“E allora se i vivi si rassegnano, i morti perdono sempre?”. Paolo Di Stefano ha scritto uno dei romanzi italiani più belli degli ultimi anni, “Noi”

Posted on Giugno 23, 2020, 9:39 am
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È proibito piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare
avere paura dei tuoi ricordi.

(Pablo Neruda)

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Cosa c’è di conforme, di analogo, tra l’imponente romanzo autobiografico dal tono privato e universale e dalla formula della saga familiare di Paolo Di Stefano, Noi (Bompiani 2020), noto scrittore siciliano di nascita (Avola), con il movimento letterario della seconda metà dell’Ottocento, cioè il Verismo? Non possiamo non intravedere, leggendo i capitoli, la coesione specchiata alla realtà sociale di un tempo difficile, che in questo caso si protrae dal secondo conflitto mondiale fino ai giorni d’oggi. Ma non è questo l’unico aspetto da menzionare come svelamento di una comune verità. Il Verismo si è connotato per delle vicende composte di povertà e di un destino trasfigurato nel linguaggio chiaro e spesso documentabile. I personaggi sono prelevati da un’umile Italia che sembra “staccata” non solo geograficamente dal continente (gli eroi sono inventati, afferma l’autore). Non possiamo non accostare al Verismo anche la ruralità del romanzo di Di Stefano, ma solo in parte, specie nel suo archetipo, perché questa lunga narrazione contiene anche elementi solidi di esistenzialismo afferenti ad una dinastia familiare attraversata, nei decenni, da tre generazioni. Di certo se pensiamo a Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto, non ci si esime dal rintracciare temi rinnovati nella psicologia inquieta dei personaggi, nelle abitudini e nei riti, nella coscienza e nella suggestione, nei turbamenti, nella rabbia, nella tenacia, nella resilienza di nonni, zii, cugini, vicini ecc. Se ovviamente è diversa la cifra stilistica, resta la componente fatalista, cromatica, la rivelazione iniziatica, la naturalezza che attinge ad uno stigma secolare nei tanti soggetti scolpiti dalla memoria del romanziere in una civiltà che il tempo ha svelato in tutti suoi effetti, più collettivi che singoli, a partire dalla guerra, dalla fuga nei luoghi impervi, dall’emigrazione, per concludere con una certa irresolutezza da intendere come carenza nel presente, come sottrazione di beni non solo materiali: in Sicilia, in Svizzera, a Milano ecc. Una voce imperiosa, diremmo pure imperitura, quella di Claudio, fratellino dell’io narrante morto prematuramente durante l’infanzia, distilla la parola poetica in suggerimenti terreni e metafisici, risultando un amorino, un putto straordinariamente pungolante: vivo tra i vivi, nel suo di qua dell’aldilà che contamina la storia di osservazioni, analisi, immaginazioni, ricordi, nutrendo la reciprocità della vita di due famiglie che ne hanno pianto la scomparsa improvvisa a seguito di una leucemia acuta. Paolo Di Stefano non vuole lasciare lacune, dispersioni affettive: intende tramandare qualcosa di prezioso. Ed è già questo un processo creativo per non rimuovere, per non spazzare via alcunché dei suoi personaggi realmente esistiti. Un controcanto singolare lontano dal frastuono dei nostri giorni, dalla civiltà delle immagini, dal pluralismo della notizia lampo. Un blues da riscoprire, che permetta di ricostruire la funzionalità del tempo e una promessa di futuro nel milieu di una letteratura che vive la sua morsure du réel. L’impronta del reale è dunque una cartina di tornasole ineguagliabile che conduce verso la scoperta della verità impersonale.

Il Novecento italiano e i primi due decenni del terzo millennio rispondono ad un panorama formale, linguistico e organico molto frastagliato. La storia è solo la sponda, un argine, non l’impronta tangibile alla quale affidare una metodologia di studio. L’autore opta per il segreto della coscienza che si riversa nel moto delle cose, in un sentimento dominante. La narrazione esplode quando si canalizza nelle impressioni e nelle sollecitazioni, perché non ci sono altri linguaggi che possano somigliarle, che possano sostituirla. Noi è un romanzo liberatorio, energico: Di Stefano diventa il tramite di un tempo mai interrotto, che non passa. La salvazione sta nel rievocare le gesta di uomini e donne sopravvissuti perché custoditi nel comun denominatore degli affetti familiari.

