I nostri nemici sono i nazisti in camicia rossa (e Saviano continua a fare il Savonarola da Manhattan)

Posted on febbraio 06, 2018, 10:09 am
11 mins

Ti dicono intollerante, poi giustificano la cancellazione dell’articolo 18

Il razzismo è una di quelle cose che, non esistendo, non potevamo fare a meno di inventare. Almeno in Italia. Il vero problema è che l’uomo medio di sinistra ha serie difficoltà a comprendere una logica che vada oltre le dualità chiare e ben contrapposte. O sei per l’accoglienza totale, o sei un sostenitore della necessità delle camere a gas per gli stranieri. Entro questa visione, è chiaro che diventa impossibile ammettere delle sfumature, che sono poi ciò che fa la differenza tra una mente raffinata e una primitiva. Purtroppo, il sinistrato non lo capisce, o fa finta di non capire perché così gli conviene. Un esempio su tutti è lui, il Saviano nazionale (oramai più Savonarola e non per l’integrità monacale, ma per il tono da rompicoglioni). Tuona, dal suo bell’appartamento a Manhattan – e già uno che va a vivere in America! – contro Salvini, dandogli del mandante morale della sparatoria di Macerata, come se non vi fosse una differenza tra l’essere contrari all’immigrazione indiscriminata e la volontà di eliminare fisicamente degli esseri umani. Delle due l’una: o si è dementi, o si è disonesti… e, per una volta, è proprio il caso di dirlo, la disonestà non sarebbe un demerito.

Bisogna fare i conti con un dato, se si vuole davvero produrre una seria disamina della situazione. La sinistra e i suoi seguaci hanno bisogno del razzismo. Peggio, sono loro i veri razzisti. È palese che, se volessero veramente aiutare questi ragazzi di un metro e novanta, tutti muscoli e iPhone – ma in quali paesi poveri si impara a usare il computer e lo smarthphone? – non adotterebbero la strategia della contrapposizione. Senza ombra di dubbio, imputare agli Europei il male di ogni persona con un diverso colore della pelle, o dire che noi avremmo un debito nei loro confronti a causa delle colonialismo, non può che portare ad atteggiamenti di chiusura altrettanto duri e intransigenti. Qualcuno potrebbe anche, per dir così, perdere il controllo della mano. Se il punto fosse solo far accettare i migranti, la sinistra dovrebbe limitarsi a unire, invece di dividere. Perché non lo fa? Perché attacca l’uomo bianco? Perché non ammette lo stupro e il degrado perpetrati dagli altri, quando ci sono? Semplice: vogliono farvi incazzare. Cercano la vostra reazione scomposta. Anelano a risvegliare il senso atavico della tribù che spinge a ripiegarsi a riccio e diffidare di chiunque viva a pochi chilometri di distanza. Se non facessero così, sarebbe la loro morte. La smania attoriale che li possiede, di inscenare la ribellione al sistema, non troverebbe più sfogo.

Resta il punto che la logica non è il loro forte e, con le loro argomentazioni basate su una consequenzialità da ubriachi, possono giusto fare presa su chi ha il cuore così grande da non permettere al sistema circolatorio di irrorare a sufficienza il cervello. Fa peraltro sorridere che tanto spirito di carità non si manifesti mai al cospetto delle difficilissime – quando non invivibili – situazioni che si trova ad affrontare il grosso dei propri compatrioti. E fa addirittura venire voglia di farsi giustizia da sé, quando la stessa persona, che canta l’elogio del migrante che “poverino, scappa dalla guerra e a casa sua non avrebbe un futuro”, poi ti giustifica misure come il Jobs Act e i vari salvataggi delle banche. Ma, ribadisco, rientra tutto nel loro disegno sedizioso di divisione. Incalzano i neri contro i bianchi e i bianchi contro i neri. Ai propri connazionali dicono che sono guerrafondai, schifosi, ladri, che hanno depredato il territorio africano. L’uomo della strada, già nevrastenico per via dei soprusi subiti, tra Equitalia e altre nefandezze, dà fuori di matto e inizia a odiare neri e pseudo comunisti. Ai neri presentano l’uomo bianco come il loro aguzzino da sempre e, allora, questi si inaspriscono contro di noi, con il risultato di farsi odiare ancora di più.

È arrivato il momento di comprenderlo una volta per tutte, noi abbiamo un solo e temibile nemico: il nazista in camicia rossa, il democristiano di sinistra, il sedicente ribelle, quello che ama le relazioni a distanza dove l’amato è un popolo che non ha mai conosciuto, quello che importa schiavi per ridurci al loro livello. È la stessa persona che ti dà dell’intollerante e poi ti giustifica la cancellazione dell’articolo 18, dicendo che, il partito che ha portato avanti una simile carneficina, è comunque il male minore. In fondo, si tratta solo di puntare meglio, la prossima volta che ci si troverà a dover prenderà la mira.

