“Non so se sono un borghese o un anarchico… neanche io so chi ca**o sono”: Vittorio Feltri dialoga con Matteo Fais di Andreotti, Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Eugenio Montale, giornalismo, morte…

Posted on settembre 24, 2018, 9:08 am
23 mins

L’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Figurarsi se avrei mai rinunciato alla possibilità di un’altra chiacchierata con Vittorio Feltri. Il Direttore di “Libero” è un successo garantito e, oltre tutto, con lui il divertimento è assicurato. I giornalisti italiani tendono a confondere la serietà con il farti due palle così. Feltri ha capito che, per essere comunicativi, ci vuole un giusto equilibrio tra il gusto per la battuta fulminante e la considerazione profonda buttata lì come se niente fosse. Anche i suoi detrattori dovranno ammettere che il modo in cui snocciola ricercatezze e turpiloquio è un’arte. Feltri ha creato uno stile di rottura, come i futuristi. È uno Sgarbi che si prende meno sul serio.

Detto ciò, io, comunque, me la faccio sempre un po’ sotto quando prendo il telefono in mano per intervistarlo. Mi vengono strane paure. Mi dico: “E se dovesse darmi del pirla, o del terrone?”. Probabilmente soccomberei all’istante. Il Direttore è un mito per me. Considero i suoi articoli il miglior corso di scrittura creativa che si possa trovare in circolazione. Insomma, l’ansia mi fotte e mi aggrappo forte alla scrivania. In fondo, mi dico, cercando di rassicurarmi, mica sono Parenzo che da lui viene mandato affanculo ogni tre per due oramai.

Così, con la scusa di questo suo spassosissimo libro appena uscito per Mondadori, Il Borghese. La mia vita e i miei incontri da cronista spettinato, l’ho contattato. E niente, non ha fatto minimamente lo stronzo. Anzi, quando gli ho detto “Scusa se sono un po’ impacciato, mentre ti parlo, ma tu sei Feltri”, ha pure cercato di incoraggiarmi: “Ma va là che sei bravissimo”. Lo confesso: stavo per svenire dall’emozione.

FeltriPartiamo dal titolo, Il Borghese. Direttore, ma si sente realmente un borghese? Glielo chiedo perché a me lei sembra, più che un tranquillo signore della classe media, un simpatico e terribile anarchico un po’ dandy.

Le dico la verità, il titolo Il Borghese non l’ho scelto io. Hanno fatto tutto quelli della Mondadori e io ho accettato, perché non mi andava di stare lì a discutere. Diciamo, però, che l’aspirazione a diventare un borghese, uno che potesse dare una vita dignitosa alla famiglia, l’ho sempre avuta. Per cui, questo titolo non è del tutto fuori luogo. Credo che in fondo ognuno di noi desideri una vita tranquilla, paciosa, senza problemi, o complicazioni e quella è la vita del borghese. Non so, però, se lo sia divenuto per davvero. Forse ha ragione lei: in effetti, mi sento sempre più anarchico. Poi, però, va beh, chi se ne frega!

Venendo, invece, al sottotitolo. Lei si definisce come “un cronista spettinato”. Perché?

Perché non ho mai accettato le regole – come dice lei, in fondo sono un anarchico. In verità a me piacciono le regole, ma solo per il gusto di trasgredirle. Quindi sono uno spettinato, nel senso che sono sempre stato un po’ ribelle, come gli Scapigliati, o un qualcosa del genere.

Infatti avrei detto più uno “scamiciato”, come venivano denominati gli Scapigliati…

Ma sì! Alla fine, le definizioni sono tutte stronzate pressapochistiche. Poi, a me non piace definirmi, non so nemmeno io chi cazzo sono.

Da questa breve autobiografia a episodi, quel che se ne ricava, alla conclusione di ogni capitolo, è l’immagine di un Feltri che comunque se la cava sempre e trionfa sulla sorte. Insomma, lei è un vincente. Ma esiste una circostanza in cui, invece, ha perso clamorosamente?

Sarà successo sicuramente, ma non ne ho un ricordo netto. Diciamo che io sono sempre stato protetto da San Culo. Il culo, sa com’è, è fondamentale: aiuta sempre. Se non ti assiste, non sopravvivi neppure all’attraversamento della strada.

Tra i vari incontri avuti in vita, e raccontati nel libro, occupano una buona porzione anche quelli con i vari politici. Cosa si prova a trovarsi davanti Andreotti, Craxi? È solo una questione di abitudine riuscire a confrontarsi con loro senza timore?

