Nuovo Vocabolario del Virus: “delazione”, “responsabilità”. A chi fa l’elogio del delatore occorre leggere Vasilij Grossman. La poesia rende le nostre case stelle comete

Posted on Marzo 20, 2020, 7:31 am
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Delazione, responsabilità: Delazione significa essere latore di un fatto, portare a conoscenza qualcosa, far veleggiare le parole, sinuose, insinuanti, da un orecchio all’altro. La delazione non è lo scambio di una notizia: si divulga un sentito dire, il sentore olfattivo della colpa. Secondo il dizionario etimologico, il delatore “come apprendesi in Tacito e Svetonio, è la Pubblica spia, che viveva denunziando e raccogliendo accuse contro i suoi concittadini”. Delazione è una parola che sibila, comporta “l’atto di denunciare segretamente, per lucro, per servilismo o per altri motivi, l’autore di un reato… o di fornire comunque informazioni che consentano d’identificarlo” (così la Treccani). Il segreto, che in gergo religioso è l’ambito della rivelazione, qui riguarda il lago d’ombre in cui agisce il delatore, l’uomo che del prossimo vede soltanto la colpa, la presume.

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La delazione non richiama alla responsabilità perché evade il confronto. Ti denuncio senza attendere la tua risposta (responsabile dipende da respondere): per me sei colpevole e basta. Se delazione è una parola oscura – che agita l’oscuro – il delatore può essere una brava persona, una persona responsabile.

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In questi giorni viviamo la limitazione radicale della libertà. D’altronde, ci è detto, questo è uno stato di guerra contro l’invisibile; speriamo non diventi un dato di fatto – quando l’emergenza evolve in abitudine fa in fretta a farsi norma e in un lampo il carcere eccezionale si muta nel vivere quotidiano. Naturalmente, tutti fanno la propria parte, occorre sacrificarsi per il bene di tutti. Sappiamo, però, che è proprio a fin di bene che si compiono gli atti più efferati. Per il bene degli altri, ad esempio, recluso per decreto, potrei star male io – qualcuno ha pensato alle crisi depressive che nasceranno da incertezza ed esasperazione? Nessuno ha pensato che più recludi l’uomo per legge più egli, per necessità, tende a esplodere? Ma non è questo il tema.

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Mi è accaduto di leggere sul Corriere della sera, in questi giorni di comunicazioni lunatiche, un articolo sinistro. Si elogiavano i “delatori a fin di bene” – vieta tautologia: ogni delatore pensa di fare il bene, il proprio, della propria parte, del proprio Stato. I delatori al tempo del virus sono quelli che denunciano alle “forze dell’ordine” chi “trasgredisce le regole”, cioè chi è in strada al posto di stare recluso in casa. Già, ma come fai a sapere qual è il motivo per cui uno è per strada? Non conta: il delatore, appunto, non attende la tua risposta, avanza la denuncia. “I delatori appartengono a varie categorie. Ci sono quelli che alzano la cornetta. Ma ci sono soprattutto quelli del web, che mandano email o utilizzano l’app che garantisce l’anonimato. Quindi gettonatissima”, racconta, pimpante, il giornalista.

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La meccanica psicologica è primordiale ma efficace. Lo Stato che, per ragioni diverse, ha sottovalutato il problema – dove sono: mascherine, ventilatori, edifici sanitari, alla luce di un contagio noto dai primi giorni di gennaio, almeno – si scaglia contro i cittadini: sei proprio tu, per strada, a essere l’untore, a incrinare il sistema ospedaliero, a contagiare le masse. Il resto lo fa la certezza di ogni uomo di ritenersi giusto, additando la colpa a un altro. La delazione è il nostro modo d’essere: denunciare un altro per sentirci più buoni. La delazione – che paradosso – ci fa sentire responsabili: abbiamo fatto la nostra parte per il bene di tutti.

