Ora basta con iPhone, iPod, iPad e legioni di App: fate un regalo ai vostri figli, portateli nel bosco, di notte, a scoprire la libertà

Posted on dicembre 03, 2017, 10:38 am

Ora vi spiego cos’è la libertà. La libertà è quell’ago di paura che ti perfora da parte a parte, dal palato alla pianta del piede, quando perfori il bosco, di notte. La notte, nel bosco, è liquida. Striscia, ti si struscia sui pantaloni, guizza, picchia. Finalmente, hai la libertà di sentirti preda. Ogni cosa, nel bosco, di notte, ne sa più di te – ha occhi che ti puntano addosso, ti denudano. Qualcuno ti pregusta. L’occasione. Mio figlio fa gli anni. 14 anni. Età bastarda. Puoi leggergli tutti i giorni La città di Dio o inculcargli in testa che non esiste libro più rivelativo di Cuore di tenebra: lui ti guarda con occhi incendiati, ride, se ne sbatte, torna al manicomio del cellulare. “Devo rispondere ai messaggi”, dice. Cazzo, dico io, manco ti stessi messaggiando con Donald Trump. Segue: estorsione del cellulare, obbligo alla lettura, lettura della stessa pagina del Signore degli Anelli da almeno un paio di anni in qua. I genitori lo sanno. Nonostante le buone intenzioni, il mondo ti fotte, cannibalizza i figli. I genitori, d’altronde, spesso sono peggio dei figli, sono i vampiri del perbenismo, rimbambiti dai social, rintronati da WhatsApp. Mio figlio fa gli anni e io gli propongo: gita nel bosco. Appennino toscoemiliano, boschi Casentinesi: alcune guide forestali portano piccoli gruppi (non più di dieci persone) nel bosco, di notte, ad ascoltare gli ululati dei lupi. Mio figlio rabbrividisce. Non per l’idea in sé, che lo galvanizza – ma… li vediamo i lupi?, fa lui, e che ne so, non è mica un videogame, dico io. L’idea di passare una giornata intera con il papà lo tramortisce. Posso invitare degli amici? Va bene. Partiamo in quattro. Tre adolescenti che proferiscono minchiate, riempiendo di fango vocale la mia macchina. Urlo. Li riprendo. Gli dico, ‘voi, voi siete la causa del tramonto dell’Occidente, siete voi che ogni giorno, ogni minuto preferite la stronzata di uno youtuber qualunque a leggere Dostoevskij, Conrad, Dylan Thomas, siete voi che state mandando a puttane tre millenni di vertiginosa cultura, redimetevi, cazzo, aprite gli occhi, coglioni!’. Loro ridono. Uno usa il gomito come una freccia, picchia sul fianco mio figlio, ‘simpatico tuo padre, eh!’. Pensano che stia scherzando. Due ore dopo siamo davanti alla guida forestale che ci insegna come si usa la bussola. Segue lezione sulle abitudini del lupo italiano. Nelle foreste Casentinesi pare ci siano una dozzina di branchi. I ragazzi sono sfiancati dalla lezione, ridacchiano, bisbigliano battutine da dementi. Sei di sera. Tempo da lupi. Pioggia fine come seta, continua. Raffiche di vento a levigare il viso, frazionando le parole in sussurri. La guida è una donna. Ci porta con la macchina fino al delta del bosco. Scarponi. Giubbotto. Cappuccio. Si parte. Passo lungo. Piccola torcia. La luce rende l’oscurità un concetto elaborato, sorprendente, inafferrabile. Il freddo costringe al silenzio. Le rocce ci fiancheggiano, abbagliate dalla luce scoscesa, come le tibie di un santo. Dopo un’ora di cammino la guida ci porta su un’altura. Estrae dal giubbotto un megafono. Lancia tre richiami. Attendiamo la risposta del lupo. Il vento dilania i rumori. Forse un rigurgito di guaiti, a valle. Niente. Il lupo non si sente – e non si sentirà, intanato in qualche antro, al riparo. L’esito di ogni richiamo viene comunicato al centro forestale che segue i movimenti dei lupi del Casentinese. I ragazzi camminano per altre tre ore. In silenzio. Sotto la pioggia. Senza cellulare (che non prende), senza giochini, senza youtuber a fare da trapper delle cazzate. La fatica ti fa percepire il corpo, l’oscurità ti impone il rispetto, il bosco – in cui sei estraneo, sulla soglia del rischio – obbliga all’attenzione. Qui se fai il cretino non c’è mammà che ti riprende e tu che sbuffi perché i genitori ti rompono sempre le palle. Qui sei tu, adolescente rincretinito ma ancora vivo, e gli elementi: la pietra su cui risuonano i passi, gli alberi che parlano, la pioggia che lava ogni cosa inessenziale. Fuori dal mondo? Al contrario, dentro al mondo, nelle viscere del mondo. Sono gli umani che si sono costruiti una gabbia dorata – reale e digitale – cacciando fuori il mondo. Quando il mondo rientra, dirompente, nella vita umana, torna la paura. Quello spillo di paura che ti lega da parte a parte i nervi. La libertà.

Morale: per Natale regalate ai figli una gita notturna nel bosco. Loro vi rideranno in faccia. Voi costringeteli ad affrontare, faccia-a-faccia, la notte, nel bosco.

Epilogo. Macchina. La fatica consolida il gruppo. Gli adolescenti non dicono più cazzate. Mi pregano di portarli ancora nel bosco. Undici di sera. Faccio slalom tra i tornanti. Scia d’asfalto in mezzo alla foresta. Un cervo. Sulla strada. Enorme. Palco imponente. Mi fermo. Il cervo è stordito dagli abbaglianti dell’automobile. Si ferma anche lui, ci fissa, gli occhi sembrano fiamme, ferme, indifferenti, ineffabili. Urla dei ragazzi. Scendo dalla macchina. Il cervo, con lenta eleganza, ripiglia il bosco, annega nell’oscurità. I miei occhi corrotti dalla luce non vedono nulla. Sento un fruscio, poi silenzio. Pazzesco. L’apparizione del cervo, nella notte, sembra quello di una divinità. Non c’è pietà, non c’è rettitudine, non c’è giudizio negli occhi del cervo, questo dio odoroso. Nel garbuglio delle sue corna mi è sembrato di leggere il mio nome.

Davide Brullo