Io sinceramente non ho mai provato alcun timore. Piuttosto ero stupito che Andreotti, per esempio, chiamasse me per una difesa riguardante la sua vicenda giudiziaria – in ultimo, io che cazzo c’entravo? Alla fine del nostro colloquio, durante una cena, glielo domandai: “Andreotti, ma perché ha scelto proprio me per fare questo lavoro?”. Lui mi rispose: “Perché preferisco un nemico sincero a un falso amico”. Tutto sommato non era una brutta risposta, anzi. Con Craxi, invece, dopo averlo conosciuto e aver constatato come viveva, io che tanto l’avevo criticato, mi sono sentito a disagio. Pensavo fosse un altro tipo di persona. Quando ho scoperto che era migliore di come appariva dall’esterno, non dico che mi sono pentito, ma rammaricato sì. Dopo la sua fuga, abbiamo avuto un rapporto amichevole. Mi telefonava praticamente tutte le sere. Facevamo quattro chiacchiere, in modo del tutto informale. L’uomo era molto intelligente. Comunque, in generale, anche quando parlo con politici che si danno un sacco di arie, io non provo niente, nessuna emozione. Cioè io sono lì, sono un coglione qualsiasi che parla con uno importante, ma che mi frega!

Tra i tanti giornalisti che ha conosciuto, ce n’è mai stato uno di cui abbia avuto il sospetto che fosse un venduto?

Hai voglia! Ci sono tanti giornalisti che sono convinti di trovare la loro strada non dico leccando il culo, ma cercando di assecondare i desideri di certi personaggi che ritengono possano poi essere influenti ai fini della loro carriera. Però, sono tipi un po’ così. E li ho trovati, soprattutto, a sinistra. Gente che si è posizionata da quella parte per avere delle agevolazioni. Ma li capisco: l’umanità è fragile.

Tra i suoi colleghi menzionati e non, chi è quello che l’ha odiata maggiormente?

Non so, ma qualcuno ci sarà. Devo dire che, in generale, me ne fotto altamente. Che cazzo me ne frega a me! Lo dico con sincerità, senza spocchia. Tra l’altro io non odio nessuno perché l’odio, come il rancore, comporta una fatica tremenda e io non riesco ad avere sentimenti negativi nei confronti degli altri, anche per quelli che mi hanno fatto qualche dispetto. Ma chi se ne frega e andiamo avanti.

Di Enzo Biagi lei ricorda l’invito che le fece a “cercare di raccontare ciò che incuriosisce” e non quello che invece per lei sembra importante. Nelle parole del summenzionato: “I tuoi gusti lasciali perdere, Vittorio, entra nel cuore del lettore”. Ma, in fondo, per esempio con l’esperienza di “Libero”, lei non è riuscito a smentire questo principio e a rendere interessante ciò che lei ritiene tale, fregandosene del gusto imperante? Spesso avete messo in prima pagina argomenti e fatti su cui tutti gli altri tacevano.

Non si sbaglia. Però, fare quello che l’estro ti suggerisce non significa venir meno al principio di perseguire i gusti della gente. Bisogna sempre avere un orecchio puntato sul popolo piuttosto che sul palazzo. Io l’ho sempre avuto e continuo a stare in ascolto. Poi, non è che mi preoccupi più di tanto. Quando scelgo un titolo, non voglio compiacere qualcuno. Lo faccio semplicemente perché mi sembra di essere in sintonia con il pubblico.

Qual è il pezzo più bello che ha scritto in più di mezzo secolo di carriera?

Questo non posso dirlo io. Però, qualche volta vado a rileggere degli articoli che ho fatto per il “Corriere della Sera”, per la terza pagina in particolare, e mi viene da pensare che non sono più capace di scrivere così. È vero, lo dico con sincerità. Cazzo, ma come facevo a scrivere così bene?

E lo scoop per cui resterà negli annali del giornalismo?

L’assoluzione di Tortora, da inviato del “Corriere”. Una storia incredibile. Tutti erano colpevolisti e io l’unico innocentista convinto. Alla fine, ho avuto ragione io e Tortora è stato assolto. Mi ero accorto che non era colpevole semplicemente leggendo le carte. È stata una pagina importante della mia vita, una grande soddisfazione.

In un passo del testo scrive che “i giornalisti italiani sono i più liberi di attaccare l’asino dove vuole il padrone”. Lei, Direttore, ha mai avuto padroni, oppure, pur avendoli, li ha tenuti per le palle?

Ho avuto anch’io dei padroni e ho cercato di non scontentarli troppo. Però, li ho pizzicati, senza mai sdraiarmi al loro cospetto. È una questione di dignità personale. Poi, anche io, il senso dell’opportunità l’ho sempre avuto. Quando dirigi un giornale – metti di fare il direttore, che so, di “La Stampa” – non puoi mica scrivere che le Fiat sono delle bare a rotelle, altrimenti oltre che libero sei cretino (ridiamo).

