Ode a Luca Barbarossa, poco “urlato” e poco “gossiparo”. Perciò, bravissimo. Riflessioni intorno a un concerto

Posted on marzo 20, 2018, 11:06 am
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Avevo sei anni e vivevo felicemente a Venezia quando un ragazzo con una cascata di ricci in testa e una faccia simpatica esordiva in televisione con una canzone che mi aveva “colpito”. Per musicalità e perché diceva una parolaccia: “puttana”. Aveva 20 anni e quando sei piccolo uno di 20 anni è “tipo un uomo”. Solo crescendo ho capito che “ventanni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più”.

Lui si chiamava come il mio migliore amico e siccome una delle cose belle di quando si è ancora bambini è il fatto di avere un migliore amico, sentendo quel ragazzo che cantava una canzone sulla città in cui è nata mia sorella Elena (Roma), mi sembrava di avere due migliori amici.

Lui – il cantautore – si chiama Luca Barbarossa e domenica 18 marzo si è fermato al teatro Novelli di Rimini per fare un concerto. Anzi, un gran bel concerto.

Più o meno a inizio anno, appena saputa la notizia che Willie Sintucci, il vulcanico organizzatore riminese di eventi (tra le sue perle, qualche anno fa, l’aver portato Lou Reed a mangiare al ristorante il “Lurido” di Borgo San Giuliano), lo aveva “preso”, mi si sono aperte un po’ di “finestre”.

Qualche anno fa, al MEI di Faenza, mi sono trovato a discutere con una persona sulle diverse “scuole romane” di cantautorato. Lei sosteneva che ce ne fossero solamente due, quella degli anni Settanta di De Gregori e di Venditti, e poi quella degli anni Novanta, quella di Silvestri, Fabi e Gazzè. Oggi non so se ce ne sia una quarta (quella di Mannarino?), ma è fuori dubbio che tra queste due “canoniche” ce ne sia una, forse apocrifa, iniziata negli anni Ottanta e che ha visto, seppure poeticamente diversi, due interessanti interpreti: Eros Ramazzotti e Luca Barbarossa. Che possono piacere come no, ma che comunque hanno scritto perlomeno qualche pagina di storia musicale.

Il mio primo incontro con Barbarossa è avvenuto circa 15 anni fa, a Forlì, quando un club bellissimo Corso Garibaldi 82 (credo sia chiamasse così) lo ospitò. Ora: adoro intervistare gli artisti. Tra le domande che non manco mai, ce n’è una: “Che canzone avrebbe voluto scrivere tra quelle che non ha scritto?”. Durante il concerto forlivese, disse prima di eseguirla, di amare molto La leva calcistica della classe ‘68 di Francesco De Gregori (che tra l’altro non ho mai intervistato perché quando si esibì con Lucio Dalla a Cesena nel 2010, in occasione del tour “Work in progress”, disse che avrebbe voluto comporre Com’è profondo il mare perché la trovava “drammatica, profonda e sincera” mentre Dalla all’amico avrebbe voluto prendere Santa Lucia).

Cappello lungo e a punta tipo “Cyrano”, ma doveroso per spiegare – non che a qualcuno importi – il perché sia andato a vedere Barbarossa a Rimini, artista elegante e di nicchia, quasi timido, poco “urlato” e poco “gossipparo” e quindi “umile”, nel senso più nobile del termine (tutti talenti che appartenevano anche all’ottimo Gian Maria Testa).

Concerto in due atti senza intervallo – del resto siamo a teatro e il teatro vuole le sue regole: pochi schiamazzi, vestiti bene e non da zingari (non siamo né a fare lo struscio sul corso il sabato pomeriggio né in qualche centro sociale a pogare e fumare cannoni), qualche goccia di profumo dietro la nuca e sui polsi – per un viaggio che parte dal presente (in suo nuovo album, il suo primo concept album, Roma è de tutti) e poi fa le capriole di Pulcinella e torna all’indietro, alle origini. Si parte con “Passame er sale” e segue più o meno la scaletta del cd: “Comme stai”, “La dieta”, “La pennica”, la bellissima “Via da Roma” scritta da Luigi Magni, “Tutti fenomeni”, “La mota”. Il secondo atto è una cavalcata negli anni Ottanta: “Roma spogliata”, “Via Margutta”, “Come dentro un film”, “L’amore rubato”, “Yuppies”, “Portami a ballare”. Nei bis, tra gli applausi e il dono di oggetti sul palco – rose rosse, peluche, sacchetti di carta colorati ed elegantemente confezionati (ché pure Luca, sul palco, era ben confezionato nel suo vestito e giacca neri e un fisico asciutto) – accompagnati con lo sguardo in parte preoccupato e in parte stupito di una delle maschere del teatro, Giuseppe Righini (che è anche un ottimo cantautore), si accendono le luci. Il pubblico ha il proprio sorriso stampato sulla faccia, e se lo porta a casa, prezioso come una goccia di pioggia quando una donna ti lascia.

“Passame er sale”. Ma con calma: non che io soffra di pressione alta, ma per questa sera mi sono bastate le canzoni.

Alessandro Carli