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Ha scritto Carlo Bo in Letteratura come vita (saggio pubblicato sulla rivista “Il Frontespizio” nel 1938): “Noi crediamo alla vita nella stretta misura della letteratura, cioè sotto quell’angolo di luce concesso da un’attenzione decisiva per una spiegazione, per una condizione di reperibilità”.

La fanciullezza, in particolare, coagula il passato e il futuro che si incarnano in una funzione di mitogenesi affondando le radici nella saga familiare. Nel coro a più voci di Paolo Di Stefano, la luce del tempo (“il ragionamento sul tempo”, direbbe l’autore) è attraversata dai luoghi e il suono di un fondamento ideale spazia in ogni ambito, in un viaggio verso la verità contro ogni stagione in via di dissolvimento. La nudità di questa esperienza è insita nella sobrietà del rapporto con le cose, con lo spirito che inizialmente dialoga con la terra. L’evocazione si staglia nell’orizzonte per lo più siciliano, nello spazio di una difesa umana, in un ambiente più amato che radicato, nella vibrazione di un afflato casalingo, senza che sia possibile, tuttavia, trovare l’uscita di sicurezza da un’eclissi dove tutto è instabile meno che la partecipazione al senso di finitudine umana.

“Eppure a diciott’anni nostro padre aveva già vissuto parecchio, e doveva ringraziare (si fa per dire) il pecoraio di Avola, suo padre, il ricottaio don Giovanni di nome e di fatto, don Giovanni detto il Crocifisso”. Un moschettiere, un femminaro (“forsennato fedifrago senza vergogna”), che vedeva donne e pecore, che si vantava di frequentare una marchesa, come racconta il padre dell’io narrante, ad ottantatré anni, nell’appartamento di Lugano, in Svizzera. Parte da qui la saga delle famiglie di Avola, Di Stefano e Confalonieri, di Giovanni e Mariannina da un lato, di Paolino e Carmelina dall’altro. Proseguendo con Giovanni, il figlio con lo stesso nome del padre, e la moglie Dinuzza, per arrivare a Paolo Di Stefano e ai suoi fratelli. Il figlio Giovanni e il padre si fronteggiano, si minacciano, si temono. L’altro nonno, Paolino, che diventerà maresciallo di finanza, si batte al fronte, e durante la guerra i paesani non capiscono chi è amico e chi nemico, chi butta le bombe, da che parte stanno tedeschi, inglesi, americani, canadesi. Con i paracadute degli alleati si costruiscono camicie, gonne e pantaloni dal colore mimetico in un mondo ancora in bianco e nero (come nota Maria, figlia di Paolo Di Stefano mentre viene rievocato l’anno 1943): fasi concitate che costringono le famiglie a rifugiarsi negli insediamenti rupestri scavati nel tufo, sfuggendo così ai bombardamenti e alle rappresaglie.

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Di Stefano ci offre immediatamente una traccia di senso nelle vite e nelle morti senza eroismo. In una lingua tachicardica la dimensione cartesiana è concentrata spesso nella parola “sciarra”, litigio, zuffa, tanto che i morti farebbero visita di notte per indispettire, per ridestare dal sonno i coniugi ancora in vita. Tra le altre figure magistralmente descritte, la rugosa zia ‘Nzula, sorella di Mariannina, alta un metro e quaranta, l’unica capace di controbattere Giovanni il femminaro, affrontandolo di petto per urlargli la “sbriogna”, la vergogna, facendosi sentire da tutta la strada (Di Stefano ama la parola impura, dialettale, insostituibile ricettore di uno stato d’animo, di un gesto impulsivo che è proprio la ripercussione di una pluralità parlata, di un “noi” estratto da uno spartito comunitario).

