Oggi ho voglia di scrivere del romanzo “monstre” di Hanya Yanagihara. Ovvero: una vita compilata da Lovecraft, alla ricerca del dolore perfetto

Posted on Giugno 27, 2018, 11:28 am
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Del romanzo di Hanya Yanagihara non ho voglia di scriverne niente, per questo ne scriverò, come fossi un personaggio-marionetta-di-sé-stesso di Samuel Beckett. È una settimana che l’ho concluso e che agli altri dico: “Me ne voglio dimenticare quanto prima. Ora ti racconto di cosa non voglio più sentir parlare…” Il romanzo è Una vita come tante, molto premiato in America, dove la letteratura continua a essere presa sul serio, o così pare a guardarla dall’Italia. In America la letteratura continua a essere incoraggiata e finanziata e promossa, come fosse qualcosa di cui vantarsi per un Paese avere una letteratura eccellente e riconosciuta come tale al punto da essere tradotta nel resto del mondo, come se valesse ancora la strategia ellenica secondo cui la vera conquista è quella che avviene sul piano culturale; certo sono strani questi americani.

Hanya YanagiharaIl romanzo è piaciuto a tutti, forse non è piaciuto del tutto a Daniel Mendelsohn che ne parla non solo entusiasticamente sulle pagine del The New York Review of Book, nel dicembre del 2015, con una recensione dal titolo “A Stripteas Among Pals”, recensione di cui si è accorto anche Remo Ceserani in un articolo su Alias, del 3 gennaio 2016. Ceserani nel suo pezzo tiene conto del fatto che in America si riesce ancora a stroncare senza per forza assecondare il favore del pubblico o dei più, e commette uno spoiler sfacciatissimo: spiattella il finale del romanzo. Quando un romanzo è bello, lo si dice, il finale conta parzialmente, il piacere lo si ricava dal come più che dal cosa, ma anche il cosa conta eccome in un libro così poderoso, specialmente se chi l’ha scritto ha impiegato la sua perizia per rendere imprevedibile il comportamento del suo protagonista, per lasciare chi legge nel suo stesso dubbio: continuare a vivere sì o continuare a vivere no? La domanda, la stessa per tutti quelli che del proprio vivere hanno consapevolezza.

Due cose sul romanzo che ha per protagonista la vita di Jude St. Francis, e specifico: la sua vita più che Jude stesso, perché Jude è dovuto essere a lungo uno spettatore soltanto della sua vita e per un altro lungo tratto un suo comprimario. La prima cosa: le pagine, che nella edizione americana della Doubleday sono 720 e in quella italiana della Sellerio diventano 1094. Le oltre 350 pagine in più della edizione italiana non sono dovute a una traduzione spendacciona in parafrasi, credo ci sia dietro una scelta di editing mirata: carattere grosso e spaziato, pagine con tanto margine bianco. Perché? Ogni pagina del romanzo è piena di una emotività dissimulata e per questo ancora più esplosiva. Bisogna avvicinarsi allo streaptease della storia di Jude St. Francis, come lo stigmatizza Mendelsohn, un po’ per volta, prepararsi, sopportarne lo sforzo che essendo emotivo è doppiamente fisico. Avere il tempo di assorbire ogni suo “Mi dispiace.

Il peso oggettivo, fisico, del romanzo aiuta a entrare nella sua dimensione. Io l’ho letto salendo e scendendo dalle metro, e ho il suo chiaro ricordo nelle braccia che lo sostenevano, sui sedili senza braccioli, e nella schiena, quando il romanzo andava a fondo nello zaino sulle spalle, come un peso del quale anche volendo non puoi mai dimenticartene perché in qualche modo ti limita. Ti ricorda sempre che è là. È lo stesso per Jude: il suo passato lo limita, solo che il suo passato, abusato, non è un romanzo Sellerio da mille pagine: è una biblioteca dell’orrore, espansa come quella di Borges, ma compilata interamente da un Lovecraft quando è del malumore peggiore.

