“Questa caccia al traditore è una delle cose moralmente più disgustose che ci lascia in eredità la guerra”: George Orwell difende Wodehouse e Pound (e scrive a Henry Miller)

Posted on Giugno 27, 2019, 8:41 am
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Orwell è il santone da citare in ogni occasione, su in Albione. Però dovrebbe entrare nel gergo di chi pensa liberamente anche qui da noi. Per dire: in una lettera del 23 febbraio 1946 al suo agente letterario Leonard Moore Orwell usa calde parole per il pubblico italiano.

“Ti spedisco il contratto de La fattoria degli animali per l’Italia, firmato per bene. Se nel prosieguo dovesse saltar fuori qualche difficoltà per il cambio lira-sterlina, cioè un avanzo netto, non far pressione in Italia. È importante che il libro sia tradotto in questa lingua, e nel caso potessero pagarci solo in lire potrei trovare il modo di spendere il denaro in Italia. E dovesse essere questo il caso, ti rimborserei la commissione. Per la traduzione in polacco invece non voglio compensi (…). Per la tua opzione dell’editore USA non so se possiamo contare sul pubblico di laggiù, non credo che potrebbero afferrare. Ricorda che quando mandai il manoscritto della Fattoria a Dial Press nel 1944 me lo spedirono indietro dicendo brevemente che ‘è impossibile vendere storie di animali negli Stati Uniti”.

E ditemi se in definitiva non è un elogio per il nostro popolo, che di democrazia ne aveva vista poca, da parte del più libero e democratico degli scrittori inglesi. In definitiva, non sono solo le istituzioni a rendere saggio e civile un paese: l’Italia se esce a testa alta.

C’è altro. Per capire la libertà di uno scrittore bisogna vedere come scrive di pornografia. Ancora una volta Orwell non si smentisce, ecco un’altra lettera sinora inedita in italiano. È del 26-27 agosto 1936.

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Caro Miller,

Molte grazie per la tua lettera. Mi ha fatto sentire piuttosto male dopo tutto, perché avevo voglia di scriverti le scorse settimane e non ce l’ho fatta. Bene, Primavera nera è arrivato sano e salvo e in parte me lo sono goduto, specialmente i capitoli di apertura, però penso (e lo dirò quando ti recensisco) che un libro come Tropico del cancro che tratta di eventi accaduti o che potrebbero accadere nel nostro mondo reale tridimensionale – è molto più nella tua linea. Mi piacque Tropico del cancro specialmente per tre motivi. Uno: la qualità ritmica particolare del tuo inglese. Due: come hai trattato fatti ben noti a ciascuno ma mai nominati e messi a stampa (esempio: quando il tipo sta per far l’amore con la donna ma sta morendo perché gli scappa da pisciare). Tre: come ti incammini in ogni tua fantasticheria dove le leggi della realtà quotidiana scivolano pian piano sul fondale. (…) Ora però nel tuo ultimo libro ti sei allontanato da questo mondo carnale e sei entrato in una sorta di universo di Mickey Mouse dove le cose e le persone non devono obbedire a regole di spazio e tempo. Oso dire (forse sbaglio e non vedo il tuo schizzo iniziale) che ho una sorta di attitudine a starmene rasoterra e mi sento scomodo quando mi portano via dal mondo reale dove l’erba è verde, le pietre belle dure ecc. Lo so, ora ti senti dire che hai scritto una cosa diversa dalla prima e vieni ripreso per non esserti ripetuto. Ma non voglio che tu pensassi questo, Primavera nera mi ha divertito, la qualità della prosa è molto elegante e soprattutto il punto sullo sterco e gli angeli. (…) Devo andare a mungere la capretta qui fuori ma continuerò questa lettera appena rientro. (…) Il mio ultimo libro, Fiorirà l’aspidistra, sono certo che non sarà pubblicato in America perché è qualcosa di domestico, un soggetto tutto inglese e il pubblico americano ormai è restio verso quel che chiama ‘delicatezza britannica’. Ho notato, poi, lavorando in libreria, che è davvero molto difficile vendere libri americani in Inghilterra. Le due lingue si stanno spaccando come separate da una faglia.

E sì, sono d’accordo sulla povertà inglese. Orribile. Recentemente ho viaggiato nelle peggiori zone carbonifere in Lancashire e Yorkshire ci sto facendo un libro e mi fa pena vedere gente che è finita a terra e ha perso la sua roba negli ultimi dieci anni.

