Benvenuti nell’invisibile. “La nube della non conoscenza”, il manuale necessario per tramutare le nostre case in una sillaba

Posted on Marzo 21, 2020, 7:59 am
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La nube non nasconde, rischiara – non c’è altra informazione che verificare l’informe. Il trono del Figlio è su una nuvola (“e sulla nube stava seduto”, Ap 14, 14), la nube, né vento né acqua, ponte tra la terra e il cielo, desiderio condensato in bianco, è figura dell’ascesi, del rapimento: “noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme… nelle nubi, per andare incontro al Potente in alto, e così sempre saremo con il Potente” (1 Ts 4, 17). Dio, la sola consistenza, appare come l’inconsistente: in Esodo guida Israele lungo il deserto come “colonna di nube” (Es 13, 21), “la gloria del Potente si presenta tramite la nube” (Es 16, 10), Mosè incontra Dio nella “nube oscura” (Es 20, 21) mentre presso Gesù, trasfigurato, appare Dio come “una nube luminosa”, “una voce in mezzo alla nube” (Mt 17, 5). D’altronde, “Il Potente ha deciso di abitare nella nube oscura”, dice Salomone (2 Cr 6, 1). Soltanto Giobbe, con lirico cinismo, svolge la metafora – l’invisibile si vela di nubi, il corpo di Dio è un grido di nuvole – in polemica: “Che ne sa Dio?/ Come può giudicare attraverso l’oscuro delle nubi?/ Le nubi gli fanno velo e lui non vede” (Gb 22, 13).

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Il grande speleologo dell’oscurità è lo pseudo-Dionigi, che nella Teologia negativa si rivolge a chi “si distacca da ciò che è visibile e da coloro che vedono e penetra nella tenebra veramente mistica dell’ignoranza”. Frequentare l’ignoto richiede la beatitudine dell’ignoranza, perché ciò che si affronta non può essere geometrizzato in pensieri, relazioni, ipotesi, né imbrigliare in gagliarde filosofie. “Che nessuno dei non iniziati ascolti: mi riferisco a coloro che rimangono prigionieri delle realtà, che pensano che nulla esista in modo sovraessenziale al disopra degli esseri, che ritengono di conoscere con la scienza colui che ‘ha fatto della tenebra il suo nascondiglio’”.

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Rampicatore per gli abissi, atletico discepolo dello pseudo-Dionigi, un ignoto inglese del XIV secolo – praticando l’etica dell’ignoranza – compila un trattato che turba per nitidezza, The Cloude of Unknowyng, “La nube della non conoscenza”, specie di disciplina marziale per colonizzare le ombre. Meglio, è un manuale per uscire fuori di sé, sfiduciando la ragione, sfidando le alte alterità, macinando l’invisibile. “Non ti affaticare in alcun modo con la tua intelligenza né con la tua immaginazione, perché ti dico che in verità non si consegue tale esperienza per mezzo di esse: non usarle, dunque, lasciale perdere”.

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Tradurre le proprie case in luoghi dell’incauto, che galleggiano sopra la palpebra di Dio, ne sono l’antidoto al sonno – semplicemente, entrare nello sconosciuto, nell’irriconoscente: “sei lontano da lui quando non c’è una nube di oblio fra te e ogni altro essere creato”. Obolo di oblio per riconoscere, nell’australe dell’indifferenza, equivalente ogni creatura, egualmente amata e distante. Scandire in scandalo ogni buonismo cristiano: “nell’attività contemplativa è di poco o nessun aiuto persino il pensare alla bontà o al valore di Dio o a Nostra Signora o ai santi e agli angeli, o infine alle gioie del cielo, credendo cioè per mezzo di tale contemplazione speciale di fortificare il tuo proposito”. Contemplare vuol dire annegare, imporsi “al suo nudo essere”, stabilirsi nell’albino, nel senza tempo, nel senza, amabili al nulla.

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Ne I mistici dell’Occidente una porzione della “Nube” è tradotta da Roberto Calasso, che nel 1998 affida la traduzione del testo, per Adelphi, a Piero Boitani. Tra i ‘precedenti’ dell’anonimo mistico inglese, Boitani cita la Vita di Mosè di Gregorio di Nissa: “la mente, procedendo e giungendo con attenzione sempre più intensa e completa alla conoscenza della dottrina delle vere realtà, quanto più si avvicina a questa conoscenza, tanto più avverte l’inconoscibilità della natura divina”. Tra i recenti ispirati dalla “Nube” – citata perfino in Franny and Zooey di Salinger – va contato Thomas Merton, il poeta & trappista, che precisa: “Alcuni accusano il misticismo apofatico di ‘introversione’. Questo è un termine proprio della mistica più che della moderna psicologia clinica. L’introversione dei mistici è metafisica più che psicologica, non ha nulla a che vedere con l’introversione del narcisista… Anche questo spiega la ‘Nube’: la differenza tra l’autentica contemplazione e la quiete narcisistica dell’io”. In effetti, il trattato inglese sfotte con parole crude – pare una profezia di Falstaff – i falsi contemplativi, quelli che cercano l’elevazione attraverso gli studi, lontani dal sottosuolo dell’autentica spoliazione: “Chi li guardi… li vedrebbe, a palpebre sollevate, sgranare gli occhi come fossero pazzi… alcuni guardano di traverso come se fossero pecore impazzite che hanno ricevuto dei colpi sulla testa… altri ciondolano il capo di lato quasi avessero vermi nelle orecchie, altri squittiscono invece di parlare… condizione tipica di un ipocrita”.

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Angela da Foligno, mistica di disordinata potenza, eccelsa, è tradotta nei “Mistici” nella versione di Cristina Campo. Questo è un brandello importante: “Io non ti amai per inganno… Io non ti servii per simulazione… Io non ti patii di lontano… Io sono più intimo all’anima tua di quanto sia l’anima tua a se stessa”. La nube tra me e me è colmata dall’Altro.

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Il cuore di tutto: “Dio non lo si può pensare… egli può essere amato, ma non pensato. Egli può essere afferrato e tenuto per mezzo dell’amore, non del pensiero”.

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La disciplina linguistica segue quella contemplativa. Per giungere allo sconosciuto occorre obliare il linguaggio, che incatena l’uomo alla grammatica del comprensibile. “Basta una diretta, nuda tensione verso Dio. Se vuoi contenere e riassumere questa tensione in una parola per poterla meglio ritenere, allora scegli una parola breve, di una sola sillaba, che è meglio di due perché più corta e più confacente all’opera dello spirito… Questa parola sarà tuo scudo e tua lancia in pace e in guerra… Con questa parola soffocherai ogni pensiero sotto la nube dell’oblio”. La parola diventa un rintocco, la sillaba l’alambicco che contiene tutto l’uomo: ecco il rango enciclopedico del verbo. Fare razzia – spezzare l’ordine strutturato della lingua. “La teoria della preghiera monosillabica può ricordarci le esclamazioni magiche dei celti, le cosiddette loricae” (Elémire Zolla), oppure la sonda verbale di Abulafia. Che non vi sia differenza tra suono e corpo, ora, siamo come torce gettate nella gola della nebbia. (d.b.)

*In copertina: Léon Bonnat, “Il martirio di san Denis”, 1874-1888