Paolo Cognetti mi scrive, un poco offeso, di lasciarlo stare. Ma io ho le narici lordate di stelle, non arretro di fronte a nulla e ricordo che la letteratura è duello. Uno scambio di lettere

Posted on Nov 27, 2018, 1:33 pm
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Il personaggio. Paolo Cognetti sapete tutti chi è. Ha la barba, ama i monti, nel 2017 ha vinto il Premio Strega con Le otto montagne, romanzo edito da Einaudi. Da allora è diventato famoso, come si dice, da scrittore è evoluto in personaggio.

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Il contesto. Per il quotidiano on line Linkiesta tengo da un tot una rubrica, ‘Il bastone e la carota’, in cui stronco un libro e ne propongo un altro. In affetti, in un Paese culturalmente perbenista, dove sulle pagine culturali dei giornali che contano – finché contano – ci si lecca il didietro a vicenda o si impalcano propagandistiche polemiche sulla ‘trama’ di un libro e mai sulla ‘forma’ in cui è scritto, ho fatto risorgere la pratica della stroncatura. L’ho fatto da tempo – prima stroncavo su Libero – perché, non essendo un esperto ma uno sfrenato, amo parlare di ciò che amo, la letteratura, da amante, sempre acceso, infiammato.

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Il sottosuolo. Della mia rubrica, di norma, a nessuno importa ‘la carota’ – il libro che propongo, perché è troppo facile distruggere senza fornire una alternativa, una risposta – tutti si concentrano sul ‘bastone’. Devo dire che la rubrica mi ha portato a decuplicare la rubrica dei nemici, di chi non mi sopporta. Poco importa: la letteratura non è stare inchinati col tutù o prepararsi un futuro a Segrate. Letteratura è lotta – cioè amore. Ma vi ricordate quando, nell’agosto del 1926, presso il giardino della villa di Pirandello, Giuseppe Ungaretti e Massimo Bontempelli incrociarono le lame dopo accesi sfottò sui giornali?

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Il rogo. Ecco. Nessuno mi ha ancora sfidato a duello. Alcuni hanno mandato avanti gli avvocati – scrittori cuor di leone – altri mi hanno mandato affanculo – lecito – i più hanno risposto con schifiltosa indifferenza. Con alcuni, pochissimi, è nata una amicizia (Carlo Rovelli, ad esempio), con altri un dialogo cavalleresco (Paolo Di Paolo), con certi una certa stima (Christian Raimo).

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duello

8 agosto 1926: Massimo Bontempelli e Giuseppe Ungaretti incrociano la lama per reciproche offese culturali…

La letterina. Paolo Cognetti, dopo che ho stroncato il suo ultimo libro, Senza mai arrivare in cima, esito del suo “Viaggio in Himalaya”, mi scrive, da altra mail, attraverso la redazione de Linkiesta, una letterina. Si firma “Paolo”, dunque suppongo sia proprio lui. Il libro di Cognetti, l’ultimo, mi pare davvero inutile: è scritto male, non dice nulla di quei luoghi. Direi che sarebbe meglio, scrivevo, ripubblicare come si deve Giuseppe Tucci, grande esperto di Tibet e geniale divulgatore, prima di pubblicare questa roba.

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Il cuore delle cose. Insomma, Cognetti se l’è presa. Si lagna di tante cose, dice che lo insulto, non capisce la ragione del mio livore. Si tranquillizzi, lui ha scritto soltanto un libro sbagliato. Attaccando il ‘personaggio’ Cognetti è implicito l’attacco a un sistema culturale che cannibalizza il ‘caso’, che ha bisogno di una ‘storia’ e che se ne fotte dell’opera. Il punto è che Cognetti, alla fine della letterina, mi chiede di essere lasciato perdere, di dimenticarlo, di scrivere di ciò che amo. Ma proprio perché faccio la prima cosa – scrivere di ciò che amo – ogni giorno, non posso esimermi, almeno una volta alla settimana, di occuparmi di ciò che dovrei lasciare perdere. In letteratura non si può lasciare perdere nulla, non ci si può arrendere, non possiamo arretrare. Quando cominciamo a pensare che è bene occuparsi soltanto del bene, è la fine, demandiamo ad altri la scelta di cosa sia bene, non prendiamo posizione, rifiutiamo la sonora sostanza della realtà. E poi: fa molto più male a me – in termini di ‘reputazione’ editoriale – stroncare Cognetti, che a Cognetti ricevere una stroncatura, perché il rapporto – come è doveroso sia – deve essere impari, dispari.

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This is the End. Ad ogni modo, questa è la sgrammaticata risposta che ho dato a Cognetti.

Caro ragazzo, il ‘genere’ che ho riesumato per Linkiesta è la stroncatura. Come genere giornalistico la stroncatura – senza tema d’offendere gli agnelli – è contraddistinta da: *linguaggio eccessivo; *rapidità verbale; *linguaggio pugnace (e se serve pregno di certi stilemi retorici). La stroncatura, cioè, tende al voluminoso, al sublime e al grottesco, non all’argomento pacato e ragionato. Visto però che è troppo facile abbattere, ho proposto che alla stroncatura si alternasse una proposta. Come a dire: caro lettore, leggi questo rispetto a quello, è meglio.

La stroncatura, in quanto genere – degenerato, se vuoi – è un poco una resa giornalistica di Davide contro Golia (il ‘famoso’, la famigerata ‘fama’). Tu – che ti piaccia o meno – ora sei Golia. E io, se leggi per davvero, me la prendo con il ‘personaggio’ oltre che con il libro, francamente inutile (giudizio mio, criticabile fino alla distruzione). Insomma, tra i due – se è lecito un ‘duo’ – io sono quello da lasciar perdere, il misero, il minuscolo. Tu no.

Le conclusioni che trae un mero recensore-stroncatore sono rilevabili nell’opera. Dall’opera, non traspare alcuna conoscenza di Tucci né di Maraini. Non bisogna per forza citare per far capire di aver letto.

Da tipo che ha passato tempo in montagna (meno di te, ma che importa), mi piace il discorso frugale e radicale sui libri. Perfino il grido, l’urlo, la bestemmia sono meglio del piagnisteo culturale, del tedio dei puri di cuore – o presunti tali. Amo il giornalismo come lotta. E non ti nascondo che con diversi stroncati (Rovelli, ad esempio) è nata una stima radicale, di cui sono felice.

Caro ragazzo, io non aspiro a nulla, vivo l’attimo di un respiro, ho le narici lordate di stelle – non cerco niente se non un linguaggio che coltivi la vastità del tempo, che brilli nel regno dei morti. Ecco. Nient’altro. Tu tutto devi fare fuorché giustificarti al cospetto di uno come me, che nuota nel Lete e anela al Gange. Vai per i tuoi sentieri, cavallerescamente io percorrerò i miei.

Davide Brullo

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