“Ogni essere umano è una creatura di confine. Le mie idee migliori? Il passante ferroviario che attraversa Milano è magico per scrivere…”: dialogo con Nicoletta Bortolotti

Posted on novembre 04, 2018, 9:06 am
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Nicoletta Bortolotti, nata in Svizzera nel 1967, ha pubblicato Il diario di Flor. Con cartoline (Mondadori 2011); In piedi nella neve (Einaudi Ragazzi 2015); Sulle onde della libertà (Mondadori 2015); Oskar Schindler il giusto. Semplicemente eroi (Einaudi Ragazzi 2017); La bugia che salvò il mondo (Einaudi Ragazzi 2018); Chiamami sottovoce (HarperCollins 2018).

È vissuta a Lugano. Ha avuto un significato particolare la sua infanzia legata ad un luogo svizzero, ad un confine o ad un margine?

Nata in Svizzera da madre svizzera e padre trentino, e vissuta a Milano, mi sono spesso ritenuta creatura di confine. Torno ancora a visitare la casa dei miei nonni in valle Leventina, dai vetri aperti sul San Gottardo e sul vento che inquieta il bosco. Strattonata da luoghi in apparenza distanti, ma appaiati da una comune smania di altezza, le vette delle Alpi e le guglie dei grattacieli, sono cresciuta con doppie radici. Se è vero, però, che il doppio include la duplice possibilità di somma e azzeramento, sono svizzera e italiana e, al contempo, né svizzera né italiana. Da bambina percepivo lo scarto lieve anche a livello linguistico, nei vocaboli diversi ma simili con cui mia madre nominava il mondo in quella bizzarra e peculiare lingua che è lo svizzero-italiano. A scuola, in Italia, ero considerata “la bambina svizzera”, e in montagna gli amici dell’infanzia mi chiamavano “la bambina italiana”. Bambini di due mondi sono i figli degli emigranti, ma questa aggiunta d’essere viene spesso, per timore forse di un’eccessiva potenza, mutata nel suo contrario: bambini di nessun mondo. Creature senza mondo. Una storia di confine, come quella dei bambini nascosti, doveva forse prediligere un narratore di confine, per tentare la via della parola. BortolottiD’altro canto, creatura di confine è forse ogni essere umano, errabondo ai margini di un’identità e di un’essenza inafferrabili, straniero a se stesso, anima migrante in luoghi che non possiede. Nicole, protagonista femminile del romanzo Chiamami sottovoce, si accomoda sull’orlo di un divano, al margine di una sedia, incerta se sporgersi o ritrarsi, se donare o temere, se incontrare la vita o fuggirla. Varcare un confine apre ad un mondo, ma non chiude al precedente, e per questo comporta un prezzo. Andare e tornare, per Michele, il bambino nascosto, protagonista maschile, comporterà sempre un dolore, una frattura, l’insanabile strappo fra la terra del passato e quella del futuro. Nelle testimonianze di numerosi emigranti che hanno fatto ritorno alla loro patria d’origine, si riscontra un disorientamento, un non ritrovare e non ritrovarsi, poiché gli antichi riferimenti sono scomparsi: gli amici di un tempo, gli odori, i volti, i nomi, i ricordi. Il padre di Nicole e il padre di Michele, il primo come ingegnere, il secondo come operaio, lavorano alla galleria autostradale del San Gottardo, negli anni Ottanta il tunnel più lungo del mondo e la via più breve dalla Sicilia al Nord. È singolare che la strenua volontà di ergere confini e barriere, tramite iniziative politiche mirate a ridurre la presenza di immigrati stranieri nella Confederazione elvetica, si accompagni al simbolico e, insieme concreto, atto di abbatterli, frantumando la roccia, strappando pietre alla carne viva della montagna da cui sgorgano le quattro sorgenti: il Rodano, il Ticino, il Reno e la Reuss. Proprio l’elemento che rappresenta un confine geografico e storico invalicabile diviene figura dell’abolizione di quel confine. Il tunnel, nel suo significato metaforico, richiama quasi il canale uterino in cui i protagonisti intraprendono un viaggio nel tempo e nello spazio e in se stessi per rinascere a nuova vita.

Ha iniziato a lavorare nel settore dell’editoria occupandosi di libri per ragazzi. Cosa l’affascina del mondo favolato, creaturale di questo genere letterario?