Scrivi se o quando ti senti portato a farlo,

Tuo

Eric A. Blair

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Ora si può fare il salto nel cerchio infuocato. Difendere un ‘traditore della patria’. Bene. Orwell lo fece, naturalmente il saggio In difesa di Wodehouse non è mai stato tradotto in italiano e, no wonder, messo sotto il tappeto anche dalla Penguin.

Il saggio è del 1946 e non compare nella classica raccolta di lettere, saggi e pezzi giornalistici In front of your nose 1945-1950. Lo leggete qui.

Perché questo pezzo sarebbe un problema? Ma perché lo scrittore Pelham Wodehouse (1881-1975), autore di romanzi da camera con protagonista Jeeves, aveva avuto una defaillance in favore del terzo-impero-crucco nel 1941, risiedeva nella Francia occupata e sparlava della madrepatria. Il fatto è che a Vichy erano stati posti i germi della censura che poi gli intellò comunisti avrebbero praticato con gioia a guerra finita.

Insomma, Orwell la pensava così: “Mi dicono che gli editori francesi siano comandati a bacchetta da Aragon e altri quando non vanno pubblicati i libri non-desiderati (per dirne uno, Per chi suona la campana). I comunisti non hanno giurisdizione in materia, ma fosse per loro metterebbero a fuoco la sede di una casa editrice in connivenza con la polizia. Non so per quanto andrà avanti. In Inghilterra senza dubbio sono cresciuti i sentimenti contro il Partito Comunista. In Francia, un anno fa, ho avuto l’impressione che manco un diavolo si preoccupa per la libertà della stampa. Mi pare che l’occupazione abbia schiantato tutti, anche i trotskisti: o magari la decadenza intellettuale era cominciata già prima della guerra”. (Lettera a Philip Rahv del 9 aprile 1946)

L’argomentazione di Orwell in difesa di Wodehouse è tanto semplice quanto corrosiva e onesta: primo, Wodehouse in confronto ad altri colpevoli della destra inglese è poca cosa. Secondo, lo scrittore, sia questi Wodehouse o Pound, non lo si può mettere spalle al muro perché sarebbe una sconfitta immediata per la civiltà. Terzo e ultimo. Se il Regno Unito tratta male Wodehouse finirà che questi si prende la cittadinanza americana – cosa che successe nel 1955. Ma Orwell non fece in tempo a soffrire questa delusione.

Andrea Bianchi

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In difesa di P. Wodehouse

In Qualcosa di nuovo (1915) Wodehouse scoprì le possibilità comiche insite nell’aristocrazia inglese, con tutta la sua trafila di baroni ridicoli e, salvo in pochissimi casi, pure disprezzabili, insieme a conti e chi più ne ha più ne metta. I suoi libri avevano l’effetto, abbastanza curioso, di rendere Wodehouse, se visto fuori dall’Inghilterra, come un penetrante satirista della società inglese. Di qui la considerazione di Flannery per colpevolizzarlo: si sarebbe “fatto gioco dell’uomo inglese”, cosa che probabilmente è avvenuta tra tedeschi e forse anche tra americani. Qualche tempo dopo le registrazioni di Wodehouse da Berlino (“che vincano o no gli Inglesi”) mi trovavo a discutere il fatto con un giovane nazionalista indiano il quale difendeva caldamente Wodehouse. Dava per scontato che Wodehouse avesse “superato” il nemico e dal suo punto di vista indiano la cosa gli pareva corretta. Ma quel che mi interessava fu scoprire che per lui Wodehouse era scrittore anti-britannico e aveva fatto un lavoro utile mostrando nei suoi colori esatti l’aristocrazia britannica. Errore che un vero inglese non commetterebbe, ed esempio curioso del modo in cui i libri, specialmente quelli umoristici, perdono le loro nuance più fini quando raggiungono l’audience straniera. Perché è abbastanza chiaro che Wodehouse non è anti-britannico, e nemmeno contro i ceti alti. Al contrario, una snobberia innocua, vecchia maniera è percepibile nel suo lavoro. Proprio come un cattolico intelligente è in grado di vedere che le blasfemie di Baudelaire o di James Joyce non sono veramente dannose per la fede cattolica, così un lettore inglese riesce a notare che quando crea personaggi come Hildebrand Spencer Poyns de Burgh John Hanneyside Coombe-Crombie, 12esimo Conte di Dreever, Wodehouse non sta realmente attaccando la gerarchia sociale. Infatti, nessuno che genuinamente disprezzasse i titoli scriverebbe così tanto su di loro. L’attitudine di Wodehouse verso il Sistema sociale inglese è la stessa che mantiene verso il codice morale della public-school – tutto facezie morbide per coprire un’accettazione non ragionata delle medesime. Il Conte di Emsworth è divertente perché un Conte dovrebbe comportarsi con più dignità, e la dipendenza senza freni di Bertie Wooster dal maggiordomo Jeeves è divertente in parte perché il maggiordomo non dovrebbe essere superiore al suo signore. Un lettore americano può far confusione su questi punti, e altri simili, e prendere l’insieme come una caricatura perché è già incline a essere anglofobo e questo insieme corrisponde alle sue idee preconcette di aristocrazia decadente. Bertie Wooster, con il suo battibecco, col suo bastone da passeggio, è l’inglese tipico, da pedana. Ma, come può avvertire qualsiasi lettore inglese, Wodehouse lo intende come figura simpatetica, e il reale peccato di Wodehouse è stato presentare i ceti alti come composti di persone carine, quando in realtà così non è. Attraverso tutti i suoi libri alcuni problemi sono costantemente evitati. Quasi senza eccezione i suoi giovani danarosi sono senza pretese, di mente aperta, mai avari: il loro tono è quello di Psmith, il quale si ritiene superiore alla sua stessa categoria ma poi crea un ponte verso gli altri chiamando tutti Comrade, compagno, camerata.

