“Ormai è stato scritto tutto, ma forse posso trovare un modo originale per dire qualcosa di importante”: Anne Cathrine Bomann, esordiente di successo della letteratura danese, dialoga con Matteo Fais

Posted on Febbraio 22, 2019, 9:49 am
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La sua prosa è netta, limpida. La trama sintomatica di un certo modo di intendere la letteratura: insomma, “niente effetti speciali” come avrebbe detto Raymond Carver. Bando ai personaggi fuori dal comune, irrealistici, così particolari da non rappresentare che sé stessi. L’ora di Agathe, il debutto narrativo di Anne Cathrine Bomann, scrittrice e poetessa danese pubblicata in Italia da Iperborea – encomiabile casa editrice, la sola a portare qui da noi la letteratura scandinava – è essenziale, privo di compiacimenti e fronzoli. Il testo rilancia in grande stile l’esistenzialismo, indegnamente scomparso dalla scena letteraria, evitando certi inutili avvitamenti filosofici. Solo uno psicanalista alle prese con i problemi della vecchiaia e della morte, e quello di ritrovare un qualche interesse per il lavoro e i suoi pazienti. La scossa finale che aspettava gli arriverà attraverso l’incontro con un oscuro e tribolato personaggio, Agathe, che gli imporrà di essere accolta in cura, malgrado lui sia prossimo alla pensione. Il testo potrebbe costituire un esempio per i tanti autori italiani che si affannano nella scrittura di romanzi quantomeno improbabili e con scarsi legami con la realtà, ma è il caso di precisare che forse gioverebbe loro anche prendere qualche lezione di umiltà dalla scrittrice in questione. Malgrado il suo romanzo sia tradotto o in corso di traduzione in ben diciotto paesi, ha accettato la nostra intervista con entusiasmo e ha risposto alle domande in poche ore. Non come i soliti noti che, qui da noi, forti di qualche modesta pubblicazione, si comportano neanche fossero tutti novelli Sartre o potenziali premi Nobel. Con rispetto parlando, ma se andassero in terapia dalla scrittrice – che non per niente è anche psicologa – forse riuscirebbero a ridimensionare la loro delirante egoità.

[Anne Catherine Bomann sarà a Milano sabato 23 Febbraio, alle ore 18:00, presso il Café Rouge – Teatro Franco Parenti. Per info, consultare questo link]

Tu sei una psicologa. In che modo la professione influenza il tuo lavoro di scrittura?

Direi che, sì, mi influenza molto. Infatti il mio debutto narrativo, che affronta tematiche esistenziali, vede uno psicanalista come protagonista. Successivamente ho scritto un saggio sulla schizofrenia e un romanzo per adolescenti che trattava di bullismo, solitudine e difficoltà sessuali. La forza che mi guida è la condizione interiore dei miei personaggi e il modo in cui riescono a destreggiarsi nella vita in generale, oltre che rispetto ai problemi particolari che ho creato appositamente per ognuno di loro. Ma a dirla tutta pubblicai due raccolte poetiche già nel 1999 e nel 2004, ancora prima di iniziare il mio percorso universitario, eppure già allora scrivevo delle stesse tematiche presenti al momento nei miei romanzi. Rovesciando quindi la prospettiva, si potrebbe anche dire che sono diventata una psicologa perché da sempre interessata al modo di pensare, sentire e interagire degli uomini. E questo è in fondo ciò che ho scelto di esplorare in qualità di scrittrice. Con L’ora di Agathe certo ho attinto molto dalla mia esperienza personale come terapeuta. Proprio come il dottore del libro, so bene quanto si possa essere stanchi a fine giornata, dopo aver ascoltato tutto il tempo gli altri parlare; mi sono inoltre chiesta a mia volta come fosse possibile creare il giusto equilibrio tra l’essere una professionista soggetta a remunerazione e l’avere a cuore le sorti dei propri pazienti. Inoltre, per quel che concerne i diversi casi di cui lui parla, non posso nascondere di averli creati anche basandomi su molte delle persone che ho incontrato sul lavoro nel corso degli anni.

Mi sbaglio, o dietro il tuo libro vi sono molte letture esistenzialiste?