Giovanni figlio, occupa gran parte dei primi capitoli del romanzo: iscritto all’università, è un giovane telescriventista innamorato, disilluso, che raggiungerà Lodi per dare ripetizioni in un collegio, raccomandato da un prete, che visiterà a più riprese Milano. Un uomo sempre in piedi, “avanti e indietro”. “Non si stanca di muoversi, saltare su un tram, scendere e risalire, camminare ancora, misurare la città in lungo e in largo”. Lavorerà anche come rappresentante di targhe in ottone, in alluminio, di timbri e biglietti da visita e come agente informatore indagando sulle infedeltà coniugali, investigando sui commerci e sulla solvibilità delle aziende.

La vita procede in un percorso che l’emotività dipana nella geografia personale tra le strade di Milano abitate da operai meridionali, tra miniappartamenti con doccia e stufa a legno, con l’aria ombrosa dei siciliani che della smorfia di scherno fanno una caricatura, un “mussiare” che la dice lunga sul bene e sul male, sull’insofferenza. La resistenza delle famiglie ha ragioni che sanciscono una spinta elettiva: la figura umana, per Paolo Di Stefano, vuol dire prima di tutto padronanza della propria condizione in un posto qualunque, ma Avola si cristallizza come il luogo elegiaco di odori e sapori, delle cerimonie e funzioni sacre, come nella domenica di Pasqua con la Madonna portata sulle spalle, coperta di nero, circondata da bandiere e che dietro il manto nasconde una decina di colombe e di quaglie che volano. La Madonna si agita verso il centro della piazza dedicata al Re Umberto e abbraccia il figlio risorto circondato dai sacerdoti, tra fuochi, musiche e trombe.

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A Paolo Di Stefano interessa la civiltà e la sua conservazione. Una conservazione intessuta di circostanze irresolute, in una cornice che riporta al centro, immancabilmente, Avola, la cui dimensione culturale e antropologica rende sconfinata la provincia siciliana prima e dopo la guerra, nella cadenza e nella folgorazione descrittiva. Intenerita effusione ed esistenza vibratile si trasformano in memoria reale e figurata. I luoghi, nel tempo, assumono rilievo antropomorfico nelle scene mai vagheggiate, piuttosto riepilogate con esattezza cronologica. Il microcosmo struggente è suggellato da una sopportazione della “odiosamata” terra che si muove intorno a soggetti e oggetti avviluppanti. Di Stefano riesuma con efficacia la memoria inviolata, ritrovata come risonanza acustica tra parenti e coetanei, nel padre che “non è mai riuscito a misurare la distanza dalla sua famiglia”: un tormento, il suo, oscillante tra il va e vieni. Si avverte il privilegio del possesso delle cose imperfette, di una storia più grande e di una più piccola che si replica nella fedeltà al proprio e all’altrui monito, fino all’incrocio dello sguardo di una ragazza minuta, “chiusa dentro un elegante colletto zebrato, che attraversava lo stradone in compagnia di un’amica e di una cugina”. Il giorno del matrimonio Giovanni indossa un doppiopetto, Dinuzza un tailleur verde e scarpe verdi rialzate dai tacchetti. Tre figli in tre anni e poi un quarto, per quel marito e padre che riprende gli studi universitari dopo dieci ore di lezioni private per guadagnare ciò che serve al mantenimento della famiglia. Sarà docente incaricato nelle scuole medie di Mandello del Lario sul lago di Como e finalmente con la laurea guadagnerà il prestigio presso la parentela, compresa quella acquisita. Successivamente Giovanni Di Stefano si trasferirà a Lugano, in Svizzera. La casa sarà ubicata in un quartiere grigio, “del colore delle periferie”, dove i ragazzini cresceranno lungo le scale delle palazzine. Paolo, a partire dalla metà del libro, diviene egli stesso il raccontatore della saga, ritagliandosi un ruolo esterno correlato al proprio spazio di giovane figlio.