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Benché la situazione sia eccezionale – per noi, soprattutto, atrofizzati nell’accudire l’imprevisto – un elogio della delazione è un errore, una stortura. Per capire la delazione bisogna leggere i grandi scrittori russi ‘dissidenti’ del Novecento. In quel caso, il contagio era l’idea non conforme al partito, l’individuo ostile al gregge. “Sapete voi cosa c’è di più ripugnante nei delatori?”, scrive Vasilij Grossman in Tutto scorre… “Il più terribile è ciò che v’è di buono in loro; la cosa più triste è che sono pieni di dignità, che sono gente virtuosa. Essi sono figli, padri, mariti teneri e amorosi… Gente capace di fare del bene, di avere grande successo nel lavoro… Questo appunto è il terribile: molto, molto di buono v’è in loro, nella loro stoffa umana. Chi sottoporre a processo, allora? La natura dell’uomo! È lei a generare questi cumuli di menzogna, di abiezione, di vigliaccheria, di debolezza. Ma è pur sempre lei a generare anche le cose belle, buone e pure”. Grossman sa che non esiste giusto tra gli uomini, che giustizia o giustezza sono interpretazioni vaghe, e usa una formula già usata da Dostoevskij. “Non ci sono innocenti tra i vivi, tutti siamo colpevoli: tu, imputato, e tu, procuratore, ed io… Ma perché tanto dolore, tanta vergogna per questa nostra depravazione così umana?”.

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Tra persuasione e ordine non c’è fiato: la legge può smorzare, intiepidire, ma non soffocare l’indole dell’uomo. La regola dell’Ordine dei Servi di Maria – perfezionata da David Maria Turoldo – parla, di fronte all’errore altrui, di “correzione fraterna” – “ammonitelo subito, affinché il male non progredisca ma sia stroncato fin dall’inizio” – e di “condono delle offese”. Tutti, d’altronde, erriamo nell’errare.

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Consapevole dell’abominio della Storia – “Persino la parola Storia è un’invenzione degli uomini: la storia non esiste, la storia è pestare acqua nel mortaio, l’uomo non evolve dall’infimo al superno, l’uomo è immobile… l’umano non si accresce nell’uomo” – Grossman, tuttavia, chiude il suo romanzo-saggio figurandosi il protagonista, Ivan Grigor’evič, che torna a casa, “immutabile”, e che, silente, ammanta i delatori di una patina di indifesa pietà, di vitale indifferenza. “Costoro avevano tradito, diffamato, rinnegato perché altrimenti non sopravvivevi, eri perduto; e tuttavia erano pur sempre uomini… Quegli uomini non volevano il male di nessuno, eppure avevano fatto del male durante la loro vita. Eppure quegli uomini erano pur sempre uomini. E – cosa fantastica, meravigliosa – lo volessero o no, avevano impedito che la libertà morisse; perfino i più terribili fra loro l’avevano custodita nelle loro orrende, deformi, ma pur sempre umane anime”.

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Guai all’uomo che biscia dissidio tra gli uomini, che lacera la fiducia. Il virus ha contagiato le relazioni, separa, induce ogni uomo a vedere nel prossimo un nemico: tra senso di giustizia e sfogo, frustrazione, sospetto, l’uncinetto è docile. Gli amati sono inaciditi dal virus come gli sconosciuti; in balia dell’ignoto nuove foghe regolano la convivenza – tutto è forzato, è una forzatura, è uno sforzo.

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In una lettera a Boris Pasternak, è la vigilia di Natale del 1952, Varlam Salamov, lo scrittore dei Racconti della Kolyma, tradito e condannato al Gulag, dà una folgorante definizione della poesia, che s’incardina nel muscolo osceno della vita. “Capisco che un maestro rigoroso cresca e viva negando e distruggendo se stesso, ma io so anche un’altra cosa. Conosco persone che sono vissute, sopravvissute grazie ai Suoi versi, grazie alla percezione del mondo che i Suoi versi comunicavano. Ha mai pensato a questo? Agli esseri umani che sono rimasti esseri umani soltanto perché con sé avevano le Sue parole? Che i Suoi versi venivano letti come preghiere?”. Nella reclusione, è la poesia a ricordare all’uomo che cosa è l’uomo – nessun bene pubblico, di Stato, di tutti, può sottrarci la potenza di questo bene intimo e feroce. Una poesia letta nel chiuso delle case rende le finestre stelle comete, l’ingresso un buco nero, le labbra una veggenza. (d.b.)

*In copertina: tra i tanti scrittori russi che hanno smascherato la pratica della delazione, Aleksandr Solzenicyn, autore di “Arcipelago Gulag”, Nobel per la letteratura nel 1970