Addio a Paolo Fabbri, un amico imprendibile. Insieme a Umberto Eco fondò la semiotica italiana. La politica? “Il Caos del Triperuno”. Un ricordo e qualche intervista

Posted on Giugno 02, 2020, 2:58 pm
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Era imprendibile. Educato fino a una raffinata loquacità, sorridente, disteso, sembrava un uomo a cui – al netto dell’intelligenza, stupefacente – era andato tutto giusto. La casa sulle colline di Rimini, quasi una apparizione nel bosco, non era distante dall’impero del divertimento del fratello, Gianni, il “Paradiso”, emblema della mitologia delle notti riminesi, locale tra i più noti in Italia, prima del collasso. Lì, da Gianni, erano i fantastici Ottanta, accompagnava Umberto Eco, che amava mescolare l’Aquinate al pop, e che coniò l’aforisma: “da qui Rimini pare Los Angeles” (o qualcosa del genere). A dispetto del nome comune, Paolo Fabbri, 81 anni l’aprile scorso, era dotato di un talento fuori dal comune. Laureatosi a Firenze nel 1962, discepolo di Roland Barthes, Lucien Goldmann, Algirdas Greimas a Parigi, fondò, di fatto, insieme all’amico Eco, la disciplina semiotica in Italia. Fu direttore dell’Istituto Italiano di Cultura nella capitale francese, è stato direttore della Fondazione Fellini, girava il mondo parlando di ciò che gli pareva, poteva dire su tutto qualcosa – d’intelligente. Non è poco. Uomo di istrionica eleganza, paladino dell’io, celebrava la palestra dell’egotismo fino a sembrare a chi, come me, lo saggiava di tanto in tanto, immortale. Il suo libro più noto è “La svolta semiotica”, probabilmente, quello più bello “Fellinerie”, stampato dall’amico Guaraldi, insieme a cui curò l’impresa, magnifica e magnetica, del “Libro dei miei sogni” di Fellini in formato digitale e la collana “In hoc Signo” con testi di Jean Baudrillard, Jurij M. Lotman, Jacques Derrida, Michel de Certeau. Era difficile essergli ‘amico’: la sua educazione – la sua mente – respingeva. Restio, restava in una sua isola, inaccessibile. Insieme, abbiamo affrontato qualche battaglia, tentando di dare dignità alla cultura riminese, bistrattata o abusata in forma di spot, spesso elettorali. Paolo Fabbri non ti parlava mai, in effetti – insegnava, continuamente. Tu udivi un discorso, a volte silenzioso, più spesso ad alta voce, che andava avanti da una vita. E non pensavi certo di interromperlo con una domanda stupida, con una nota stupita. Accennava alla morte degli altri, degli amici, come qualcosa di troppo serio per parlarne seriamente. (d.b.)

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Pubblico qui due tra le diverse interviste/dialoghi intrattenuti con Paolo Fabbri.

Il Giove accademico è un personaggio del “Nome della Rosa”
Quando non sai dove sbattere la testa perché il tuo cervello è piccolo come un fiammifero, quando devi chiedere qualcosa a qualcuno, meglio chiedere a lui. Al di là di tutto quello che è stato – brutalmente: insieme a Umberto Eco è lo studioso che ha importato in Italia l’arte semiotica – ormai Paolo Fabbri è una specie di bocca della verità culturale, un Vecchio della Montagna, il Giove accademico. Non lo dico io, che sono un partigiano del genio. “Principale semiologo italiano” e “maestro di parecchie generazioni di studiosi in Italia e all’estero” lo definisce, didascalicamente, l’editore Mimesis di Milano, che ha appena mandato in libreria un tomo-moloch, L’efficacia semiotica, che raccoglie 300 pagine di interviste – o meglio, di risposte e repliche – come a dire che della materia grigia di Fabbri non si butta via niente. Il problema, semmai, è che non sai mai in che lato di mondo lo becchi. L’ultima volta era a San Paolo, Brasile, a parlare di O Nome da Rosa de Umberto Eco. Già, tra le tante cose Paolo Fabbri, con il manto di “Paolo da Rimini”, è anche un personaggio del Nome della rosa – ma questa è un’altra storia. “Parigi”, fa lui. Che ci fai lì? Lasciamo perdere. Partecipa a un congresso internazionale dell’Association Française de Sémiotique, dedicato ad Algirdas Julien Greimas, importante semiologo nato 100 anni fa. Il congresso è patrocinato dall’Unesco, “la cosa più divertente accadrà al Beaubourg, però. Darò una lettura semiologica de Il Ritornante di Giorgio De Chirico, davanti al pubblico, come una guida un po’ particolare”. Ma perché non importiamo Fabbri a Rimini e gli diamo le chiavi del Museo civico?