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La madre pensa alla morte, ai morti, a chi non c’è più per disgrazia e a chi rimane e deve mangiare per stare bene. Il figlio Paolo da bambino sognava di fare il vigile: “Avrei voluto fare il vigile per non lasciarmi sorprendere disarmato dalla terza guerra mondiale. Era un tempo in cui i bambini avevano paura delle bombe atomiche e della guerra che sarebbe scoppiata di lì a poco secondo le previsioni del governo federale che aveva disposto appositi finanziamenti per le installazioni militari e i bunker mimetizzati nei verdi e ridenti paesaggi alpini”. Ma le bombe, sarebbero arrivate dal cielo o dalla terra? Continuano i ritorni in Sicilia della famiglia Di Stefano: le case hanno i mattoni sfarinati, si gioca con le biglie o con le trottole, si mangiano il pane caldo sfornato all’alba e le polpette, si bevono bicchieri di ginger, di spuma e chinotto.

Con la crescita dei figli, si fa insistente la voce fuori campo del bambino poeta, Claudio, che da mentore alleggerisce la presa di coscienza degli accadimenti con opinioni secche, senza peli sulla lingua: “Sai quante volte / ho avuto la curiosità, / la curiosità di godermi in silenzio / la terribilità di ogni vostra vita casalinga / dall’angolo più nascosto del tinello, da sotto una poltrona / o da dietro una tenda, dallo spazio minimo / tra il tappetto e il pavimento…”. Perché anche chi è venuto a mancare si annoia, si stanca dei vivi, come i vivi rimpiangono i morti o li dimenticano.

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Il sentimento di Paolo Di Stefano, nel suo intreccio fonico, lievita da una voce che esprime il dolore, la malinconia come un lampo ad intermittenza. Ma la forza del narratore rimane soprattutto nel retroscena della famiglia metabolizzato in ogni aspetto agglutinante, in un ideale che rafforza la stessa biografia togliendone la patina di autoreferenzialità. Ogni apparizione è un’affermazione rinvenibile nei fenomeni italiani degli anni Cinquanta e Sessanta, e l’io stesso tende ad essere scansato in un umanesimo intriso di buona e cattiva sorte. Di Stefano allude spesso ad una verità inscalfibile dettata dal destino, che costituisce il nucleo omogeneo dell’intero romanzo. I dialoghi appaiono autoritari, seppure slanciati verso un’attenzione all’innocenza, ad una grazia che si scoglie dentro la sofferenza, così come nelle intense relazioni infantili e adolescenziali. Una grazia benefica rigenera la quotidianità dimessa in cui emerge un senso misterico in comunione con la morte. Un passaggio interscambiabile, dove i morti sono indaffarati, hanno un ruolo, un’immagine, i loro oggetti (il pupazzo di gomma Brontolo nominato ripetutamente e forse recuperato in un negozio vintage), gli amori, i dissapori, i dubbi sul passato posteriore, visto di spalle, a bilanciare il “futuro anteriore”.

Il linguaggio è filtrato, tutto sommato, in un’aura di purezza, in una stagione dove le età non contano più nulla. In effetti il vivere è fermentato in una nostalgia per un tempo inarrivabile, o meglio imprendibile, passato e presente, e la condizione più ricorrente è quella di chi si muove in una topografia sentimentale con la sensazione che niente si possa stratificare per sempre nel rimbalzo della memoria. L’innesto dell’affaccendarsi di Claudio, che reagisce come gli altri, sigla la forza ineguagliabile, l’invenzione strardinaria di Noi: un ragazzino deceduto nel 1967 è il legittimo detentore del diritto di parola. Il significato della morte riappare in tutto il suo emblematico segreto, ma il distacco dalla vita è presto colmato. Il canzoniere di Paolo Di Stefano è un modo per appellarsi ad un orizzonte che congiunge due estremi, ad un’associazione di idee in un travaso da un territorio all’altro, ad una metamorfosi che intrattiene simbolicamente il tempo catalogandolo, enumerandolo in una successione scomposta dai lari, Claudio in testa, vera e propria divinità domestica.

L’amore è un nodo al quale legarsi indissolubilmente, per cui ogni malessere ristagnante è spazzato via nel bisbiglio tra pensiero e inventiva. Il pegno di sincerità di Di Stefano conferma un mondo proliferante di fedi e affetti che si situano a metà tra l’immagine impressionista e un’atmosfera di redenzione, perché la felicità la conosciamo senza saperlo. La memoria di chi è cresciuto diventa un sigillo per attingere ad un appagante apprendistato. Si innerva un dialogo frontale con il discernimento di domande assolute, coraggiose, una boccata d’ossigeno nel fragore tra memoria e sogno, con l’attrazione per ciò che si dissolve e il dubbio di un dopo, di un’immortalità possibile. La riflessione biografica è una continua scoperta vocazionale, sacrificale, ma finisce per infondere fiducia nel prossimo.