Alessandro Gnocchi, parlandomi del suo ultimo testo sulla Fallaci, ha dichiarato che probabilmente è stato lei il più grande amico della scrittrice negli ultimi anni di vita. E dire che vi siete conosciuti grazie a un pacchetto di Muratti. Che ne direbbe di raccontare quell’episodio per i nostri lettori?

Stavo al “Corriere”, nel salone in cui adesso si svolgono le riunioni e lei, nel mentre, lavorava sul suo testo: le virgole, i punti, i titoli, e al solito faceva impazzire tutta la redazione. A un certo punto finì le sigarette e, allora, si guardò in giro terrorizzata, perché senza non poteva vivere. Vide me che ne stavo fumando una e mi si avvicinò: “Senti, bel giovane, tu non c’avresti mica qualche sigarettuccia da darmi?”. Io aprii il mio cassetto e dentro c’era un pacchetto intero di Muratti. Glielo diedi. Dopo un’ora e mezza, le aveva finite. Fumava come un’assassina. Allora tornò da me e me ne chiese delle altre. Cazzo! Avevo solo il mio pacchetto. “Gliene do la metà, Signora”, le feci io, “il resto me lo tengo, perché ci devo arrivare fino a sera”. Lei se le è prese e se le è fumate. Passarono alcuni anni e io ero diventato direttore de “L’Europeo”, il giornale che la Fallaci aveva lanciato con le sue interviste e reportage. Lei voleva conoscere il nuovo direttore. Mi telefonò ma, ovviamente, non aveva idea che fossi io. Mi fissò un appuntamento in un albergo di Milano. All’ora stabilita, mi presentai e la vidi seduta nella hall. Mi avvicinai. Quando ero arrivato a pochi metri, lei mi guardò e sorrise: “Ma tu sei quello delle Muratti”. Mi aveva riconosciuto. Tanto per ridere, buttai lì un: “Ho cambiato marca però, adesso fumo le Philip Morris”. “Sei pure peggiorato, allora”. Era una pazza totale. Una cosa che mi diceva sempre è: “Ti invidio un po’, perché tu i fondi li scrivi in venti minuti. Io ci metto tre giorni”. Solo che lei scriveva da Dio, io butto giù delle cagate (ridiamo).

Tra i tanti aspetti della sua persona che trapelano da queste pagine, ce n’è uno sul quale, in realtà, quasi sorvola. Lei, prima di sposarsi, è stato un gran seduttore. Del resto, persino la Fallaci la definì “un bel giovane”. Mi dica, successivamente, immagino che non le siano mancate le proposte di donne attratte dal suo ruolo professionale.

Da ragazzino, chiaramente, tutte quelle che mi sono potuto scopare me le sono scopate. Adesso, però, le racconto un episodio divertente. Un giorno mi intervista mi pare Maurizio Costanzo, in tv. Mi chiede: “Ma, Feltri, non dirmi che tu non hai mai tradito tua moglie”. “Io non ho mai tradito nessuno,” gli faccio io, “figurati se tradisco mia moglie. Piuttosto, ho diversificato”. Mia moglie, che non guarda mai la tv al pomeriggio, proprio quel giorno ci stava davanti e mi sente dire sta cagata. Finita la trasmissione, mi telefona – ero a “Il Giornale”, allora – e mi fa: “Ti ho sentito in tv, mi hai fatto divertire”. Di solito il tradimento evoca una pugnalata tra le scapole, ma una scopata non è mica un tradimento, eh la Madonna!

Lei nel libro descrive un divertente incontro con Eugenio Montale, al gabinetto. Potrebbe raccontarcelo?

Come no! Naturalmente, tutti pisciano. Senonché – ero al “Corriere”, a quel tempo –, a mezza mattina, andai appunto a pisciare. Stavo lì ed entra Eugenio Montale. I cessi del “Corriere” erano fatti come quelli dell’Autogrill, da cima a fondo, un po’ ovali, anche se di marmo e lussuosi. Montale guarda ’sti cessi e vede che ogni due c’era un lavandino della stessa forma, anche se non arrivava a terra, ma si fermava a metà. Evidentemente non aveva capito molto bene, perché era vecchio e un po’ rincoglionito. Si affanna per sollevarsi e pisciare nel lavandino. Siccome era piccolo, tira fuori il bigolo e cerca con tutte le forze di raggiungere il bordo. Era disperato. Non ci arrivava. Alla fine, alzando una gamba, è riuscito a svuotarsi. Io morivo dal ridere. Per conto mio avevo finito, ma stavo lì a guardare la scena. È stata l’unica volta in cui non mi sono lavato le mani, dopo aver pisciato (ridiamo).