In effetti alcuni critici, qui in Danimarca, hanno ipotizzato diversi riferimenti alla letteratura esistenzialista nel mio libro, ma temo che mi abbiano sovrastimata – ho giusto letto Lo straniero di Camus e alcuni manuali di psicologia, quali ad esempio quelli del danese Sløk e dello psichiatra americano Yalom e non mi è mai capitato per il momento – proprio come al personaggio principale di L’ora di Agathe – di affrontare un’opera di Sartre. Ma il mio compagno è un filosofo e ha scritto un articolo sull’esistenzialismo che ho letto alcuni anni addietro, oltre ad aver raccolto nella nostra libreria l’intera produzione di Kierkegaard e molti altri libri importanti. Perciò, non si può negare che in qualche modo sia stata influenzata da questo filone di pensiero nella scrittura del testo. In ultimo, però, la mia più grande ispirazione è costituita dal mio stesso sentimento di essere nel mondo, a contatto con le problematiche esistenziali con cui tutti si confrontano – come il fatto che dobbiamo invecchiare e morire, dare un senso alle nostre vite, e l’essere tutti fondamentalmente soli, volendo citare la più importante. Mi sono quindi limitata a lasciar pensare e sentire al mio buon dottore molte delle cose che io per prima avevo pensato e sentito in passato, aumentando però il tono di voce così da poterle finalmente dire.

Non ho potuto fare a meno di notare che, malgrado tu scriva dal punto di vista del genere opposto al tuo, gli uomini li capisci molto bene. Dimmi, che difficoltà comporta assumere una prospettiva totalmente altra?

Mi fa piacere che tu mi ritenga tanto abile! In effetti, sì, è un po’ strano; sia in L’ora di Agathe che nel mio nuovo romanzo per adolescenti, i protagonisti principali sono maschi. Non so sinceramente perché, mi viene da fare così e non mi è mai parso particolarmente difficile. In fin dei conti, si tratta unicamente di creare un personaggio che si comprenda e, a quel punto, il suo genere perde di importanza, non trovi? Per quel che riguarda il dottore in L’ora di Agathe, credo di aver usato la figura di mio padre come modello per le descrizioni fisiche – ha ottant’anni e quindi attraverso lui ho potuto farmi un’idea di cosa voglia dire avere le ginocchia doloranti, o non camminare più veloce come un tempo e via dicendo. E, anche se non potrei dirlo con certezza, forse il mio passato di giocatrice di ping pong (ho giocato per anni a livello professionistico) mi ha aiutato quando ho dovuto calarmi nella mente di un maschio, essendo stata costantemente circondata da uomini e ragazzi. Il mondo dello sport è sovente un campo a predominanza maschile, o almeno lo era quando c’ero io, e ho spesso viaggiato, partecipato a ritiri, e mi sono allenata, in situazioni in cui ero una delle poche ragazze in mezzo a molti ragazzi.

Perché scrivi? Senti forse ci sia qualcosa che solo tu puoi dire?

La prima risposta che mi viene in mente è che scrivo perché devo, o comunque perché amo farlo. La passione per le parole e il linguaggio viene prima di tutto, credo, e forse è proprio per questo che ho iniziato dalla poesia. La faccenda dell’avere una storia da narrare, trovare una trama e via dicendo, giunge in un secondo momento. Non so mai cosa scriverò in principio, sicché direi che non è propriamente che abbia chissà quale messaggio da trasmettere o che ritenga di poter essere l’unica a dire certe cose. Anzi, di base mi sentirei di affermare che è stato scritto e detto tutto ormai e non penso di avere un contributo particolare da fornire in tal senso. Ma forse posso trovare un modo originale per dire qualcosa di importante rispetto a cosa significhi esistere come essere umano, o creare un personaggio che sia al contempo peculiare e accattivante tanto da mutare almeno in parte la vita di qualcuno, quel che basta per sentirsi riconosciuto o per capire come vivere la propria esistenza, e direi che questo per me può bastare.

Cosa leggi di solito?

