Grazie a Paolo Giordano sappiamo che “l’epidemia di coronavirus si candida a essere l’emergenza sanitaria più importante della nostra epoca”. Complimenti. Ora posso tornare a Barbara D’Urso

Posted on Aprile 03, 2020, 9:49 am
8 mins

In principio fu l’aratro. Veniva utilizzato dai pastori della Mesopotamia per coltivare la terra. Ma ogni rivoluzione è preludio: nel 2000 nasce la prima edizione del Grande Fratello, e soltanto otto anni dopo ecco l’esordio narrativo di Paolo Giordano, quello che con La solitudine dei numeri primi riuscì a strappare Premio Strega e Campiello Opera Prima alla tomba della letteratura. La solitudine dei numeri primi, un romanzo perfetto e insopportabile, virtuosamente orchestrato con pruriginoso e patetico mediocre patema. Un romanzo che potrei addirittura ammirare a livello inconscio – e forse mi infastidisce proprio questo, non l’ipocrisia che leggo nelle sue pagine.

*

Parliamo di un esordio talmente funzionale da forgiare una carriera, questo è indiscutibile. De La solitudine dei numeri primi non sopporto ciò che rappresenta – la narrativa italiana che cucina il dolore secondo la stessa ricetta dei Pomeriggi 5 con Barbara D’Urso –, ma riconosco l’abilità di chi l’ha ingegnato. La riconosciamo tutti. Quindi come spesso accade nel mondo dell’intrattenimento post rivoluzione digitale, la specializzazione novecentesca di un individuo gli consente di sbrodolare opinioni su argomenti che non gli competono. Ma l’interpretazione della contemporaneità da parte di uno scrittore è lecita, anzi, un dovere che sulla carta rende contestabile ogni scetticismo. Nasce da questo presupposto l’instant-book Nel contagio, un saggio di 60 pagine stampato da Einaudi in cui Paolo Giordano ci racconta le sue impressioni sull’ultimo album di Billie Eilish. Scusate. Volevo dire, sulla diffusione della malattia chiamata Covid-19.

*

Torniamo Nel contagio. È strutturato a mo’ di pagina di diario contrassegnata da titoletti, e saltella tra sconcertanti ovvietà come “L’epidemia di coronavirus si candida a essere l’emergenza sanitaria più importante della nostra epoca”, e vere e proprie stupidaggini: “Le zone di diffusione sono individuate da cerchi rossi che si stagliano sullo sfondo grigio: colori di allarme, che avrebbero potuto essere scelti con più accortezza. Ma si sa, i virus sono rossi, le emergenze sono rosse” (forse Paolo Giordano avrebbe preferito il verde Caraibi?).

*

Il risultato è un pasticcio dettato dalla fretta per poter essere etichettato come “il primo libro sul coronavirus” dai quotidiani, affare che porta con sé tutte le brutture retorico-linguistiche nate dal voler riempire ad ogni costo la pagina: Facciamo che siamo sette miliardi e mezzo di biglie. Siamo suscettibili e ferme, quando all’improvviso una biglia infetta ci arriva addosso a tutta velocitàQuella biglia infetta è il paziente zero e fa in tempo a colpire altre due biglie prima di fermarsi. Quelle schizzano via e ne colpiscono altre due a testa. Poi ancora. E ancora. E ancora. Il contagio inizia così, come una reazione a catena”. Non parliamo della forma: sembra scritto da un tredicenne poco preparato nel giorno della verifica di scienze. Ma era davvero necessario antropomorfizzare sette miliardi e mezzo di biglie, per ricordarci che le malattie si diffondono?

*

Così prosegue la passeggiata – come direbbe Michel de Montaigne – insieme a Paolo Giordano, e lungo l’argine – mi piace pensare che ci troviamo sulla riva di un fiume – il suo pensiero sfocia in ondate di drammatizzazioni del nulla sotto forma di storie nella storia: “Volevo arrivare in montagna a tutti i costi. La vacanza era una ricompensa dopo la sessione di esami. I miei amici ci tenevano quanto me, senza contare che era tutto già pagato, l’albergo a Les Deux Alpes e perfino, per un eccesso d’intraprendenza, lo skipass settimanale. […] Ci siamo trovati sotto una tormenta di neve. […] Dopo una decina di chilometri eravamo accodati alle altre macchine ferme. Abbiamo montato le catene, con tutta la fatica che montare le catene comporta, soprattutto se è la prima volta. Quando eravamo pronti a ripartire, la neve sulla strada arrivava alle caviglie. Ho telefonato a mio padre. Con grande pacatezza mi ha detto che in certe situazioni il solo coraggio possibile è quello di rinunciare”. Capite perché sostengo che questa narrativa serva la sofferenza nel piatto allo stesso modo di Barbara D’Urso? Ecco un’altra sequela di belati piagnoni direttamente dalla fiera dell’ovvio: “Come le api e il vento portano in giro il polline, noi portiamo in giro le nostre inquietudini e i nostri patogeni” / “Guardiamo gli esperti litigare come i bambini guardano farlo i genitori, dal basso in su. Poi ci mettiamo a litigare fra noi” / “Supponiamo di avere in programma la festa di compleanno di un amico, proprio stasera, anche se di lunedì è strano. Solo che il ministero della Salute, anzi di più, l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di evitare le concentrazioni di persone e di mantenersi a distanza di sicurezza da colpi di tosse e starnuti. Alla festa, lo sappiamo, non ci sarà modo di rispettare il metro minimo di distacco. E poi hai idea della tristezza?”.

*

L’editoria italiana è immersa in una crisi senza precedenti. Pensate ai titoli ritardati – o addirittura cancellati. Nel tentativo di limitare i danni Einaudi ha legittimamente cercato un prestanome importante per vendere in pole position “il primo libro sul coronavirus”. Ecco tutto, ecco perché non voglio solamente screditare lo sforzo (il poco sforzo, voglio credere), di quello che è un autore intelligente: ogni tanto, isolate come fari d’auto in una di queste notti, emergono dalle pagine riflessioni degne di essere riportate su Facebook. Ma non all’altezza di un saggio marchiato Einaudi. Mi chiedo, era necessario dover leggere già ora cotante castronerie sull’argomento? (Pensate a quanta fastidiosissima narrativa “dal balcone” dovremo sorbirci dal termine dell’estate in poi). E se la risposta alla domanda è “sì”, avrei preferito sorbirmi un pamphlet di Massimiliano Parente. Autore che in situazioni normali evito quanto una denuncia. Ma che sarebbe di certo risultato più incisivo nella doppia veste di scienziato-umanista. Del resto, scrive Paolo Giordano, “Nel contagio la scienza ci ha deluso. Volevamo certezze e abbiamo trovato delle opinioni”: purtroppo, aggiungo io, abbiamo trovato anche le sue.

Nicolò Locatelli