Posted on novembre 08, 2017, 12:46 pm
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Michele Mengoli è fenomenale. Con la famiglia abita a Bibbiena, in mezzo alle foreste aretine, roba medioevale, da battaglia di Campaldino; con il cuore è a Rimini – a cui dedica reiterati articoli – con la testa è a Capo Verde e con il talento è il direttore – almeno – del “Washington Post”. Mengoli, quando è in giacca e cravatta, è un super esperto di orologeria; quando è ‘informale’ è un giornalista che si occupa di economia, quando è in mutande scrive romanzi. Il primo romanzo si chiama “A capo, di tutto”, ed è un noir rivierasco che flirta con la fuga e con il rischio. Con il secondo libro Mengoli punta una pistola in faccia – letteralmente – ad Alessandro Baricco e agli scolaretti della Holden, si intitola “Iene di carta” e ha l’odore fumante di una sfida. Con il terzo libro Mengoli ha messo la testa a posto. “Il potere è noioso” è un libro scritto con Alberto Forchielli, che è il piccolo Buddha dell’economia planetaria, il Leonardo della globalizzazione, un genio. Il libro lo ha stampato Baldini & Castoldi, l’anno scorso, un fiato prima di fallire. Bellissimo. Ora Mengoli mi vuole fare leggere il suo ultimo romanzo, “Ecco luglio”. Intanto, non posso che imbarcarlo sulla zattera di “Pangea”, perché uno scrittore corsaro come lui è impareggiabile. Ad ogni modo, lui, il Mengoli, lo trovate su www.mengoli.it e gli potete scrivere qui: michele@mengoli.it (d.b.)

 

L’IN(P)Sostenibile leggerezza dell’essere morti

Avete presente quei film di fantascienza ambientati in un futuro cupo? Tipo quelli dove le coscienze sono controllate da un’entità collettiva e le emozioni sono sedate perché non succeda nulla? Ecco, io ci sono capitato dentro. Mi è successa una roba incredibile, estrema, distopica. Sono stato all’Inps.

Arrivo nella strada indicata nella lettera di convocazione, cerco il numero civico nel muro, ma non c’è. Supero un cancello aperto, entro in un cortile e sul retro vedo un signore che fuma assorto appoggiato alla ringhiera di una rampa.

“Buongiorno, mi sa dire dov’è il civico numero 2?”

“È questo” mi fa lui indicando con un cenno dello sguardo la porta a vetri alle sue spalle. Osservo la porta e i muri circostanti e non c’è una targhetta, neppure un adesivo o un foglio A4 attaccato con lo scotch a indicare il ruolo di quel palazzo nel delicato equilibrio dell’Europa di oggi.

Lo ringrazio ed entro.

Dieci minuti dopo sono testimone di una visita inutile perché già anticipata da diversi referti specialistici di altri enti pubblici e difatti dal buongiorno all’arrivederci passano due minuti scarsi.

Vi starete chiedendo, allora non è servita a nulla? È servita a tenere svegli i tre medici seduti uno accanto all’altro, stretti-stretti, dietro a un tavolo che sembrava un banco delle scuole medie degli anni Settanta. Ah, non sembrava, era un banco delle scuole medie degli anni Settanta. Mentre uno dei tre, il più giovane, scriveva una sorta di resoconto al pc – che mi è parso avesse una specie di fessura orizzontale, tipo la Bocca della verità, oppure era il lettore del Floppy disc, non saprei.

Appena entrato – o alla fine della visita, come preferite – ho fatto una domanda. Loro tre si sono guardati in faccia reciprocamente, spaesati, come se l’entità superiore che stava guidando le loro intelligenze fosse andata momentaneamente in crash.

Dopo qualche istante mi ha risposto il più anziano.

“Veramente noi non siamo i competenti in merito a questa richiesta.”

“Allora con chi devo parlare?”

“Deve chiedere della signora Sbirulino nell’ufficio centrale.”

L’ufficio centrale dell’Inps.

Suonava male anche detto dal medico, ma adesso se vi dico che quando sono entrato nell’ufficio centrale c’era una sirena a volume assordante, be’, dovete credermi.

Per i dipendenti dell’Inps doveva essere normale quel suono. Nessuno faceva una piega. Addirittura c’era una specie di Rosy Bindi in versione rock, con i capelli biondo-platino sparati verso l’alto, il giubbino nero in pelle con le frange, i jeans ultra-skinny e il tacco quattordici con plateau. Prima ha impartito qualche direttiva a un paio di sottoposti e poi è andata al distributore automatico e si è gustata il caffè sempre con quel turbinio nelle orecchie. Ripeto, senza fare una piega. Intanto tutti gli altri lì dentro si guardavano increduli, come decine di casalinghe di Voghera sotto la piramide del Cocoricò nella notte di Ferragosto del 1995.

D’un tratto la sirena ha smesso e sulla scena è comparsa una guardia giurata con una sfilza di gradi sulle spalline imbottite del bomberino che sembrava un generale di corpo d’armata.

La guardia giurata si è sistemata all’ingresso, sulla destra, prima della macchina del caffè di Rosy-Bindi-Rock, accanto al distributore automatico dei numerini per le varie file. Si è messo lì dietro e ha appoggiato entrambe le mani sul suo banchetto. Era stremato. Ho guardato l’orologio. Le nove e un quarto del mattino.

Sulla sinistra, invece, c’era il banco delle informazioni con tre addetti. Ancora oltre, la sala d’attesa. Vado al banco delle informazioni. Il tipo si lamenta. Stamattina sono già tre o quattro quelli che sono entrati chiedendo se era l’indirizzo dove ero andato io poco prima e lo diceva con lo sguardo anche verso di me, come per sfogarsi.

Io gli dico. “Non so qui fuori perché non ci ho fatto caso, ma all’altro ingresso non c’è il numero civico e nemmeno una targhetta. Di là siete in incognito.”

Lui non mi risponde ma gli monta la stessa espressione spaesata dei tre medici della visita. Aggiungo: “Scusi, dove posso trovare la signora Sbirulino?”

Si riprende e mi risponde: “Deve chiedere alla guardia giurata.”

È andata proprio così. Il tipo delle informazioni mi dice che le informazioni vanno chieste alla guardia giurata.

Lo faccio. Riparte la stessa domanda. Per tre volte, perché la guardia giurata non capiva il cognome che io gli dicevo. Per tre volte mi ha ripetuto lui una roba che non ho capito io, perché non ho dimestichezza con il suo dialetto stretto, che poteva anche essere aramaico per quanto ero lontano dal comprenderlo.

Probabilmente è stato lui che ha spento la sirena infernale, perché con risoluto pragmatismo ha risolto la questione spingendo il pulsante delle file e dandomi in mano il numerino “C8”.

L’ho ringraziato e mi sono avviato verso la sala d’attesa. Lì ho incrociato lo sguardo di una signora, che doveva essere una habitué, perché ha guardato il monitor che indicava “C3” e ha sbuffato un sorrisetto di scherno e con il suo dito indice sul mio tagliando mi ha informato che al mio turno potevano volerci anche un paio d’ore.

Ho buttato il numerino nel bidone e sono uscito in strada. Ho girato la testa. Il numero civico non c’era neppure lì. Ho respirato forte. I passanti camminavano veloci sul marciapiede. Le auto affollavano la strada. E ho sorriso ai segnali di vita che ancora c’erano fuori dall’Inps.

Michele Mengoli