Ora mi incazzo davvero: in libreria non trovo mai i libri che voglio leggere. Esiliano Majakovskij e ci impediscono di diventare immortali

Posted on marzo 09, 2018, 9:31 am
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Poi comincio a incazzarmi. Nelle mie peregrinazioni bibliografico-antartiche inciampo in Ultimo confine del mondo. Lo ha scritto, 70 anni fa, E. Lucas Bridges, figlio del primo missionario inglese che ha colonizzato Ushuaia, la città più australe al mondo. Il libro non è stato tradotto da un oscuro editore di provincia troppi lustri or sono. Einaudi, 2009. Nove anni fa. Il libraio non sa di cosa parlo. Contatto Einaudi. Posso inviarti il pdf, mi dice l’ufficio stampa, gentilissima. 590 pagine illustrate. In pdf. No grazie. Dico. Pago qualsiasi cifra, fammi spedire una copia in giacenza. Non ne hanno. Amen. Cercherò di rubarlo in qualche biblioteca pubblica. Tento con un altro titolo. I Lusiadi. Il poema nazionale portoghese, l’epopea delle esplorazioni di Vasco de Gama, scritto da quel ribelle di Luís de Camões quasi 600 anni fa. I Lusiadi è per i portoghesi la stessa cosa che Shakespeare è per gli inglesi, per intenderci. In Italia il poema è stato tradotto e pubblicato. Prima da Mursia. Poi, nel 2001, da Rizzoli. Introvabile. Ormai ci ho fatto il callo. In libreria non trovo i libri che voglio. In libreria ci sono solo i libri di merda che legge il 40% degli italiani che legge almeno un libro all’anno e sarebbe meglio non leggesse neppure quello. Ora mi incazzo. Oltre all’Antartide e – genericamente – all’arte narrativa della fuga, m’interessa, per deformazione estetica, la poesia russa. Ho già scritto un tot di tempo fa, su il Giornale, che mi sembra una spudorata puttanata che nessun editore ristampi la Poesia russa del Novecento, magistrale percorso antologico costruito da quel gran genio di Angelo Maria Ripellino. Uno strumento indispensabile – e scritto divinamente, in modo seducente, mica accademico – per fare slalom tra Mandel’stam e Achmatova, Esenin, Pasternak, Cvetaeva, Majakovskij, cioè la generazione di poeti più folgorante del secolo, di sempre. Stampata da Guanda nel 1954, costantemente ristampata da Feltrinelli, ora, probabilmente, ci ritengono troppo cretini per poterla leggere. Eppure. Fino all’altro ieri Ripellino era lettura d’obbligo per chi s’avventurava, letterariamente, ‘oltrecortina’. Esempio. Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia. Stampato da Einaudi nel 1959. Testo fondamentale per capire il titanico Vladimir. Esempio. libroLo sapevate che il vero ‘Mistero buffo’ non l’ha scritto Dario Fo, ma proprio Majakovskij, alla russa suona Misterija-buff, proprio cento anni fa? Esempio. Lo sapete che il biglietto di Cesare Pavese, a sigillo del suicidio, è il 1950, “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, è il calco dello stesso cartiglio vergato da Majakovskij vent’anni prima, prima di spararsi al cuore (“Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava”)? Per carità, questo è gossip. Le pagine più belle ritraggono Vladimir nei cafè di Pietroburgo, che in quel vorticoso Diciassette proliferavano come grandine (“Dalla sua bocca quadrangolare volavano non parole, ma pietre tonanti d’un torrente alpestre… le sue idee sono cosmogoniche, ma non è Dante, è Walt Whitman”, scrive un impaurito cronista, il 17 dicembre 1917), ricostruiscono i rapporti tra Majakovskij e il cinema e quelli, pre-felliniani, tra Majakovskij e il circo (“Majakovskij desiderava recitare i suoi versi in groppa a un elefante”, ricorda Vasilij Kaménskij nel 1940). Volete il libro? Fottetevi. Ristampato nel 2002 da Einaudi, ora è introvabile, dovete aggirarvi nei sottosuoli digitali e comprare (a caro prezzo) tra gli avvoltoi del modernariato. Esempio declamato e definitivo. Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Il pamphlet di Roman Jakobson che andrebbe sventolato in faccia alla Storia, è il vangelo dei poeti. “Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame dei tempi… neppure il futuro ci appartiene”. Il grande linguista russo si scontra con il problema capitale. Perché un tempo gravido di novità (il Diciassette, la Rivoluzione russa) ha finito per schiacciare i poeti del cui immaginario, del cui slancio utopico si è abbeverato? “Nel corso degli anni Venti periscono in età dai trenta ai quarant’anni gli ispiratori di una generazione, e in ognuno di essi v’è la coscienza dell’ineluttabile condanna, intollerabile nella sua lentezza e precisione”. Perché un governo, per assolversi, per giustificarsi, deve uccidere il poeta, l’essere più misero? Jakobson, con furia analitica, disseziona Il problema Majakovskij. Perché il poeta sulle cui spalle, si può dire, gravava l’idea stessa della Rivoluzione russa si è ucciso, nel 1930? Eppure, lo credevano immortale. Eppure, Majakovskij era ossessionato dalla morte e dall’immortalità. “Nella primavera del 1920 tornai a Mosca, stretta nella morsa d’assedio. Portai nuovi libri europei e notizie sul lavoro scientifico dell’Occidente”, racconta Jakobson. Il grande studioso porta in Russia anche gli studi di Einstein sulla “teoria generale della relatività”. Majakovskij ne è impressionato. “La liberazione dell’energia, la problematica del tempo, la questione se la velocità superiore a quella della luce non sia un movimento a ritroso nel tempo, tutto ciò appassionava Majakovskij. ‘E tu non credi – mi domandò a un tratto – che così sarà conquistata l’immortalità’. Io lo guardai stupito e borbottai qualche parola d’incredulità. Allora con un’ostinatezza ipnotizzante, che certamente è nota a tutti quelli che hanno conosciuto più da vicino Majakovskij, disse, serrando le mascelle: ‘Io sono assolutamente convinto che la morte non ci sarà. I morti saranno resuscitati’”. Che brano incredibile. Il poeta, con l’ansia dominante del poeta, vuole conoscere Einstein, vuole conoscere la teoria della relatività, vuole divorare e vincere la morte. E si uccide. Questo libro determinante, pubblicato da Einaudi nel 1975, ristampato da Se nel 2004, risulta “non disponibile”. Ora comincio ad incazzarmi. (d.b.)