La seconda cosa sul romanzo, la foto in copertina. In questo caso è la stessa nell’edizione americana e in quella italiana, o meglio: in quella americana la foto di Peter Hujar è a tutto campo, in quella italiana è in un riquadro all’interno della copertina blu Sellerio, di nuovo: perimetrata. Contro il romanzo vanno prese delle misure di sicurezza, sono le stesse misure retoriche che la Yanagihara utilizza al suo interno: come si racconta il dolore senza emettere nessun verso di dolore? Senza scivolare nella piacionaggine dell’empatia, della compassione, della morbosità che non dice il suo nome? Non per questo diventando asettici, spietati, indifferenti? Hanya Yanagihara racconta onestamente il dolore senza infingimenti, l’inconsolabile; il più osceno: il dolore autentico, quello che non fa guadagnare punti a nessuno. L’attacco frontale alla bellezza, ciò che rende impossibile l’amare e irraggiungibile la gratitudine alla vita.

La foto in copertina facilita l’equivoco in cui è caduto Mendelsohn quando in finale di recensione scrive “(…) like the image on its cover, Yanagihara’s novel has duped many into confusing anguish and ecstacy, pleasure ad pain”. Bisogna proprio non aver letto il romanzo però per poterci trovare inganno, o confusione. Angoscia ce n’è, dignitosa, ma c’è; estasi pochissime, anzi proprio nessuna, nella vita di Jude; piccole tregue luminose qualche volta, ma parlare di estasi è fuorviante. C’è, come si è detto, il dolore e il piacere è stato distrutto alla radice dal dolore, il dolore ha divorato la salute del piacere; il concetto di piacere, in Jude, è diventato la speranza di non dover subire nuovamente lo stesso dolore, tutto qua. Non c’è niente dell’orgasmo che rende ambigua la foto in copertina, facendole strizzare gli occhi e le narici, alimentando la tensione di collo e fronte che stanno per distendesi nella piccola morte. Nel caso di Jude c’è solo una morte ritardata, rimandata, che fa sbiancare, che fa frantumare i denti, non stringere le labbra, che ti cava gli occhi quando non te li sbarra, certo non te li fa contrarre per un’estasi in arrivo.

Il romanzo è stato definito, fin dalla quarta di copertina dell’edizione Sellerio, “Vasto come un romanzo ottocentesco”, ma di ottocentesco non ha nulla, e di libri con mille pagine e passa ce n’è forse più ora che prima. Narrativamente, si pone dopo tutto, persino dopo le questioni identitarie. Che i suoi protagonisti siano etero o omo o neri o bianchi o credenti o non credenti influisce pochissimo sulle sue sorti, sono post-identitari; influisce, semmai, se abbiano figli o no, se abbiano avuto genitori o no, se siano stati violentanti e se si sia poi mai saputo o no. Formalmente non ci sono particolari invenzioni, la voce narrante potrebbe definirsi ottocentesca, eterodiegetica com’è, ma la qualità delle sue riflessioni e delle sue competenze e il come le combina per portare avanti il racconto, la sua totale mancanza di reticenza al proposito del suo materiale umano scoperchiato, è completamente contemporanea. La domanda più oziosa ma non meno urgente che resta è: il romanzo di Hanya Yanagihara, questo suo lavoro di invenzione, è realistico? Da un punto di vista oggettivo: nulla esclude che una vita possa eseguirsi come la vita di Jude St. Francis; dietro la domanda sul realismo se ne prepara però una ben più insopportabile: se il romanzo è realistico, allora è vero che esiste un dolore fisico e doppiamente emotivo contro cui nulla può né il successo né l’amore ricambiato né nulla? Esiste il dolore perfetto che condanna all’autismo emotivo? Non posso scrivere null’altro di Una vita come tante. Ne scriverò.

Antonio Coda