Credo di aver appreso a scrivere per adulti, scrivendo per ragazzi, ma in ogni caso mi ritengo sempre allieva, apprendista, in un percorso incessante dove imparare è un processo privo di punti di partenza e di arrivo. Attingere alla voce narrante bambina significa scendere nel pozzo della memoria per beneficiare di uno sguardo marginale sulla realtà, dello sguardo di chi non è al centro della scena e si trova su un bagnasciuga a impastare mare e terra o in un cono d’ombra a fissare la parete bianca della storia, cogliendo dettagli, verità celate ai grandi protagonisti. Lo sguardo dell’infanzia è più di ogni altro capace di trasfigurare il mondo, perché vede non visto. Il richiamo a Saint-Exupéry è d’obbligo. Camus riteneva che la forza eversiva della letteratura risiedesse nel dare voce alla sofferenza di chi non ha voce. Le creature di confine non hanno voce, l’esistenza dei bambini è spesso relegata ai margini, così come il giardino terrestre, di hillmaniana memoria, che li avvolge. È possibile dunque percepire la forza eversiva, dirompente della letteratura per ragazzi, sismografo sensibile più di ogni altro a cogliere i moti tellurici che scuotono la società, le crepe nascoste che ne minano la stabilità e la sovvertono. Grazie al travestimento favolistico, alieno dalla politica e dalla storia, la letteratura per ragazzi assume talvolta un significato anche politico e rivoluzionario, sedendo sempre all’opposizione nel parlamento della letteratura per adulti. In questo senso narrare favole è talvolta il modo più realistico di narrare. Scrivere per ragazzi educa alla trasparenza dello sguardo e dunque dello stile, del lessico, della parola tramite cui quello sguardo si esprime, epurata dall’opacità del banale. La semplicità non può mai appiattire, ma dovrebbe sempre tendere alla calviniana leggerezza, frutto di un lavoro di sottrazione.

BortolottiRedattrice, copy editor, ghostwriter per Mondadori children e altre case editrici. E ovviamente scrittrice. Come gestisce giornalmente la sua attività lavorativa?

Mi muovo un po’ da funambola tra mondi in apparenza agli antipodi, ma che si nutrono uno dell’altro. Scrivere per lavoro addestra ad una disciplina utile anche quando si scrive per urgenza personale. Regole e limiti, spesso vissuti da alcuni autori come costrittivi, possono offrire sponde più sicure entro le quali concentrare la creatività, senza disperderla. Non è detto che correggere ed editare libri altrui aiuti a cogliere errori o debolezze nei propri. Dunque per me è essenziale sempre lo sguardo esterno dell’editor, a volte affilato e impietoso nel tagliare, asciugare, asportare. Tempi di lavoro, scrittura, affetti debordano uno nell’altro in una dialettica mai risolta. Generalmente scrivo il mattino, per circa due o tre ore, e il resto della giornata lo dedico al lavoro, ai figli, alle incombenze della vita famigliare. Scrivo quasi sempre in cucina perché dalla porta finestra mi entra il giardino.

Si definisce una pendolare. Scrivere in treno è diverso rispetto allo scrivere a casa, nel suo studio?

Il pendolarismo non riguarda solo un’epoca della mia vita che ora si va concludendo perché lavoro soprattutto da casa, ma anche il sentirmi pendolare fra i mondi dell’immaginazione. Quando avevo i figli piccoli e dovevo recarmi quasi tutti i giorni in redazione, scrivere nel lungo tragitto ferroviario era diventata una necessità. Poi un’abitudine irrinunciabile, da cui potrà sembrare paradossale ma ho faticato a distaccarmi. Ai ragazzi che incontro nelle scuole, dico spesso che scrivere è intraprendere un viaggio da una città (la scena o situazione iniziale) a un’altra città (la scena o situazione finale) inserendo il navigatore per visualizzare le tappe intermedie. Se si seguono binari o strade già tracciate, almeno a grandi linee, la scrittura può ancorarsi a un solido percorso, che tuttavia non deve ingabbiarla, irrigidirla. Bisogna prevedere le fermate soppresse, il guasto al motore, la discesa ad una fermata sbagliata. Scrivere in treno aiuta inoltre a delimitare il tempo, per cui quel paragrafo lo devi finire prima di scendere: le parole non devono essere né una di meno né una di più. E il passante ferroviario che attraversa Milano, inabissandosi per alcuni tratti nelle viscere della città, opera talvolta una magia. Quando dai finestrini dilegua il paesaggio in fuga, dal buio affiora il paesaggio di una storia.

Quali sono i suoi riferimenti letterari più incisivi, italiani e stranieri?

Difficile davvero operare una selezione, perché se nomino un autore me ne vengono in mente molti altri. Amo la letteratura russa, su tutti Dostoevskij e il Salamov dei Racconti di Kolima; e poi Kundera, gli ungheresi Márai e Szabò, gli italiani Buzzati, Tondelli, Calvino, Eco, ma in particolar modo Elsa Morante di La Storia, e ora Elena Ferrante. I latinoamericani Marquez, Allende. Degli americani, a parte i classici di sempre (Faulkner, Hemingway, De Lillo, Foe) cito una meravigliosa scoperta recente, Kent Haruf.

Ama la poesia?