Siamo al grado 0 del pensiero
Il tema è: il Museo Fellini al Castello Malatestiano. A noi pare una figura retorica indegna, un obbrobrio dei simboli e dei segni e pure dei sogni. “Intanto, a proposito di segni, bisogna ricordare che nei Clowns c’è un grande tendone che copre il Castello, sul fondo”. Insomma, è quasi una profezia: il circo vince la fortezza. “Certo. Il Museo Fellini andrebbe costruito in un grande tendone da circo. Ma dobbiamo pur riconoscere una cosa…”. Che cosa? “Che è già un passo avanti”. Si spieghi. “Chi non ricorda la visita di Sharon Stone al Museo Fellini, quando si trovava nella casa di famiglia? Che imbarazzo. La diva che a momenti sbatte la testa contro il soffitto, angusto, e che sbotta, ‘ma questo è il museo di Federico Fellini?’”. Quindi, val bene un Castello… “Dipende. Da due cose. Intanto, da cosa è costituito il Museo Fellini? Stabiliti i contenuti, poi valutiamo i contenitori. Ma a Rimini pare che funzioni al contrario. E poi: come intendono allestire gli spazi del Castello?”. Questo è l’enigma di Mago Merlino. “Un esempio importante è quello della Mole Antonelliana. Nel monumento torinese, come si sa, è stato creato il Museo Nazionale del Cinema. L’allestimento, però, è stato curato, con una strategia scenografica spettacolare da François Confino. Intendo dire: chi allestirà il Museo Fellini? Se penso a Paolo Rosa, un creativo straordinario, immagino una sfilata di attori, li tocchi, e digitalmente si voltano verso di me. Se l’allestimento si riduce a una serie di fotografie e a vedere cosa ci sta e cosa ci entra tra i materiali felliniani, beh, allora siamo al grado 0 del pensiero”.

Non sarebbe necessario un comitato scientifico internazionale? Figuriamoci…
Paolo Fabbri è stato l’ultimo direttore dell’Associazione Fondazione Fellini, ora dirottata direttamente nel ventre onnivoro del Comune. Lui, una idea sul Museo Fellini ce l’ha. “Guardi, a Parigi per fare la cineteca hanno chiamato Frank Gehry”. Beh, grazie al cavolo, ma qui siamo a Rimini, latitudine Italia, i soldi per la cultura non ci sono mai. “Ha ragione. Inutile investire su una ‘archistar’, come si dice, meglio avere una buona idea. E io ce l’ho”. Ci dica. “Una balena. La balena di Pinocchio. Una immensa balena dentro la quale ci sono tutti i personaggi di Fellini. S’immagina che bellezza…”. Quella balena, “imbalsamata, spaventosa”, che appare, in stadio di studio, nella prima sceneggiatura del Casanova felliniano, studiata proprio da Fabbri (in Pinocchio e la Balena femmina: una variante riminese). Ora stuzzico lo stomaco dell’accademico: ma, mi scusi, non sarebbe stato meglio costituire uno straccio di comitato scientifico intorno alla costruzione del Museo Fellini? Fabbri ghigna. “Secondo lei? A Rimini esiste un Assessore ‘alle arti’, ma a quali arti? Quelle liberali? In queste ‘arti’ è contemplata anche la cinematografia? Non si sa. Occorrerebbe alzare il tiro culturale, allacciare delle relazioni, di certo non pubblicare quello ‘scartafaccio’, mi perdoni il termine, che è L’Olimpo… E comunque, questa nostra chiacchierata è del tutto inutile”. Perché? “Perché il Sindaco ha ottenuto dei fondi dal Ministero affinché il Museo Fellini sia nel Castello Malatestiano. Il discorso è chiuso. Non possiamo più dialogare e fare delle scelte, dobbiamo solo subire delle decisioni già prese”. Sulle nostre spalle, che palle.