Matteo Fais

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Gli italiani sono razzisti, ma io preferisco un nigeriano all’intellettuale di melma

Bisognava aver passato l’infanzia a Torino, nei luoghi periferici, infami, che sembrano l’esortazione in un cupo romanzo di Victor Hugo. Bisognava essere cresciuti lì. E capire. La Torino regale, la culla dei Savoia, è una città razzista. I meridionali, i ‘terroni’, erano ritenuti peggio dei gorilla. Marginalizzati dall’oro di una ‘vita sociale’ viziosamente dandy, i figli degli operai Fiat, immigrati al Nord un paio di decenni prima, si davano a sballo, droga, botte da scemi. Io che amo le differenze, gli estremismi e osservare gli umani come fossi Darwin davanti ai varani delle Galapagos, frequentavo tutti. I ricchi e gli sfigati. Con i ricchi piemontesi – ovviamente da imbucato – era una noia annegata in champagne. Un amico, si chiamava Simone, era un asso del calcio. Figlio di calabresi – che a Torino erano ritenuti peggio dei ragni – gli promettevano un futuro nelle giovanili del Toro. Una domenica, durante la partita, si incazza con l’arbitro e gli spacca il naso. Due anni di squalifica, addio sogni di notorietà pallonara. Morale. Gli italiani non sono brava gente. Gli italiani sono razzisti. Se vai a Novara, quelli di Novara odiano quelli di Vercelli. E quelli di un quartiere di Novara odiano quelli di un altro quartiere, disposti con le spranghe a difendere l’onore di quattro palazzi del cazzo. La diffidenza è totale. E giustificata. L’uomo diffida del prossimo suo perché sa che è violento. Ora. Il pregiudizio – ritenere che il prossimo mio mi voglia fare il culo, a priori – è cosa buona&giusta. Non c’è giudizio senza pregiudizio; il giudizio senza pregiudizio si chiama ideologia. Il pregiudizio è l’anticamera del dialogo: io sono razzista anche nei confronti dei miei vicini di casa. Fosse per me, se mi fermassi al pregiudizio, godrei delle loro sofferenze. Poi capita che li conosco, parlo, sorrido, condividiamo le stesse minchiate, smorzo il pregiudizio nel giudizio. Sono sfigati come me, quasi quasi li invito a cena. Salto quantico. La Bibbia ci insegna che dall’Eden ad Abramo, da Giuseppe a Mosè, siamo un popolo in cammino. Cioè, dei migranti. Il cristianesimo ci insegna che non esiste più neanche una ‘terra promessa’, la ‘terra promessa’ è nel nostro cuore, è astratta, è un desiderio, è sbriciolata nel martirio. Il resto, è la perpetua migrazione verso Dio – o verso il nulla, è uguale. L’uomo – da Enea a Ulisse, da Dante al Chisciotte – è un migrante: la patria è eccelsa finché la si sogna. Altrimenti, è una noia (Renzo e Lucia) e va ripudiata (Amleto). Difendiamo la patria, in realtà, perché vorremmo distruggerla, perché ci fa schifo. Capisco, è un concetto difficile. Vengo a un concetto più facile. Dire, riferendosi al Far West a Macerata, che “ciò che è accaduto è inaccettabile” è una cretinata politica inaccettabile, adatta a indorare con la vaselina le masse idiote. In sé, ogni atto che riguarda un tizio che comincia a sparare per strada “è inaccettabile”. Bisognerebbe, però, entrare nella voragine dell’inaccettabile. Eccoci. Tutti gli uomini sono migranti. L’unica cosa che conta è l’uomo. Ogni sabato ospito un nigeriano. Laureato, in Italia fa mille cose, fa quello che può, in Germania ha lavorato come manovale in una macelleria, mi ha raccontato cose che fanno rabbrividire. Ha occhi tramortiti dal dolore. In Nigeria ha moglie e figli. Dopo cinque anni di assenza, due settimane fa, mi dice, “torno a casa – hai delle scarpe o dei vestiti per i miei figli?”. Ne ho una montagna. Quest’uomo è un uomo. Meglio la sua compagnia di quella di troppi intellettuali di melma. Poi c’è chi fa il furbo e poi c’è chi fa il bastardo. La vita è un repertorio di atti. Ciascuno paghi per ciò che ha fatto. In questa vita, è meglio, della prossima non v’è certezza.

Davide Brullo