Pensieri sul corpo ustionato di Notre-Dame. Più che la rissa dei mecenati, ora, è tempo di capire i segni, di mormorare il digiuno e di dialogare con il fuoco e con il sacro

Posted on Aprile 16, 2019, 12:20 pm
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Niente è insignificante e nostro compito è leggere i segni. Il fuoco che erompe da Notre-Dame, come una seconda cattedrale, rossa, marmorea, esattamente indimenticabile.

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Come se Nostra Signora stesse partorendo, un feto rosso, d’inattesa violenza. Se ci fosse Voltaire, ironizzerebbe sulla scarsa considerazione che Dio ha verso i templi che erigono per lui gli uomini, e forse complicherebbe i fatti dimostrando che nel mondo tutto è caso, caos, male. Un po’ come aveva fatto a proposito del fatidico terremoto di Lisbona del 1775, pittando un poema fitto di domande epocali: “Ai lamenti smorzati di voci moribonde,/ alla vista pietosa di ceneri fumanti,/ direte: è questo l’effetto delle leggi eterne/ che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta?/ Direte, vedendo questi mucchi di vittime:/ fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei lor peccati?/ Quali peccati? Qual colpa han commesso questi infanti/ schiacciati e insanguinati sul materno seno?”. Domande, per altro, intorno alla questione del male che convive incestuosamente con il Bene, già dette, con estremo urlo, da Giobbe, nel cuore arso della Bibbia.

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I segni non sono mai chiari – altrimenti non sarebbero segni ma didascalie, messaggi pubblicitari. Chi vede in Notre-Dame il ‘cuore dell’Europa’ che brucia, un monito, quindi, all’attenzione, all’attesa politica, credo che sbagli come chi si limita a parlare di un incidente pazzesco quanto casuale. Nella liturgia di ieri, ad esempio, si è letto il brano di Giovanni che racconta l’unzione dei piedi di Gesù (Gv 12, 1-11). “Maria prese trecento grammi di profumo di puro nardo, molto prezioso, cosparse i piedi di Gesù poi li asciugò con i suoi capelli”. La vera basilica sono i piedi di Gesù, che una settimana dopo saranno bucati dai chiodi (navate ventose nella carne): i piedi sono la cattedrale e i capelli le fiamme. Quando Giuda, guardando la scena, fa agire la ragione (“Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?”), e ha ragione, segnalando lo spreco, secondo l’etica umana, Gesù gli risponde “Lasciala fare, perché lo conservi per la mia sepoltura. I poveri li avete sempre con voi, a me non mi avete sempre”. La povertà è lo stato comune, una emergenza quotidiana, nostra – tutto va dato per l’eccezione. La cattedrale brucia, implode, ma Dio c’è – quello è un segno di Dio o un segno per l’uomo?

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I segni vanno salvati – per quale opera d’arte siete disporti a dare la vita, a ergervi con la carne, per difenderla? – ma sono importanti i significati. Notre-Dame è in fiamme, ma Nostra Signora è salva, anche in quei tronchi di marmo, spiritati – alla rassegnazione turistica, alla rassegna dei passanti, si è sostituita una severità liturgica, una implorazione del candore.

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Il fuoco ha gli attributi di Dio: luminoso, inafferrabile, consuma. Anche l’acqua è Dio: cristallina, nutriente, altrettanto inafferrabile. Il battesimo si fa nell’acqua, ma esiste, equivalente, il ‘battesimo di fuoco’. Il fuoco devasta (“non salveranno se stessi dal regime delle fiamme”, Is 47, 14), ma attraverso il fuoco si figura Dio: nel roveto ardente, nelle lingue di fuoco dello Spirito Santo. Dio è un fuoco bianco che incenerisce tutto il resto.

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Notre-Dame brucia nei dintorni della Pasqua, la passione ha concretezza che ustiona: eppure, pare che la corona di spine di Gesù, aurea reliquia nella cattedrale parigina, sia salva. Dal disastro emerge il segno della monarchia nel dolore di Cristo: non è incoronato di diamanti, ma di spine; non regge uno scettro ma uno strumento di tortura. Egli risolve i segni di questa regalità storpia in grazia, rinnova l’umiliazione in gloria, fa della spina un bacio. Per questo, quando amiamo, il nostro cuore è trafitto.

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I segni sono importanti. Notre-Dame non è luogo di visitazione ma di tante visite: martoriata durante la Rivoluzione francese, è il luogo in cui viene incoronato Napoleone, nel 1804. Il falò degli uomini e il fuoco hanno distrutto la cattedrale.

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Decolla la guglia come il dito indice di Dio – un lascito, un interrogativo, un vocalizzo?

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Verso i monumenti – cioè, i segni di marmo – abbiamo, spesso, una venerazione fondamentalmente fondamentalista. Visto che non li amiamo, ma dobbiamo, li vogliamo sempre uguali a se stessi, immutabili, cioè muti, è meglio. L’incidente, l’incedere dell’incendio, è una fatalità nota, l’inconveniente che ci scombina, che ci incunea nella debolezza della pietra – che cosa è davvero immutabile ma vivente? Non è possibile – non è giusto – ricostruire il passato, se comprendiamo il segno – sarebbe un gesto di rivalsa e di ripicca, di vendetta contro il caso o la cosa. Risorgere non è la replica carnale di ciò che non c’è più – saremo provati nel fuoco, è detto. A che sacro apparteniamo e che segno vogliamo dare al dialogo con quel fuoco? Da qui, se vuoi, si ricostruisce.

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Prima del segno e della sua gestione – che si apprezza nell’alcova del contemplare, senza rispondere, senza ‘reagire’, senza ragione – il denaro. La ‘gara’ – un poco barbara, di voluttuosa celerità – dei mecenati, a colpi di milioni, a centinaia. Come se così si potesse spegnere il fuoco che ci brucia ancora l’iride, e la brucerà per decenni. La velocità non può riprodurre l’uguale né sancire la ferita in vanto d’elezione, elettorale. I segni vanno amati, lo strazio va bendato, con parole accurate va pulito il corpo di Notre-Dame. Se qualcosa cade non c’è il pasto, ma l’avvenenza del digiuno. (d.b.)