaginare. Quelle di cui ho parlato nel libro sono amicizie autentiche, che davvero hanno varcato la soglia della semplice stima o di un cordiale rapporto tra colleghi. Questa soglia viene superata quando l’altro, l’amico o l’amica, ti sta veramente a cuore, è qualcuno di cui in qualche modo ti fai carico, anche rispetto ai suoi sentimenti, alla sua storia, ai suoi problemi. Questo tipo di amicizia nasce dallo stupore di avere trovato qualcuno con cui non solo c’è affinità, ma anche qualcuno che davvero ti ascolta, e che tu ami ascoltare.

A parte la sola amicizia che sfocia in sodalizio (Fruttero & Lucentini, va da sé), in che modo l’affinità con uno scrittore agisce nella scrittura della singola personalità? Mi faccia un esempio di una amicizia che sancisce una singolare, reciproca, influenza.

Rileggendo queste amicizie tra scrittori, mi sono reso conto di quanto effettivamente un’opera artistica sia qualcosa di estremamente intimo. Eppure tra amici letterati ci si può influenzare in modo significativo rispetto ai temi, più che allo stile. È accaduto tra Melville e Hawthorne, i padri del romanzo americano dell’Ottocento, entrambi decisi a scendere negli abissi dell’animo umano, o tra William Butler Yeats e Lady Gregory, appassionati dell’antica narrativa celtica d’Irlanda che seppero far rivivere nelle loro opere, oppure Manzoni e Rosmini, cercatori di verità alla luce della Fede. Tra questi, dovendo scegliere l’esempio più significativo, direi proprio Yeats e Lady Gregory, che insieme furono anche iniziatori di un genere narrativo.

Qual è (e perché, sommariamente), tra quelle che ha reperito, l’amicizia più improbabile?

Senza dubbio quella tra Mauriac e Gide: un cattolico rigoroso e un libertino trasgressivo. Due uomini profondamente diversi per storie personali, per idee professate, per espressioni artistiche. Eppure furono sinceramente amici. Segno che questo sentimento ha delle dinamiche spesso imprevedibili. E certamente anche misteriose.

…e l’amicizia più duratura?

Quella tra gli inglesi Chesterton e Belloc. Si conobbero che erano due giornalisti alle prime armi, e l’amicizia li accompagnò per tutta la vita, fino a quando la morte portò via per primo Chesterton. Una amicizia inossidabile nel tempo e nelle circostanze.  Un’amicizia che non venne meno anche nel maturare di altri affetti, quando entrambi presero moglie. Anzi: il sentimento si estese anche alle famiglie di entrambi.

…e l’amicizia più difficile da interpretare?

Leopardi e Ranieri. Due scrittori posti su livelli molto diversi: uno un vero genio, l’altro un modesto compilatore. Due stili di vita e due sensibilità ancora più diverse. Eppure è indubbio che furono legati da un sentimento di sincera amicizia, soprattutto da parte del poeta di Recanati, che aveva trovato in Ranieri una risposta al dramma della sua solitudine. Un sentimento tuttavia molto mal ricambiato, tant’è che nelle mie pagine non esito a descrivere Ranieri come un opportunista che sfruttò a proprio vantaggio l’amicizia con Leopardi.

…e l’amicizia più fugace?

Verne e Dumas, senza dubbio. Due giovani promesse della cultura francese che si erano conosciuti nei teatri di Parigi. Ma in questo caso le differenze di temperamento furono determinanti ad allontanarli. E non solo: Dumas era uno scrittore realista, interessato da ciò che accadeva nei salotti, mentre Verne era il grande sognatore visionario che ci regalò opere fantastiche come Viaggio al centro della Terra e 20.000 Leghe sotto i mari. Troppo lontani…

…e l’amicizia più turbolenta?

Quella tra Hemingway e Fitzgerald. Due scrittori affamati della vita, di sensazioni e sentimenti forti. Spesso si accendevano nelle discussioni – complice anche gli alcoolici di cui erano grandi consumatori – e litigavano e si insultavano. Un’amicizia non facile tra personalità prorompenti. Ma anche in questo caso il legame resistette a questi conflitti.

Mi pare siano difficili le amicizie tra scrittore e scrittrice o poeta e poetessa, almeno stando al suo repertorio: è così?

L’amicizia tra un uomo e una donna è un sentimento molto particolare. Qualcuno addirittura sostiene che sia impossibile, vista la possibilità – sempre presente o quasi – che possa evolvere in innamoramento. Si può dire che le cose si complicano ulteriormente quando questi lui e lei sono artisti, scrittori in particolare. Forse perché c’è sempre un certo narcisismo in un’artista che non facilita l’amicizia. Eppure posso dire di avere trovato delle storie di amicizia di questo tipo assolutamente autentiche e gratuite, come quella tra la Harper Lee e Truman Capote. Amicizie rare, ma non impossibili, dunque.

Qual è l’amicizia che le è piaciuto di più raccontare e quella che a suo avviso, col senno di poi, avrebbe potuto raccontare?

Direi che non ci sono dubbi: quella tra Tolkien e Lewis, che è a mio avviso una sorta di icona dell’amicizia autentica, quella che ti fa superare diversità e magari anche pregiudizi (Lewis ammise che inizialmente ne aveva nei confronti di Tolkien, per motivi professionali e religiosi). Un sentimento che essi trasposero anche nei loro capolavori, nel Signore degli Anelli e nelle Cronache di Narnia, e che dà a queste loro opere un tocco commovente.  In loro si fa chiaro ed evidente quello che vuole dire il Vangelo quando dice che Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici.

Qual è l’amicizia che manca? Mah, forse ho un po’ trascurato l’area geografica germanica, a vantaggio di quella anglosassone. In una eventuale nuova edizione si potrebbe aggiungere qualche coppia di amici di quel mondo, come ad esempio Kafka e Brod. E magari qualche altra bella storia di amicizia magari sconosciuta che venisse allo scoperto.

*In copertina: Truman Capote. L’aiuto dell’amica Harper Lee fu fondamentale per la scrittura del suo capolavoro, “A sangue freddo”, pubblico nel 1966