27 maggio 2017; il testo è pubblicato in origine su “Rimini 2.0”

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Quando non capisco cosa, citofono a lui. Paolo Fabbri, il guru della semiotica. Non c’è cosa che non sappia decrittare con la lama del linguaggio. Lo sapeva anche Umberto Eco, che nel Nome della rosa lo raffigura come ‘Paolo da Rimini’, abbas agraphicus, “un uomo curioso di cui si raccontano strane storie: conosceva a memoria tutti i libri della biblioteca”.

Un uomo, Paolo Fabbri, intriso nella sapienza, arguto nel ragionamento, che forse sa sgomitolare la matassa italica uscita dall’urna. Qua e là per il mondo a seminare semiosi, lo becco tra Madrid (dove è stato qualche settimana fa) e Bordeaux (dove sarà la prossima settimana), nel territorio neutro del digitale. A noi tocca surfare tra i suoi apoftegmi. Per capire, oltre le nubi apocalittiche, se c’è un lacciuolo di speranza.

Se dovesse descrivere con le armi della semiotica il panorama politico italiano (con le regioni colorate di giallo, di azzurro, di rosso), che immagine verrebbe fuori?

Il Caos del Triperuno.  Chissà se qualcuno si ricorda di quest’opera di Teofilo Folengo, il grande poeta – del livello di Ariosto – che ha reso celebre il linguaggio Maccheronico. L’immagine dell’Italia politica del dopo-voto è triplice e maccheronica.

Da semiologo. Chi ha comunicato meglio tra i politici, in campagna elettorale. Soprattutto: come? Adoperando quali armi retoriche?

Per la retorica elettorale terrei come riferimento F. Bacon nei “Saggi”: La dissimulazione non è che un sottogenere della politica o della saggezza, dato che sapere quando dire la verità e dirla richiede tagliente arguzia e altrettanto forte coraggio, pertanto i politici più deboli sono grandi dissimulatori. Allora direi che:

Di Maio ha coraggiosamente neutralizzato la zeppa che gli era stata riservata al momento del voto – i mancati rimborsi.

Renzi ha dissimulato la zeppa dei dem – che è lui.  È lui quindi il politico più debole.

Di Berlusconi avevo già scritto quattro anni fa su Lettera23. Dicevo che la mancanza di vere trasformazioni avrebbe provocato il ritorno dello zombi.

Da semiologo. Che descrizione dell’italiano sboccia dopo questo risultato elettorale?

In generale non so, è un rizoma: constato una sola trasformazione imprevista. Una volta il proletario era strutturalmente internazionalista: aveva in comune il carattere di tutti gli sfruttati. E come diceva la parola, era ricco solo della sua prole. Oggi non fa quasi più figli e durante la crisi e davanti all’immigrazione di quelli venivano chiamati lumpen-proletari, il dis– o sotto– occupato vede nello Stato il solo possibile sostegno. Il lavoratore è diventato nazionalista: vota a destra e alla Lega di “prima gli italiani”. C’è chi non se n’è accorto.

