Ode a Vladimir Majakovskij, il megafono della Rivoluzione che voleva far risorgere i morti e fu ucciso da Lenin e da Stalin

Posted on Ottobre 15, 2018, 6:30 am
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In quella generazione di poeti avventati verso il futuro, rigorosamente nel rischio, era diventato un genere letterario, le poesie per Majakovskij. “Solo e spesso scontento,/ con impazienza affrettavi il destino,/ sapevi che preso saresti entrato libero, gioioso/ nella tua grande lotta”, scrive Anna Achmatova in Majakovskij nell’anno 1913. Nel 1913 Vladimir Majakovskij nasce alla letteratura con quell’opera omonima, quasi a sancire la fusione tra arte e vita, Vladimir Majakovskij. “Ascoltai completamente assorto, col cuore in gola, trattenendo il fiato. Non avevo mai udito niente di simile”, scrive Boris Pasternak. “Io fissavo Majakovskij senza staccargli gli occhi di dosso… l’apparire di Majakovskij aveva del prodigioso e costringeva tutti a voltarsi verso di lui… la vetta del destino poetico era Majakovskij, e il tempo ne ha dato conferma”, scrive Pasternak nel Salvacondotto. Così, 105 anni fa, cambia la poesia russa ed è lui, Majakovskij, a farsi portavoce della più fallace delle Rivoluzioni, quella dell’arte e della lirica, la rivolta dello spirito.

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majakovskijNel 1921 è Marina Cvetaeva a definire il carattere astrale di Majakovskij, “arcangelo dal passo pesante/ salve nei secoli Majakovskij!…/ Sbadiglia, saluta e riprende a remare/ con la stanga come un’ala/ d’arcangelo carrettiere”. Majakovskij appare subito, da La nuvola in calzoni e Il flauto di vertebre, indescrivibile: Kornej Cukovskij lo dice “poeta delle catastrofi e delle convulsioni… Isaia vestito da apache”; Pasternak lo descrive come “un giovane cospiratore terrorista, uno dei personaggi minori, provinciali di Dostoevskij”. Il fisico è tutto in Majakovskij: egli è grosso, bello, faccia da guerriero e profilo da attore; le sue parole si ‘sentono’, vanno tastate. Se il carisma di Majakovskij è solare, popolare, quello di Pasternak è nascosto, remoto, secondo la sua convinzione che “una vita senza mistero, senza intimità, una vita messa in mostra tra il luccichio degli specchi è per me inconcepibile”. Majakovskij è la religione della poesia sovietica tanto quanto Pasternak ne è la teologia negativa.

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Boris Pasternak è ossessionato da Vladimir Majakovskij. Il salvacondotto, il suo primo esercizio autobiografico – da leggere per la leggiadria della lingua – si chiude sulla morte di Majakovskij, come se essa costituisse la fine, definitiva, del secolo sovietico. “Quando tornai là, di sera, era già nella bara… gli altri lottavano, sacrificavano la vita e creavano oppure sopportavano sconcertati, ma erano pur tuttavia gli indigeni di un’epoca passata e, nonostante le differenze, erano conterranei da essa imparentati. Solo a lui la novità del tempo scorreva climaticamente nel sangue”. Pasternak pensa che il genio di Majakovskij sia ravvisabile nella novità. Una novità troppo vasta, tanto da sfondare la morte con il suicidio.

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Nella seconda autobiografia, Uomini e posizioni, Pasternak marca la distanza da Majakovskij. “Quando conobbi Majakovskij, si scoprì che tra noi c’erano sorprendenti coincidenze tecniche, una costruzione affine delle immagini, un’affinità nel sistema della rima”, eppure, “la nostra affinità è stata esagerata”. Con un distico, in quella poesia tanto celebre, Morte di un poeta, Pasternak dice tutto Majakovskij, “Il tuo sparo fu come un’Etna/ in un pianoro di vigliacchi”. La vera Rivoluzione fu lui solo, Majakovskij, leone sacrificato sull’altare sovietico: Vladimir fu la novità e lo sparo, fu lava – e la lava, prima d’incrostarsi in scrittura imperitura, lava, leva e cancella ciò che c’era prima di lei. Gli altri – tra i quali, senza scampo, si pone Pasternak – sono “gli indigeni di un’epoca passata”, sono vili passatisti, vigliacchi. Tutti hanno tradito la Rivoluzione, tranne Vladimir.