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Noi è anche un romanzo sulle morti bianche, sullo sfruttamento nel mondo del lavoro. Nel 1959 la SINCAT produceva energia elettrica a vapore della quale se ne serviva l’Enel.  Ancora oggi è un polo petrolchimico siracusano per la raffineria di petrolio e dei suoi derivati e per la produzione energetica. Gli incidenti erano all’ordine del giorno e le misure di sicurezza, per il lavoratore, pressoché assenti. La crisi economica imponeva l’urgenza di un reddito per far fronte alle difficoltà crescenti di una regione che economicamente non cresceva. Se diminuiva la percentuale di disoccupazione al nord, la ricerca di un impiego al sud diventava sempre più infruttuosa, demotivante. Il precariato accompagnò le generazioni ad un futuro senza punti di riferimento nella flessibilità forzata, nello smarrimento di una visione strategica e nell’esaltazione del pragmatismo per far di conto. Il solo aprire e chiudere le valvole e controllare le manovre di pressione poteva essere un esercizio pericoloso. Quando un operaio sbagliò e invece di mandare aria azionò la leva dell’azoto, la morte per asfissia non si poteva evitare. Peppino fu investito da una fiammata e venne ridotto ad una torcia umana. Non si sa come ma riuscì a scamparla, una volta trasferito in elicottero al Niguarda di Milano, accompagnato dai parenti che costituirono un vero e proprio mutuo soccorso.

Quindi il risalto del contro altare, del riscatto sociale, della rivincita, nonostante i conti non tornassero mai tra addizioni e sottrazioni: Fontane Bianche, un arenile di sabbia bianca, con sorgenti di acqua dolce, dove i Di Stefano costruiscono il sogno proibito di una casa sul mare, “inarrivabile per un avolese non professionista”. La natura risplende come in un paradiso terrestre allietato da eucalipti, tamerici, cormorani, sterne, germani reali, martin pescatori, fenicotteri. Una villetta perduta e lontana costa mesi di lavori con zappe, carriole, pennelli, cazzuole, secchi, vernice per risparmiare sui muratori. Paolo Di Stefano scrive con un sismografo interiore sul patimento dell’uomo in un decennio che si evolve, suo malgrado, nella dicotomia di stampo pasoliniano tra progresso e sviluppo, tra necessario e futile, in un meandro oscuro dove i ricordi della gente svaniscono nel giro di pochi anni insieme agli usi, ai costumi, agli utensili e alle auto sportive da esibire davanti alle pizzerie e ai bungalow allineati di fronte alla scogliera. Un pensiero non incandescente si allinea, però, ad un incanto pudico che incombe nella zona più profonda dei componenti della famiglia, riservata con gli altri quanto turbolenta al suo interno.

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Di Stefano appare un antimodernista che guarda le categorie dello spirito tra le presenze mutanti, anonime, svincolate, per una breve stagione, dal perpetuo disinganno. “Liberatosi delle incombenze mattutine, nostro padre ci raggiungeva al mare: molto più volentieri se c’erano i suoi cognati”. Erano i giorni delle risate, delle chiacchierate, dell’allegria, dei giochi con il pallone o con i tamburelli, con gli edifici, le torrette, architettati sulla sabbia. Nonno Giovanni faceva i solitari a casa con le carte, mentre nascevano i primi languori e i primi approcci erotici con le ragazze che il femminaro definiva “carni bianche”, come fossero i suoi animali, “lisciandosi la punta del baffo destro e poi quello sinistro e lasciando cadere ovunque occhiate furtive”. Sono queste le pagine più dotate di trasporto e coinvolgimento emotivo, quasi sussurrate al lettore, confidenzialmente, con una poeticità narrativa intrinseca, che si fonda sul senso espressivo dell’incontro. Non emerge una tensione sociale, ma si eleva un dialogo carezzevole, un input confessionale come parametro d’interpretazione nella dimestichezza tra soggetto e soggetto, in un’affabilità tra giovani e adulti che vortica nell’aria estiva non più urticante, ma riempita di mandorli, ulivi e fichi d’India. Lo scrittore sceglie una soluzione tersa in cui il testo mantiene una misura variabile e permeata da un’intensità breve, tra barlumi di cose viste teneramente: il mondo che cambia è un’incognita, un ideogramma sempre più complesso da decifrare. Il fondamento intimista attraverserà un fraseggio ancora più lieve, nel privilegio del sentimento immerso in un’adempienza autobiografica specie con la morte inaspettata del piccolo Claudio.