In verità, le mie letture sono delle più disparate. Per tanti anni mi sono concentrata in prevalenza sui manuali di psicologia. Gli studi intrapresi hanno richiesto molte letture e, una volta finito, sentivo che fosse comunque necessario continuare così da poter aiutare al meglio i miei pazienti. Al momento, invece, leggo più romanzi e, tra i libri affrontati negli ultimi anni che mi siano piaciuti maggiormente, citerei Nicole Krauss con La storia dell’amore e Milan Kundera con L’insostenibile leggerezza dell’essere. Ho anche apprezzato H. Yanagihara in Una Vita Come Tante. Mi capita inoltre di leggere romanzi gialli come quelli della serie Gruppo A dello svedese Arne Dahl, autori danesi come Morten Pape, Naja Marie Aidt e Iben Mondrup, oltre a testi riguardanti lo scrivere per migliorarmi.

Come descriveresti l’attuale mondo letterario danese?

A voler essere onesta, non ne so granché. Per intenderci, L’ora di Agathe è il mio debutto letterario, uscito nel 2017 per una piccola casa editrice e, anche se sto pian piano cominciando a farmi largo nel mondo letterario danese, direi che sono ancora alla sua periferia. Mi sento comunque di dire che abbiamo anche noi qualche voce di rilievo, specialmente femminile, e che al momento molti romanzi del genere autofiction stanno diventando incredibilmente popolari tra il pubblico. Vorrei inoltre far presente che, a mio giudizio, gli scrittori danesi costituiscono un gruppo amichevole e coeso, felice di aiutare con i propri consigli un autore esordiente, e che quelli tra di loro che hanno letto e apprezzato il mio romanzo stanno facendo un veloce passaparola – questa è stata sicuramente una piacevole esperienza e, per quel che è in mio potere, faccio del mio meglio per dare alla comunità qualcosa di cui possa andare fiera.

Il tuo romanzo, L’ora di Agathe, è stato tradotto in diversi paesi. Non hai timore che l’opera del traduttore possa in qualche modo distorcere il tuo lavoro?

Il linguaggio è stato uno dei punti più importanti per me nel corso della scrittura di L’ora di Agathe, e infatti ecco spiegato perché mi ci sono voluti tre anni per portarlo a termine. Ci ho lavorato su così tanto, a livello di editing, che quasi potrei fare a meno di rileggerlo; non sapevo neppure più cosa fosse sulla pagina, nella mia testa, cancellato o riscritto. So solo che desideravo che ogni frase fosse per quanto possibile perfetta. Per risponderti quindi, sì, ho riflettuto sulla questione della traduzione pensando che forse la mia ricerca per un particolare tono, per un certo ritmo e un respiro poetico corressero poi il rischio di scomparire nella trasposizione in un’altra lingua. Per fortuna i diversi traduttori sono stati così gentili da segnalarmi ogni qualvolta abbiano avuto dei dubbi, inclusa quella italiana, Maria Valeria D’Avino, di cui non posso non sottolineare la scrupolosità nel lavoro. Insomma, sono assolutamente sicura che ognuno di loro abbia fatto del suo meglio e, in fin dei conti, è anche salutare per me non farmi prendere dalla smania del controllo e ricordare quanto sia importante un dono simile, il fatto che qualcuno lavori per far sì che il mio libro possa essere letto dalle persone in tutto il mondo.

Matteo Fais

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You’re a psychologist. How does your profession influence your literary work?

Quite a lot, I must say. First we have my debut novel, which deals with existential questions and features a psychiatrist as the protagonist. Then I wrote a nonfiction book about schizophrenia, and finally a YA-novel (young adult fiction) about bullying, loneliness and a difficult sexuality. The driving force for me is the inner mental states of my characters and how they are going to cope with life in general and the problems that I create for them in particular. But I actually published two poetry collections already in 1999 and 2004, before I even started on my university studies, and back then I was writing about many of the same themes that occur in my current fiction. So you could also turn it around and say that I became a psychologist because I have always been extremely interested in how we humans think, feel and interact. And that is also what I am exploring as a writer. With Agathe of course I drew a lot on my personal experience as a therapist. I know how tired you can be after listening to others talking for an entire day; I too have wondered about how to create the right balance between being a paid professional and caring about my clients, just like the doctor in my book. And when it comes to the different patients that he speaks to, I created them on the basis of the many people that I myself have talked to over the years.

Am I wrong or behind this book there’re many existentialist readings?

