Ode a Franco Baresi, il numero 6 più forte di tutti i tempi. Fu il numero 23 (in congiunzione con il 17) a corrompere il mito

Posted on Marzo 07, 2018, 12:02 pm
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La storia calcistica di Franco Baresi, considerato unanimemente dalla critica sportiva internazionale uno dei maggiori talenti mai apparsi su un campo di calcio, vive la sua pagina più triste nella finale dei Mondiali del 1994.

Tutto ha inizio il 23 giugno, quando Baresi, durante il vittorioso incontro con la Norvegia, si rompe il menisco. Sul 23 si potrebbero scrivere fiumi d’inchiostro. I miei nonni, appassionati giocatori di tombola, dicevano che quel numero era sinonimo di culo e quindi di fortuna, ma forse si sbagliavano. Basti pensare alle incredibili curiosità numerologiche che è possibile leggere sul web: (pare che) il 23 fosse il numero preferito da Hitler; (pare che) Giulio Cesare sia stato ucciso con 23 coltellate; (pare che) Gesù ricevette 23 frustate prima di vedere Satana tra la folla; (pare che) l’Apocalisse di Giovanni, sia stata privata di un misterioso capitolo 23 in cui è scritto chiaramente che Satana vincerà la battaglia con Dio e prenderà il controllo della Terra; (pare che) sommando le cifre del giorno dell’attentato alle Torri (11+9+2+0+0+1) si ottiene 23 (quel “pare che” è dovuto al fatto che alcuni numerologi ritengono che l’11 dovrebbe diventare 1+1); infine, (pare che) la bomba atomica venne lanciata su Hiroshima alle 8:15 (8+15=23, ma gli americani non sono orologiai svizzeri e su quella precisione al minuto mi permetto umilmente di diffidare).

Ora passo a voi la palla: riflettete e fatemi sapere cosa ne pensate: un giocatore che si opera al menisco e, confutando le previsioni dei medici, compie l’autentico miracolo di rientrare giusto in tempo per la finale, è un uomo fortunato? Io dico di sì. E se gioca alla grande (la Gazzetta dello Sport gli diede 9) e non si infortuna, oltre che bravo, è anche fortunato? Io dico ancora di sì. Ma se poi quella finale, contro un Brasile tra i più brutti della storia, finisce ai rigori, e Baresi, afflitto dai crampi, sbaglia il primo, e assieme a Massaro e al poco ispirato “Divin Codino” Baggio ci condanna alla sconfitta (punteggio: 2-3), allora ditemi: è stato un bene essere baciato da un’apparente e ingannevole fortuna per poi passare alla storia come uno degli sfortunati artefici della sconfitta? E soprattutto: dove è andata a schiantarsi la sua buona sorte? Semplice, diranno i miei lettori più attenti: sul 17, il maledetto giorno della finale. E il 17, si sa, per noi italiani è la iella fatta numero fin da quando gli antichi romani si accorsero che il XVII era l’anagramma di VIXI, cioè vissi, sono morto. E quel mondiale americano, manco a dirlo, si giocò dal 17 giugno al 17 luglio.

Franco Baresi è stato, insieme a Gaetano Scirea e a pochissimi altri (Beckenbauer, Passarella, Krol), uno dei difensori più importanti di sempre. Prima di lui, in un calcio che marcava a uomo, il principale compito di chi giocava nel ruolo di libero era intervenire su ogni avversario che si smarcava dal controllo del difensore (il centravanti dallo stopper, l’ala destra dal terzino sinistro, l’ala sinistra dal terzino destro). Il libero di allora non era affatto libero. Era soltanto un altro prigioniero del modulo. Senza avversario ma obbligato a difendere su tutti.

Con Baresi, il ruolo cambiò. Il libero divenne un direttore d’orchestra che stava in linea con gli altri due centrali e li comandava a bacchetta, orchestrando il fuorigioco, la strategia difensiva più odiata dai tifosi (milanisti a parte). Gli avversari ci cascavano quasi sempre, rimanendo alle spalle della linea rossonera e udendo il fischio dell’arbitro che fermava l’azione. Era un coito interrotto calcistico, una castrazione della volontà.

Nella memoria dei tifosi avversari è rimasta l’istantanea del capitano rossonero con il braccio alzato per segnalare al guardalinee il fuorigioco. In quelli rossoneri, l’immagine di lui che scende dall’aereo alzando in cielo la prima Coppa dei Campioni dell’era Sacchi.

Gli storici del calcio lo ricorderanno per essersi conquistato il diritto di spingersi avanti, impostare il gioco e avvicinarsi all’area avversaria. Baresi era capace di usare indifferentemente fioretto e baionetta, il tocco di fino e, raramente, il rinvio in tribuna. Possedeva un armamentario che è proprio dei campioni, ma a cui mancava l’arma più risolutiva: l’istinto del gol. In vent’anni di militanza rossonera, segnò soltanto 12 reti, un’inezia per un giocatore dotato di piedi buoni. Ma come disse Gianni Brera: “Se avesse anche la legnata del gol, Franchino Baresi sarebbe il massimo mai visto sulla Terra”.

Con il Milan vinse sei scudetti, tre Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Al termine dalla stagione 1996-1997, il presidente Berlusconi decise che nessuno avrebbe più indossato la maglia rossonera numero 6 appartenuta al suo capitano. Si trattò del primo caso di ritiro di una maglia in Italia.

Francesco Consiglio