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Con riconoscibile cinismo, Pasternak coglie un punto critico fondamentale. “Cominciarono a imporre Majakovskij con la forza, come le patate al tempo di Caterina. Questa fu la sua seconda morte. Di essa egli è innocente”. Majakovskij, in un’epoca in cui non esisteva l’assolutismo dei social né la tirannia di twitter, fu piegato ai fini di partito, inculcato come il cantore dei Soviet, il megafono di Lenin. Nel dicembre del 1935 Boris Pasternak scrive a Iosif Stalin, prima ringraziandolo “della fulminea e prodigiosa liberazione dei familiari dell’Achmatova” – per cui si era prodigato – poi perché “adesso che Lei ha messo Majakovskij al primo posto… col cuore leggero posso vivere e lavorare come prima, in un modesto silenzio, con imprevisti e misteri senza i quali non amerei la vita”. Al di là delle vaste – e un poco vili – parole di Pasternak, non posso non sorprendermi: l’assassino Stalin, il demoniaco khan, ad ogni modo, amava discettare di poesia. Porre Majakovskij sul marmo – Pasternak lo sapeva bene – ha un esito immediato: condurre al lento disconoscimento della forza rivoluzionaria della sua poesia. Ed è questo l’aureo desiderio della ‘politica’.

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majakovskijPer anni, Vladimir Majakovskij è stato considerato, in Italia, il sunto della poesia russa del Novecento. Angelo Maria Ripellino, che è stato il grande traduttore di Pasternak, scrive: “Nato nelle foreste del Caucaso, in Georgia, sulle rive del fiume montano Chanis-Cchali, Majakovskij entrò nelle lettere russe come un gran soffio di vento, turbando con la sua apparizione fragorosa, coi suoi motivi eterocliti, la falsa pudicizia di molti esteti gonfi di letteratura”. Editori Riuniti ha raccolto, nel 1972, le Opere di Majakovskij, schema riproposto da Pgreco nel 2011; sue poesie sono state tradotte, tra gli altri, da Serena Vitale – che a Majakovskij ha dedicato l’informatissimo romanzo-reportage Il defunto odiava i pettegolezzi, Adelphi, 2015 – da Bruno Carnevali, da Guido Carpi. Oggi, però, l’opera di Majakovskij è lentamente sostituita da quella di Anna Achmatova, di Marina Cvetaeva, di Osip Mandel’stam, che meglio sembrano corrispondere al nostro tempo.

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“I futuristi, e specialmente Majakovskij (che si trovava allora a Pietrogrado), accolsero la rivoluzione come un uragano che avrebbe spazzato l’accademismo e il vecchiume retorico. Vagheggiavano che il nuovo regime si affrancasse dalla zavorra culturale e da tutta la scialba oleografia dei borghesi. Nel nostro poeta le vicende di Ottobre parvero rinvigorire l’ardore pugnace, la sprezzatura polemica, la gioia esuberante dei colori e dei suoni. Nell’ebbrezza del grande rivolgimento, egli si prodigò in dizioni poetiche, in dispute e nella diffusione di manifesti, che non tardarono a suscitare lo sdegno di nuovi pinzocheri spauriti dalla sua veemenza”, scrive Ripellino in un libro mirabile, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, 1959).

