Un po’ arrogante, alto, soldi, belle donne: dove sei finito Panatta? Io sono ancora lì, nel 1976, il tuo anno di grazia

Posted on Settembre 15, 2019, 8:24 am
6 mins

Adriano Panatta, latin lovers?

Per mio padre una pippa inguardabile, un sorcio, lo stesso aggettivo che Panatta affibbiava ai suoi colleghi per prenderli in giro.

Per me il numero 1.

Il suo fisico tendente all’obeso, ma più tonico del suo inseparabile amico, di doppio e di vita, Paolo Bertolucci, più grassoccio di Adriano, il suo incedere placido, strascicato, ebbene tutto ciò potrebbe far intendere che lui abbia vinto meno di quel che poteva. Ha paura delle malattie, è calmo, ha battuto due volte l’orso Borg che, come il suo lontano predecessore Thor il vichingo, armeggiava con il martello ed era invincibile.

Panatta nel suo anno di gloria ha inserito nel palmares gli internazionali d’Italia e il torneo del Grande Slam più famoso, il Roland Garros, ovvero gli Internazionali di Francia.

Lo stesso anno trionfò, portacolori dell’Italia in Cile, in Coppa Davis, dove i nostri moschettieri sconfissero, appunto, i padroni di casa cileni.

*

Adriano, un fisico che faceva morire le ragazzine di allora, burroso, con gambe come querce (un po’ come ero io in quegli anni adolescenziali), sembrava distante dallo spettatore medio. Un po’ arrogante, alto, soldi, belle donne, e in più quel fantastico gioco: battuta vincente e discesa a rete, era famoso per la sua “veronica”, ovvero uno smash meno potente ma di rovescio, non con il dritto. Quasi una vita segnata, regolata dal destino, da prendere solo se la vuoi veramente percorrere.

Il dritto Pietrangeli, un’altra leggenda del tennis, capitano non giocatore di Coppa Davis, fece giocare i suoi quattro discepoli: Barazzutti, Zugarelli, Bertolucci e Panatta, in un luogo tabù per quel tempo, il Cile, a Santiago, città del dittatore Pinochet. I quattro vinsero per la prima e unica volta la Coppa Davis, anche se la inseguivano da anni come obiettivo primario.

Panatta come Miguel Bosé, idolo delle ragazzine, con i jeans azzurri e la maglietta bianca. Se la memoria non mi oltraggia, mi sembrava lontano, a contatto con il mondo che conta. La sua maglietta, dopo le partite da lui disputate, era sempre profumata di sciampagna o di Armani code, infatti Adriano per me, per noi italiani e per il mondo intero, era il mitico cavallo bianco che non suda. Mai.

Ma ora, nel terzo millennio, Adriano che fa?

*

L’ho visto qualche anno fa, impacciato e perso, premiare al Roland Garros il vincitore dei prestigiosi Internazionali di Francia, l’unica tappa dello slam in terra rossa. Panatta non sembrava lui.

Tracotanti e immarcescibili, ma in fondo simpatici anche se un po’ spocchiosi, sono Pietrangeli e Pericoli, che assistono ai tornei che contano sempre vicini, quasi fossero marito e moglie; la statua vincente Pietrangeli e l’ancella, e che ancella, Lea Pericoli.

Invece vedo Adriano Panatta come un cognato; leale, tranquillo, quieto e posato. Ti rasserenano le sue parole a fil di voce e a volte senza senso compiuto. Sembra che abbia molti amici, non so che faccia, è defilato, ha sempre i capelli a mo’ di Beatles, con la stessa riga e sempre castani.

Poi sai nel mondo come accade, vinci un Wimbledon e sei ricordato per sempre, così come succede negli altri tornei. Invece lui si fa modesto, quasi ad attutire i lampi del suo carisma e la sua gloria nel tennis, come se pensasse di aver usurpato un ruolo che non era suo.

Ma io ricorderò a lungo il ragazzo possente e italiano con la maglia bianca e le scarpe Superga che, forse se non avesse giocato a tennis, sarebbe diventato un bancario, solo un pochino ribelle verso il direttore.

*

Partecipa a trasmissioni televisive, spesso con i suoi amici attori, cantanti, comici, ed è amato un po’ da tutti, ma è, perlomeno per me, tanto ritroso quanto abbagliante.

“Smash con il rovescio, Panatta fa ancora punto con la sua veronica, dopo essere sceso a rete grazie al servizio”. Ed io sono ancora lì, con la testa nel ’76 il suo anno di grazia e lo omaggio, perché ho timore che, se il romano si defilasse sempre di più, non avrebbe occasione di leggere quello che so e sapevo su di lui.

Grazie Adriano e, ogni tanto, esci dal tuo guscio e deliziaci con le tue battute, stavolta non di tennis, ma aneddoti che tu conosci scaturiti dal mondo quasi fagocitante della racchetta, un mondo lontano che tu rendi umano solo con un semplice sorriso tranquillo.

“Ho sposato Veronica, vedi che abbiamo qualcosa in comune, eh Adriano?”.

Ettore Bonato