Ma c’è un altro punto circa Bertie Wooster: è fuori dall’epoca. Concepito nel 1917, o in quei dintorni, Bertie davvero appartiene a un’epoca ancora precedente. Uno scrittore umoristico non è obbligato a mantenersi aggiornato e, una volta trovata una vena buona (o due), Wodehouse continuò a sfruttarle con regolarità – e questo non era mica facile giacché non mise piede in Inghilterra nei sedici anni precedenti al suo internamento a opera dei nazisti [1924-1940]. La sua immagine della società inglese si era formata prima del 1914 ed era naïve, tradizionale, in fondo un ritratto pieno d’ammirazione. I suoi libri non miravano, si capisce, a un’audience intellettuale ma a quell’insieme di persone istruite in modi consueti. Nella sua intervista alla radio con Flannery, Wodehouse si domandava se “il genere di persone e d’Inghilterra di cui scrivo vivrà dopo questa Guerra”, senza capire che costoro erano già dei fantasmi. Dice Flannery pensando agli anni Venti che “Wodehouse viveva negli anni Quaranta come fosse negli anni di cui scriveva”. (…)

Nelle circostanze disperate del tempo era scusabile essere arrabbiati per quel che Wodehouse faceva, ma continuare a denunciarlo tre o quattro anni dopo – e anche più, per lasciare impresso che aveva agito consapevolmente da traditore – non è scusabile. Poche cose in questa guerra sono state più moralmente disgustose dell’attuale caccia a traditori e imitatori di Quisling. Nel migliore dei casi si tratta di punizione di colpevoli a opera di colpevoli. In Francia ogni genere di topi zoccola – ufficiali di polizia, giornalisti al centesimo, donne che andavano coi soldati tedeschi – sono inseguiti senza eccezione, mentre i veri ratti di fogna scappano via. In Inghilterra le tirate più severe contro i vari Quisling sono pronunciate dai conservatori (quelli dell’appeasement del 1938) e dai comunisti (avvocati dei conservatori nel 1940). Ho tentato di mostrare come il pessimo Wodehouse – solo perché il successo e l’espatrio gli consentirono di rimanere mentalmente nell’età Edoardiana – sia diventato il corpus vile all’interno di un esperimento di propaganda, e vorrei suggerire che ora è tempo di considerare l’incidente come chiuso. Se Ezra Pound è catturato e fucilato dalle autorità americane, l’effetto sarà di stabilire la sua reputazione di poeta nei secoli a venire; e anche nel caso di Wodehouse, se lo induciamo a stabilirsi negli Stati Uniti rinunciando alla cittadinanza britannica, finiremo per vergognarcene orribilmente. Nel frattempo, se realmente vogliamo punire chi ha indebolito il morale della nazione nei momenti critici, ci sono altri colpevoli più vicini a casa nostra e che davvero si meritano di essere rintracciati.

George Orwell

* la traduzione è di Andrea Bianchi