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L’ispirazione di Vladimir Majakovskij nasce nel 1910, in carcere, fermato dalla polizia zarista. “Vladimir Vladimirovic Majakovskij ricevette la vocazione alla poesia a Mosca, dopo la prigione di Butyrki – s’era nel 1910. La vocazione del poeta comincia con l’angoscia. Un grande poeta nasce dalle contraddizioni del suo tempo. Conosce prima degli altri l’ineguaglianza delle cose, il loro spostamento, il corso del loro mutamento. Gli altri ancora ignorano il dopodomani. Il poeta lo definisce, ne scrive, e ottiene il disconoscimento. La gente ricorda Majakovskij come l’eterno vincitore. Parlano di come resisteva in carcere, ed è vero. Vladimir Majakovskij era un uomo fortissimo. Ma aveva sedici anni”, scrive il massimo esegeta del poeta, Viktor Skloskij, in Majakovskij (il Saggiatore, 1967). La poesia è forza, la poesia è una forma di disciplina. Vent’anni dopo, però, il poeta, recluso nel carcere della sua mente, si uccide.

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majakovskijCarmelo Bene è riuscito a far risuonare la possanza lirica di Majakovskij. “Il mio verso/ a fatica/ squarcerà la mole degli anni/ e apparirà/ ponderabile/ ruvido/ lampante/ come nei nostri giorni/ è entrato l’acquedotto/ costruito/ dagli schiavi di Roma”. In realtà, la ‘parte’ si è approfittata di Majakovskij defunto, ma Majakovskij vivente dava fastidio, faceva paura, fu ulcerato da un tacito esilio. Nel 1919, quando Majakovskij – sulla scia di Marinetti – tenta di redarre in partito il Collettivo comunista-futurista (Komfut), trovò muraglie di sospetto, gli fu impedito (“Per Majakovskij il 1919 fu senza dubbio un anno di disillusioni – lui e i suoi si resero conto non solo che la Rivoluzione dello Spirito era lontana, ma anche che, così come loro stessi la presentavano, non era auspicata”, Bengt Jangfeldt). D’altronde, fu imposto un limite alle tirature dei suoi libri: erano troppi e vendevano troppo. A dare ordine che “questi futuristi non possano pubblicare più di due volte l’anno e in non più di 1500 copie” è Lenin in persona, che si sentiva in ombra, messo all’angolo da Majakovskij. Che paradosso: il santino della Rivoluzione fu divorato dalla Rivoluzione. Il regista sovietico Aleksandr Dovzenko ha testimoniato la depressione del poeta poco prima del suicidio: “era spossato dalle nullità, dai ruffiani, cannibali e speculatori della Rapp”. Rapp sta per ‘Associazione russa degli scrittori proletari’.

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Intorno al problema Majakovskij il linguista Roman Jakobson ha scritto il pamphlet che corrode quegli anni in cui i poeti si uccidevano o erano messi a morte, Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Il racconto del suo incontro, è primavera, Mosca, 1920, con Majakovskij affascina. “Portai nuovi libri europei e notizie sul lavoro scientifico dell’Occidente. Majakovskij mi fece ripetere più volte il mio resoconto confuso della teoria generale della relatività e della discussione che allora le si svolgeva intorno… raramente lo avevo visto così attento e affascinato”. Il poeta sedotto dalla scienza. Perché? “‘E tu non credi – mi domandò d’un tratto – che così sarà conquistata l’immortalità?’… allora con un’ostinatezza ipnotizzante, che certamente è nota a tutti quelli che hanno conosciuto più da vicino Majakovskij, disse, serrando le mascelle, ‘Io sono assolutamente convinto che la morte non ci sarà. I morti saranno risuscitati. Troverò un fisico che mi spieghi punto per punto il libro di Einstein’… per me in quell’istante si rivelò un Majakovskij completamente diverso: l’imperativo di una vittoria sulla morte lo possedeva”. Con ipnotica ingenuità, il poeta vuole vincere la morte, vuole far risorgere i morti: non è questa, infine, la poesia?

Davide Brullo