Nel libro dice che a volte ha scritto articoli per conto di Biagi, senza che nessuno se ne accorgesse. Mi scusi, come c’è riuscito?

Ti metti lì e guardi, non è una roba impossibile. Poteva capitare che Enzo avesse bisogno, perché girava sempre in lungo e in largo. È successo qualche volta, però, sia chiaro, non di frequente. Li ho scritti imitando il suo stile, a frasi corte, un po’ impressionistiche. Ci riuscivo, cazzo vuoi che ti dica! Quando conosci una persona e ce l’hai vicina, impari anche a imitarla. Lui, con me, ha avuto un buonissimo rapporto per molti anni. Poi, a un certo punto, quando ha visto che avevo preso il largo, sa come sono quei vecchi lì… “Quello lì era il mio aiutante e ora che cazzo fa, il direttore di ‘L’Europeo’? E, allora, vaffanculo!”.

Direttore, lei racconta di tanti giornalisti, la maggior parte dei quali sono stati suoi amici solo a fasi alterne, se non nemici, che le hanno comunque manifestato più volte rispetto e stima per i risultati conseguiti. Resta però un punto inevaso: ma esiste un erede di Vittorio Feltri?

Non lo so e non me ne fotte un cazzo (ridiamo). Ma, poi, erede di che? Io non mi sento nessuno. Non per fare il finto modesto, ma anche oggi ho scritto un pezzo: devo rileggerlo attentamente, perché magari ho scritto delle puttanate… Ma non darmi del lei che mi infastidisce, dammi del tu.

Mi crederesti, se ti dicessi che mi prende male dare del tu a Vittorio Feltri?!

Ma dai, ma no, è ridicolo! Che te frega!

Ma tu sei un mio mito. Sono così emozionato, mentre ti parlo. Te lo confesso dal profondo del cuore: io ti leggo da sempre. Mi fai svenire dalle risate. Come lo dici tu, poi, non lo sa dire nessun altro. Cioè, io non ne trovo di simili in giro. Anche questa volta ho fatto carte false per parlarti.

Sei molto caro. Dai, dammi del tu e basta.

D’accordo. Abbiamo parlato del tuo definiamolo “commercio con il gentil sesso” in gioventù, ma mi piacerebbe porti una domanda che forse quasi nessuno ha mai pensato di fare a Feltri: che cos’è l’amore per te? Può sembrare banale, ma so che la tua risposta non lo sarà.

L’amore è un modo per vivere insieme, per avere un interesse in comune, per stabilire un rapporto di mutuo soccorso, diciamo così. Questo è il matrimonio. Poi, lo sai, se ne trovi una che ti piace, finché non l’hai scopata non stai in pace – a me è capitato un sacco di volte. Io, con mia moglie, la seconda – che mi ha letteralmente salvato la vita –, ho celebrato il cinquantesimo anniversario e ne sono felice. Certo non la scopo più, ci mancherebbe altro! Scopare con la propria moglie, dopo tanto tempo, sarebbe come scopare con la sorella, una specie di incesto. Lo pensiamo tutti, solo che pochi lo dicono. Ma a me che cazzo me ne fotte, lo dico e basta, perché è così. Però io voglio bene a mia moglie, lei ne vuole a me. Al venerdì vado sempre a casa, stiamo insieme. Certo, poi, se mi capita una bella figa che me la dà, io non riesco a dire di no.

Nel tuo libro, tra i tanti episodi, risulta particolarmente toccante ciò che scrivi in merito alla perdita delle persone care. Non voglio angustiarti rivangando il passato. Piuttosto, mi piacerebbe sapere – facendo prima i debiti scongiuri – come vivi il pensiero della fine? Insomma, che effetto ti fa l’idea di dover morire un giorno?

Sarò sincero fino alla brutalità: non ho paura di morire. Ho timore delle sofferenze che si devono sopportare, di solito, per arrivare alla fine. La sofferenza fisica mi disturba e mi terrorizza, mentre il fatto di morire, nella certezza che dopo non ci sarà un cazzo, non mi angustia. Della serie: è finita, spegniamo la luce. Questo non mi preoccupa. Certo l’idea di essere in un letto di ospedale, con le flebo infilate nelle braccia, con un dolore atroce, questa cosa mi sconvolge. Preferirei crepare qui, alla scrivania. Spero mi venga un coccolone e vaffanculo a tutti.

Matteo Fais