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Claudio se ne va proprio mentre Tarcisio Burgnich, il roccioso difensore dell’Inter di Helenio Herrera, sale in alto e colpisce la palla di testa all’ottantatreesimo minuto, decretando la vittoria dei nerazzurri contro il temibile Bologna di Luis Carniglia (“Burgnich segnava / e io volavo via / alle 16.20, / più o meno”). Per il “Corriere della Sera” è stata “un’aspra battaglia sul campo”. Claudio la perderà il 9 aprile del 1967 e il fratello Paolo non risparmia la descrizione più dolorosa dell’intero libro: “All’obitorio dell’Ospedale Civico che aveva un accesso dalla strada, dove oggi c’è l’Università della Svizzera italiana con il suo bel prato, ti abbiamo trovato immobile, disteso, indossavi la stessa tunica bianca che avevamo usato per la prima comunione, con il cappuccio, la corda e il crocifisso di legno, e ricordo il grosso fazzoletto piegato sotto il mento”. La parola leucemia fa paura anche a sentirla e si è manifestata per chissà quale maleficio, per il malocchio, asserisce la madre del piccolo, oltre a dire che “il dolore nessuno lo fa sentire davvero”, né nei libri, né nei film. Di Claudio rimane il suo racconto affilato, le notti, le punture che chiamavano trasfusioni, il dottor Porcello che sosteneva che il sangue andava lavato, il colore della pelle di cera lucente, le macchie aghiformi, Brontolo, la fotografia della cuginetta Carmen, l’amore di una certa Elisa, la Lotus a pedali regalata dal nonno paterno, verde, la stessa macchina di Jim Clark. Il colore dei ricordi erompe dai disegni e dalle parole superlative, in particolare dal colore degli occhi, azzurri, e dei capelli, biondi. Il decorso della saga familiare sfugge alla fredda, cinica razionalità.

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Di Stefano propaga un incantesimo, una specie di ipertempo remoto. Il contenitore sapienziale si indirizza non solo verso il tu, ma verso un immaginifico altrove dilatando l’orizzonte dell’esperienza. La compartecipazione dello scrittore è incastonata nella totalità delle cose, custode di un mistero mercuriale tra spazio e tempo. Il dire si prolunga, sincopato e ritmato in un corto circuito di frasi che restituisce l’implacabile incedere degli anni. La parola sottintende uno sguardo mesto, offre una visionarietà, un’instabilità emotiva nella consistenza del discorso sulla dualità vita/morte protratto da Claudio, che sembra crescere e diventare uomo, nonostante la morte. “Loro non potevano saperlo, ma avevo le orecchie fini e li sentivo, li sentivo da vicino o da lontano, li sentivo”. E ancora: “Stanotte ho sognato la mamma in quei giorni. In quei giorni che nella vita era nata per stancarsi e che stare in ospedale ad aspettare la stancava ancora di più”. Claudio sogna il futuro, il passato, il presente fino a pronunciare un quesito assoluto, a plasmare un calco spiazzante: “E allora se i vivi si rassegnano, / i morti perdono sempre? / Vince chi resta in campo, / come nel gioco della palla prigioniera”. L’interrogativo pressa, si ramifica in una traccia incrinata, in una vulnerabilità recepita dai familiari in un lento smorire: “Strane idee: come si fa a diventare di colpo un angioletto con i superpoteri nelle ali? Strane idee e bella pretesa”. Il morire è un momento in cui ci si accorge di non potersi opporre, in cui nessuno può intervenire, fa capire Claudio. Ma c’è una colpa, un rimorso, un ravvedimento, un discrimine, in questa inevitabile parabola? La trama di Paolo Di Stefano è implacabile dall’asserzione al quesito, nella domanda primordiale sull’esserci, sulla fine prematura, in una crescita di senso e di valore che Noi si porta appresso nelle ultime pagine. La scrittura si trasforma in un esercizio di ascensione verso le contraddizioni tra materia e anima, in un mixage di respiri profondi e immensi silenzi quando verrà meno anche il padre. “Lì, sistemato finalmente in alto, sopra di te, nostro padre ha preso il primo sole della primavera come per farsi trovare preparato per la canicola d’agosto, poi sarebbe arrivato il tepore dell’autunno, il freddo dell’inverno e di nuovo il ritorno confortante del primo sole di primavera”.

