Ode a Dino Zoff, il simbolo dell’Uno, eterno, indistruttibile, paradigma di Dio e dell’immortalità sportiva (con appendice sui portieri goleador)

Posted on Feb 23, 2018, 11:28 am
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Sono cresciuto con l’idea che il numero 1 fosse comune a tutti portieri. Quand’ero ragazzo, i vari Castellini, Albertosi, Pulici, Bordon, Superchi, avevano tutti un 1 stampato sulla schiena, anche se per me quel numero valoroso se lo meritava solo Zoff, il mio mito, sempre identico a sé stesso e imperturbabile, un uomo serio e nero, con la sua maglietta nera, i pantaloncini neri, i calzettoni neri. Dino Zoff era il simbolo dell’Uno, eterno, indistruttibile, paradigma di Dio e dell’immortalità sportiva. Per merito suo, il ruolo di portiere nella Juve degli anni 1972-75 fu idealmente rappresentato da un sistema binario. Le due cifre, 0 e 1, che per Leibniz rappresentavano il nulla (0) e Dio (1), si adattavano perfettamente ai due portieri della squadra bianconera: se Zoff era l’1, Massimo Piloni, il portiere di riserva, era lo 0, inteso come presenze. E la stessa sorte toccò a Giancarlo Alessandrelli, la cui storia è ancora più malinconica: dopo quattro anni di panchina, nell’ultima giornata del campionato 1978-79, l’allenatore Giovanni Trapattoni lo fece subentrare a Zoff nel corso di Juventus-Avellino, sul risultato di 3-0; in meno di mezz’ora Alessandrelli subì tre reti e la partita si concluse 3-3. L’anno successivo venne ceduto all’Atalanta, in Serie B. Per nulla impietosito, Zoff continuò la sua striscia ininterrotta di presenze e, in barba a Luciano Bodini, il nuovo vice, arrivò a collezionare 330 partite in Serie A, tutte di fila.

L’unità impregna ogni numero ma esclude per sé stessa ogni pluralità. Nell’alfabetico ebraico, la lettera numero 1, la Alef, simbolizza l’individualità realizzata: ogni persona è un essere unico e irripetibile, e chi è più unico e meno interscambiabile di un portiere? I moduli del calcio moderno hanno sigle che non lo comprendono affatto: si parla di 4-4-2, 4-3-3, 5-3-2, ed è facile accorgersi che sommando queste cifre si arriva a 10. Il portiere ne è escluso, relegato alla solitudine del suo numero e all’impotenza di non riuscire a contrastare le mosse dell’avversario finché questo non decida di mirare nello specchio della porta. E anche nei momenti di gioia, la sua solitudine è dolorosa, per quanto egli voglia tuffarsi tra gli altri numeri, compagni di gioco che si stringono insieme come fratelli. Alcuni bellissimi versi di Umberto Saba spiegano che, dopo un gol della sua squadra, il portiere rimane presso la rete inviolata, ma “la sua anima partecipa alla gioia dei compagni. Per la gioia fa una capriola, manda da lontano dei baci. Della festa, egli dice, anch’io son parte”.

Eppure nella storia del calcio esistono portieri che hanno infranto questa solitudine o l’hanno addirittura violata nel modo più estremo, proiettandosi nell’aria avversaria e diventando celebri per un insolito fiuto del gol. Il brasiliano Rogério Mücke Ceni, specialista in rigori e punizioni, detiene il record di gol realizzati, 129; il più celebre paraguayano José Luis Chilavert, eletto dalla IFFHS miglior portiere al mondo nel 1995, 1997 e 1998, ne ha segnati 62, di cui 45 su calcio di rigore, 15 su punizione e, incredibile a dirsi, 2 su azione. Il colombiano René Higuita, famoso per la ‘mossa dello scorpione’, una parata che consisteva nel lasciarsi superare dalla palla per poi colpirla in tuffo con entrambe le suole delle scarpe, ha al suo attivo 45 gol. Il bulgaro Dimitar Ivankov, specialista dei calci di rigore, ne ha segnati 42. In Italia, Michelangelo Rampulla è stato il primo portiere a realizzare un gol su azione nel campionato italiano di Serie A: accadde il 23 febbraio 1992, contro l’Atalanta, all’epoca in cui vestiva la maglia della Cremonese. Un colpo di testa che superò il collega Ferron e regalò alla sua squadra un insperato pareggio. Quando tornò tra i pali, qualche secondo prima che l’arbitro fischiasse la fine, persino i tifosi atalantini lo applaudirono. Un primato eguagliato da Massimo Taibi, che il 1 aprile 2001, nella partita Reggina-Udinese, con i bianconeri in vantaggio per 0-1 all’89°, si portò nell’area avversaria colpendo di testa e procurandosi un calcio d’angolo. Sul successivo tiro dalla bandierina, benché non potesse sfruttare l’effetto sorpresa, Taibi si fece beffe dei difensori avversari e colpì ancora di testa, mandando in rete il pallone dell’1-1 finale.

Vale la pena di chiedersi, infine, se Zoff sia mai andato a cercare gloria nell’aria avversaria. Probabilmente non ne ebbe motivo, per il semplice fatto che la sua Juve vinceva quasi sempre, e tuttavia, se nella dialettica trova verosimilmente posto il dubbio, appare evidente che la sua aderenza al ruolo glielo abbia impedito. In lui, numero e sostanza erano appaiati, e correre sbuffando da porta a porta ne avrebbe sminuito la fierezza e l’appartenenza al rango di attore di stampo brechtiano, straniato e distante dai sovra toni e dall’emotività degli altri giocatori.

Francesco Consiglio