6 marzo 2018

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In una intervista pubblicata sul Corriere della Sera per festeggiare i suoi 80 anni (li ha fatti in aprile), Paolo Fabbri ha detto a Paolo Di Stefano, con sconsolata lucidità, “Tira un’aria di revisionismo. Un esempio: nel 1969 è uscito L’anti-Edipo che ha sconvolto per la critica rigorosa contro la psicoanalisi. Ebbene, oggi si va avanti parlando di Edipo e di Telemaco. Non è la semiotica che è superata, è il fatto che siamo nettamente tornati indietro: regna il principio di precauzione. In un saggio luminoso, Umberto Eco ha parlato di ‘passo del gambero’”. Fabbri tocca il cuore della questione, che non è – mai – ‘accademica’, ma culturale, di coltura, di dati primi, ‘agricoli’, di un terreno comune su cui intendersi. Intendo: non conta aver studiato L’anti-Edipo (affare per affamati di cultura o per studiosi) ma percepire che siano esistiti Gilles Deleuze e Félix Guattari. Beh, oggi ci sono, nel consesso universitario, insegnanti d’inglese che non hanno letto Joyce, studenti che ignorano chi sia Eliot, mai sentito nominare, ma conoscono tutto degli Avengers. Questo non è snobismo – la trincea dei cretini –, è vita: ragion per cui, Fabbri, a parlargli, pare più giovane di un giovane; la lettura, lo studio incessante, il pensiero rendono davvero supereroici. Insieme a Umberto Eco (che lo ha immortalato nel Nome della Rosa come “Paolo da Rimini”), Fabbri ha introdotto la disciplina semiotica in Italia: ha conosciuto e seguito i corsi di Roland Barthes a Parigi. A questo punto, direi, ma chi lo legge ancora Roland Barthes? Chi si è fissato sul Grado zero della scrittura, su S/Z, su L’ovvio e l’ottuso? Per carità, l’ottuso sarò io. Ora: Marietti ha appena pubblicato Sul racconto, un pamphlet di Roland Barthes in forma di “conversazione inedita con Paolo Fabbri”. L’incipit di Fabbri ha il nitore di un noir accademico (“Il 10 giugno 2018, alle ore 10.12, ho ricevuto una mail di Thomas Broden, professore della Purdue University negli Stati Uniti, biografo di Greimas e studioso del pensiero strutturalista. Mi segnalava che nel taccuino di Roland Barthes depositato alla BNF, Bibliothèque nationale de France, era annotata una Conversation improvisée con Paolo Fabbri, tenutasi a Firenze il 18 dicembre 1965…”), il dialogo è alto, arguto, Barthes specula, tra l’altro, intorno alla struttura di Goldfinger, il romanzo di Ian Fleming del 1959, da cui il film del 1964 con Sean Connery. Chi lo capirà? Intanto, per capirci, per capire, parlo con Paolo Fabbri. (d.b.)

Roland Barthes: che ‘tipo’ è?

Un intellettuale europeo, cioè un professore che scrive di sociologia delle forme di vita (l’amore, la moda, la cucina), di linguaggi e di semiologia letteraria (la narrazione, la retorica). Critico della mito-ideologia borghese e fautore brechtiano di una società senza classi, cercava valori alternativi nella storia, nella mistica e della geografia (il Giappone, la Cina). A Parigi ho frequentato i suoi corsi all’Ecole pratique des Hautes Etudes, nella metà degli anni Settanta.

Roland Barthes: cosa ci dice ancora? O meglio: consigli al neofita volenteroso il libro da cui partire per conoscere RB. Meglio ancora: che cosa la conquista di lui, RB?

Ci rimane la ricerca esatta delle mitologie contemporanee, le loro connotazioni collettive (per questo io ho lavorato gli zombi e sui tatuaggi!). E soprattutto la scrittura, l’effetto della sua sintassi curata nel fragore esclamativo dei media di massa e nel cicaleccio sgrammaticato dei social. Propongo alla rilettura la sua autobiografia Roland Barthes di Roland Barthes, fatta di frammenti che non sognano totalità perdute.

Lettore totale, da Ignazio di Loyola a Lupin, se fosse qui, oggi, cosa leggerebbe Barthes? Ergo: a che ‘grado’ di scrittura appartiene il nostro tempo (se una scrittura ancora gli pertiene)?

Leggerebbe certamente François Jullien e i suoi saggi sulla retorica della Cina classica, che ho curato per Mimesis. E forse Pascal Quignard, che finiremo per leggere anche in Italia

Pare che morto Eco sia morte la semiotica: in una intervista al “Corriere della Sera” lei ha detto “tira un’aria di revisionismo”. Cosa significa?

La semiotica non è morta anche se la mancanza della forza trainante di Eco si fa sentire. I nuovi paradigmi dopo il momento esplosivo forbiscono gli strumenti e riscrivono i limiti (con i media studies, le post-filosofie, i cultural studies, le biologie della letteratura…). All’Associazione internazionale di Semiotica a Buenos Aires ho detto che credo in una semiotica “marcata”, intensiva non estensiva.

Forse occorre coniare una nuova parola per definire lo stato politico dell’Italia attuale. Forse c’è. Me la dica lei, mi orienti.

Seguirei il principio: “torniamo all’antico, sarà del nuovo”. Il nuovo oggi è il perenne TRASFORMISMO. L’eroe fondatore della politica nazionale non è Cavour o Garibaldi ma Agostino Depretis, il trasformer.

18 settembre 2019