La varietà ritmica del romanzo non è mai paga di sé e una malinconia anche irrelata fa parte di un quadro nitido. Paolo Di Stefano trova una pace semplice in una vulgata visionaria. È l’amore l’implicazione che distoglie dal male, che soppesa un sentimento di viscerale dolcezza. Il tema è ripreso con costanza e stupore. “Nostra madre avrebbe trovato la scappatoia in una forma di personale agiografia; e suo marito, sia pure con qualche difetto, sarebbe diventato da quel giorno l’uomo più desiderabile e affettuoso che una donna avesse mai avuto”.

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Il romanzo non è più un modello classico e ricorrente. Dovrebbe essere, oggi più che mai, qualcosa di scevro completamente da un’invenzione. Coinciderebbe allora, come in Noi, con una condizione umana captata dalla testimonianza. Cioè, si può essere romanzieri quando un’esistenza è già di per sé oggetto letterario e quando i fatti, per come si sono svolti, valgono un libro. Basta scoprirne l’evidenza.

“Il ricordo è un modo d’incontrarsi”, diceva Kalhil Gibran: se non ricordiamo non possiamo capire, in una temporalità declinata al passato. La stessa ricordanza leopardiana, illusione o sogno che sia, unisce piacere e dolore in un unico sentimento che per il poeta recanatese fonda il carattere dell’individuo. Il senso di continuità tra passato e presente, o meglio di un passato al presente, suggella l’inestricabile aggancio tra “era” ed “è”.  Il poeta Alfonso Gatto aveva congiunto il filo rosso della sua opera alle pieghe del tempo. Si era addentrato nel regno delle anime, aveva consacrato un dialogo con i morti che ricorda l’eco di Noi, in questo caso sotto forma romanzesca.

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La saga familiare rimanda, per restare in Italia e al Novecento, a Maria Bellonci, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Dacia Maraini, ma non possiamo non pensare, allargando i confini, a John Cheever, Philip Roth, Gerald Durrel, Jonathan Franzen, Isabelle Allende, solo per citare alcuni tra gli scrittori più noti nel panorama internazionale. La mediazione del narratore trasferisce temporaneamente le generazioni familiari nella storia, per cui il particolare viene distribuito lungo l’asse orizzontale di epoche che si avvicendano. La collocazione dei personaggi si realizza tra sequenze che assomigliano a quelle di un film sviluppato lentamente. Il montaggio e la ricomposizione di descrizioni proiettano la visuale d’intorno che fissa i tempi, che crea la sospensione della memoria nella dimensione esterna. Il flash back è una tecnica che permette di entrare e uscire da una datazione all’altra. Paolo Di Stefano muove una formula che richiama il metaracconto, la fantasia premonitoria dei narratori orali, elementi caratteristici appunto della saga familiare. L’autore reperta, non solo ricorda. Accoglie una selezione più che un’interpretazione, una ripresa di ambienti e non solo di stanze private, di luoghi eletti. Questa è la forza e la lucidità di chi si muove in uno spazio di riprese, di descrizioni non camuffate. Di Stefano è un segugio che fa primeggiare spesso l’insignificante oggetto che diventa significativo (Brontolo, la Lotus, il mobile, l’altalena, la pizza, la mozzarella ecc.). E lo stesso Claudio dà l’idea, felice, di qualcuno che ancora c’è, che non è mai scomparso, che si è solo assentato e che continua a far parlare gli altri di sé senza farsi accorgere del suo andare e venire, proprio come quello, remoto, del padre dalla Sicilia al nord dell’Italia, alla Svizzera. Non si tratta di una morte definitiva, ma di un meccanismo di sopravvivenza incasellato in blocchi di scrittura autonomi, poematici, in brandelli di verità rivelate, in un’unità riconducibile a ombre che parlano miracolosamente. Il ricordo procede per ritmi sincopati, con lividezza e lumi incandescenti. Sguardo e cuore si fondono: non più sguardo e compostezza, ma un messaggio che arriva direttamente là dove nulla può essere più taciuto. La creazione poetica ascende verso un camminamento verticale, nell’impresa della congiunzione con un mondo, purtroppo inconoscibile (quello di Claudio).