In fact a few reviewers here in Denmark have suggested that I make a lot of references to existentialist literature in the book, but I am afraid that they think too much of me – I have only read The Stranger by Camus and some psychologist textbooks by for instance the Danish writer Sløk and the American psychiatrist Yalom, and I have not – just like the main character in Agathe – yet red anything by Sartre. But my boyfriend is a philosopher, and he wrote a paper on existentialism that I read some years ago, and he has put the collected works of Kierkegaard and a lot of other great books up on our book shelf, so of course I was somewhat inspired by this line of thought when writing the book. But I must say that the greatest inspiration was my own feeling of being in the world, living with the existentialist conditions that we all face – that we are aging and are going to die, that we ourselves have to give meaning to our lives, and that we are fundamentally alone, to name the most important. So I let the good doctor think and feel a lot of things that I myself have thought and felt and then just turned up the volume, so to speak.

I couldn’t help but notice that, although you write from a male point of view, you understand men pretty well. How hard is it to look from another perspective?

I am glad that you think so! And yes, it is funny; both in Agathe and in my new YA-novel the main characters are male. I don’t know why this happened, it just came to me this way, and it never felt especially difficult. Perhaps it is just a matter of creating a character that you understand, and then the sex doesn’t really matter that much? When it comes to the doctor in Agathe, I think I might have used my father as a model for the more physical part – he is 80, so through him I could kind of get an idea of how it must be to feel your knees hurting, not being able to walk as fast as you used to and so on. And I don’t know this for sure, but perhaps my background in the table tennis world (I have played for many years on a professional level) has also helped me when trying to get into the head of a man, because there I was constantly surrounded by boys and men. The sport’s world is often a male dominated world, so it has been for me anyway, and I have been on many trips and camps and have had many practicing sessions where I was one of a few girls between a lot of boys.

Why do you write? Do you feel there’s something you can only tell?

The first answer that comes to mind is that I write because I have to, or because I love to anyway. The passion for words and language comes first, I think, perhaps that was why I started with poetry. All this about having a story to tell, finding a plot and so on comes second to me. I never know what I am going to write when I begin, and so it isn’t like I have some great message that I need to send out or that I think I am the only one who can deliver. Basically everything has probably been written and said already, I don’t imagine that I have something new to contribute in that sense. But perhaps I can find original ways to say something important about being a human being, or I can create an original and moving character that can change someone’s life just a little by making them feel recognized or making them think about how to live their own life, and that is enough for me.

What do you usually read?

I read a mix of books really. For a lot of years I concentrated on reading mainly nonfiction textbooks about psychology. There was a lot of reading required during the studies, and when I was finished it felt even more important to keep reading in order to help my clients the best I possibly could. But now, I read more fiction again, and some of the books that I have really enjoyed in the last years include The history of love by Nicole Krauss and The unbearable lightness of being by Milan Kundera. I also recently read A little life by H. Yanagihara and loved it. But I also read crime novels like those about the A-group by Swedish Arne Dahl, Danish books by for instance Morten Pape, Naja Marie Aidt and Iben Mondrup and books about writing to better my craft.

How would you describe the current Danish literary world?

To be honest, I don’t know that much about it. I mean, Agathe was my debut novel and came out in 2017 on a very small publishing house, and even though I slowly begin to enter the Danish literary world now, I would still say that I am somewhat in the periphery of it all. But I will say that we have some very strong voices, especially female, and that at the moment more autobiographical novels seem to be extremely popular. I would also say that the Danish writers seem to be a very friendly crowd who is happy to help a new author with advise, and those who have read my books and liked them are quick to spread the word – that experience has been very pleasant, and I do my best to give back to the writing community as best I can.

Your novel Agathe has been translated in many countries. Are you afraid of how a translator’s work could affect your novel?
The language was very important to me when writing Agathe, and that is one of the reasons why it took me as long as three years to write. I have edited Agathe so many times that at last I almost could not read it anymore; I did not know what was on the page and what was in my head or had been deleted or rewritten. I wanted every sentence to be as perfect as possible. So yes, I have given it some thought that perhaps my search for a special tone, a rhythm in the language and a poetic feel could risk disappearing in translation. Luckily the different translators have been very kind to write to me when they have had questions, including the Italian one, Maria Valeria D’Avino, who was also very thorough. So I have full confidence that each and everyone has done their best, and then it is an exercise for me to just let go and remember what a gift it is that people are working to translate my work so that it can be read by people around the world.