Mi sono accostata prima alla poesia che alla prosa, che mi era sempre parsa materia dura, grezza, pesante da lavorare, rispetto alla rarefazione e alla sintesi proprie della poesia. La mia tesi universitaria verteva sul neobarocco nella poesia italiana degli ultimi decenni del Novecento. Negli anni dell’università avevo realizzato insieme ad alcuni studenti, tra cui il direttore Luigi Caricato, una rivista di poesia intitolata Juvenilia. Con l’ingenua audacia della tarda adolescenza avevamo ospitato fra le sue pagine alcuni inediti di Gianpiero Neri, Luciano Erba, Maurizio Cucchi, Franco Manzoni. Il circolo dei poeti milanesi, lungi dall’essere chiuso o intellettualmente snob, ci aveva accolto a braccia aperte con il calore riservato ai più giovani.

BortolottiCome nasce una sua storia?

Una storia può nascere da molteplici ispirazioni che coinvolgono il sentire. Talvolta mi accade di visualizzare una scena, una situazione insolita intorno alla quale costruire l’impalcatura di un racconto. Oppure di udire una melodia appena accennata, un motivo musicale che può divenire il filo invisibile con cui cucire insieme le parole. A volte invece, come accade nei sogni, è un sentimento affilato e urgente ad assumere le sembianze di un personaggio, a raggrumarsi in maschere o immagini.

Chiamami sottovoce è la storia di un bambino recluso in una soffitta e dell’illusione di una donna. La stessa montagna, in alcune pagine del romanzo, sembra parlare. Ci dica la genesi del libro, in cui l’aspetto più interessante è senz’altro il contesto storico degli emigranti italiani e dei loro bambini.

Recentemente, grazie all’apertura degli archivi segreti di Berna, si è scoperta una tragedia silenziosa e ai più sconosciuta: migliaia di bambini italiani, fatti entrare clandestinamente in Svizzera dai genitori emigranti, venivano rinchiusi in soffitte, abbaini, cantine o seminterrati per non essere scoperti. Oppure erano lasciati negli orfanotrofi di frontiera in attesa che i genitori potessero venire a riprenderli. Lì hanno trascorso gli anni migliori della loro infanzia. “Non piangere, non ridere e non giocare”, veniva raccomandato loro. Una volta diventati adulti non hanno perso l’abitudine di chiamare sottovoce. Il racconto si compone di tre voci narranti e si articola su tre piani temporali e tre luoghi separati da un confine: Airolo negli anni Settanta; Milano e Verona nel 2009; Lugano negli anni Trenta. Cinque sono i personaggi, a loro modo invisibili. Nicole Christen, la protagonista femminile e amica d’infanzia di Michele Moro; Michele Moro, il bambino nascosto, costruito sulla base delle tante testimonianze raccolte; Paola Bernasconi, la madre di Nicole, dal cui funerale prende avvio la vicenda; Delia Pizzorno, l’affittacamere che nasconde Michele; la montagna, il San Gottardo, talvolta “invisibile nel suo mantello di tempesta”, dove lavorano i padri di Nicole e Michele. La verità emerge a strati, proprio come le formazioni geologiche del Gottardo. Il racconto si è sedimentato in me per molti anni prima di trapelare nella scrittura. Talvolta mi scontravo con la roccia dura di parole che non volevano piegarsi alle mie intenzioni, talvolta dovevo scalare la parete della narrazione per un’altra via. Il paesaggio alpino si dispiega come un eden che respinge e accoglie, madre di pietra di cui si conserva per sempre il desiderio, paradiso perduto e primigenio dell’infanzia dove si è svolta l’amicizia dei due protagonisti e di cui in entrambi durerà per sempre la nostalgia. Chiamami sottovoce è anche, forse, un racconto sul passato, sulla memoria e sul tempo.

Il presente è costellato dalla cronaca in cui l’emigrazione è diventato il fulcro dell’attività politica. Riscontra un’effettiva presa di distanza tra l’italiano e lo straniero, in particolare il clandestino?

Sorprendono, pur nella differenza di contesto storico e geografico, le analogie con gli ampi movimenti migratori che premono ai confini odierni. Nei decenni precedenti in alcune discoteche si leggeva: “Vietato entrare ai cani e agli italiani”. Oggi le persone che approdano sulle coste del Sud Europa vengono chiamate “migranti” e non “emigranti”. La parola “migrante” evoca l’immagine di uno stormo, che si sposta da un territorio all’altro qualora le risorse non garantiscano più la sopravvivenza. Evoca un popolo senza identità, definito solo dal suo “migrare”, dal suo essere in cammino senza poter mai posare. Forse, anche nelle fini pieghe del linguaggio, si annida la volontà di operare distinzioni fra “noi” e “loro”, di allontanare dalla coscienza, per non assegnare un volto e un nome. Come in passato non l’ebbero i bambini nascosti.

Alessandro Moscè