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La percezione del tempo, nella saga familiare, è come di un prosciugamento. Non esiste una dimensione allargata, protratta, ma invece immobile. Ecco quindi che le immagini del padre e del figlio possono riprodurre il sangue, il corpo, il procedimento gradevole perfino dell’immedesimazione. Il trasferimento di sé proiettato sul padre (e viceversa) si fa elemento consapevole, razionale. Siamo di fronte ad una realtà-pensiero incisiva, raffinata, che risucchia e consente la riproduzione ideale della vita. È questo il realismo più innovativo, qualcosa che è sì impossibile da qualificare, ma che costituisce la mitologia familiare. Il padre acquista via via una connotazione sempre più sentimentale, ma non di un sentimento dolciastro, vanesio. Come da una forza oracolare questa figura si staglia nel dolore ricucito perché sfociato in un dire inderogabile, misurato nel filo tenace che tiene in piedi tutta la storia. “Ho sempre avuta impressa nel cervello la sproporzione tra nostro padre, minuto e fragile, e la solenne maestosità di nonno Giovanni, e ora mi stupisco a constatare che in realtà la differenza era ridotta a un paio di centimetri: in fondo nostro padre vantava da giovane un decoroso metro e sessantadue. E mi sorprendo a fantasticare che forse nessuno, nella memora di sé che ha lasciato agli altri, è quel che era: forse è una fissazione mentale, una fotografia involontariamente ritoccata che non ha nulla a che vedere con la realtà”.

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Una legge superiore preme sui comuni mortali, si incardina nelle vicende, determina ogni porzione di vita e realtà nel transfert affettivo. Sono punti fermi i sensi di Paolo Di Stefano, sorgenti nella capacità di eludere il male e le lacerazioni. Le tante considerazioni contenute in Noi forgiano una piattaforma, un’elezione a valori primari, nonché, in fondo, un diario dei personaggi. L’inquadratura della saga familiare a largo raggio permette un bilancio della vita dei protagonisti, alcuni tra i tanti, interlocutori che Di Stefano ha coinvolto per smantellare il convincimento di una narrazione propriamente personale. L’io, in effetti, si moltiplica in un vero e proprio repertorio.  La materia stessa è una molteplicità che ruota su sé stessa. Il senso della perdita è uno dei tanti riferimenti, come il senso di ciò che poteva essere e non è stato per pura casualità. Il contro bilanciamento si consolida nel travaso da un’esperienza all’altra, da un particolare al generale. Nella sua centrifuga il romanziere ha messo al centro un acume percettivo privo di intellettualismi e riassuntivo di un’evocazione non ordinata da un soggetto imperante. La letteratura resuscita, non distrugge, non uccide. Noi prosegue senza fine. Di Stefano torna indietro e mette a fuoco per rivivere una seconda volta ciò che è successo, ciò che è andato perduto. La letteratura si muove in un tempo che ci riguarda tutti, perché è un’esperienza che ci abita. È luce e ombra, non oblio. Riempie il grande vuoto dell’esistenza e pertanto decifra l’uomo limpidamente. Paolo Di Stefano reclama in quasi seicento pagine la pienezza paritetica, impareggiabile di nonni, padri, madri, fratelli, zii, cugini: anche per questo ha scritto uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi anni.

Alessandro Moscè