Non siamo una massa di pecoroni, ma pecore che desiderano farsi macellare per il bene altrui. La Legge rende schiavi: l’unica legge è riconoscere se stessi

Posted on Luglio 23, 2018, 10:00 am
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Del rapporto tra folla e individuo – la folla è sempre senza volto, ha però un corpo unico, fa paura. Gesù chiama per nome i suoi prediletti, i Dodici, e “ha compassione” della “grande folla” (Mc 6, 34): per disperdere la folla – cioè, per sgretolare la folla in singoli individui – “si mise a insegnare loro molte cose” (idem).

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Se Gesù parla alle masse è per conoscere degli individui – il cristianesimo è una religione ‘per tutti’ ma ‘per ciascuno’, anzi, ‘per uno’, uno per uno.

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Una volta che ci si è scoperti uno, uno per uno – non più massa informe, imberbe – si diventa una unica cosa con gli altri. “Egli è nostra pace/ lui che di due ha fatto uno/ abolendo la separazione” (Ef 2, 14). Quando sappiamo chi siamo, intimamente, possiamo essere una comunità. Il cristianesimo non è l’oppio dei popoli ma l’esplicitazione del singolo – che sacrifica se stesso diventando cosa di altri, dono per altrui.

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La Legge è uguale per tutti – cioè: per la Legge siamo una massa indistinta. Cristo, invece, distingue, uno per uno. La Legge è per tutti, ma nessuno è uguale a un altro, siamo singoli, singolari. Per questo “egli ha abolito la Legge, che è prescrizioni e decreti” (Ef 2, 15) e decreta che “dei due è fatto un uomo nuovo, in pace” (idem). La Legge è inutile perché io leggo le intenzioni del fratello e le realizzo.

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In questo senso, “per mezzo della croce” (Ef 2, 16) va inteso che la croce è una sutura e una spada: non esistono più le masse necessarie alla Legge, non esiste più il mio e il tuo.

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Il pastore profetizzato da Geremia non governa sulla massa, ma sancisce il governo di ciascuno. Ciascuno è governatore di sé – e bandisce il dono, abdica, perché preferisce farsi servo del prossimo. Il vero potere è la rinuncia al potere.

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Le folle, dice il Vangelo, “erano pecore senza pastore” (Mc 6, 34). La pecora è figura di Cristo (“Come una pecora fu condotto al macello”, At 8, 32) e di Israele (“Pecora smarrita è Israele”, Ger 50, 17), ed è olocausto espiatorio (“Se presenta una pecora in offerta, la offrirà davanti al Signore”, Lv 3, 7). Le pecore – le masse umane – sono il cibo del Signore; Dio si nutre di sé suicidandosi in Cristo. Eppure, “un uomo vale ben più di una pecora!” dice Gesù (Mt 12, 12). La pecora disseta, sfama, veste: tanto è potente l’innocenza. La massa non è pecora – è iena. Eppure, Gesù ne comprende la fragilità immensa.

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“E non avevano neanche tempo di mangiare” (Mc 6, 31): chi sta con Dio non mangia perché mangia costantemente Dio e il tempo non lo trafigge. L’opposizione tra folla e individuo, tra massa e prediletto ha come seguito l’opposizione tra l’ansia del fanatico (“andavano e venivano”) e il contemplativo, tra il cristiano che frequenta il mondo e il vagabondo dei mondi ultraterreni.

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Il deserto è necessario – si ode il cicaleccio degli angeli – e il demone che scalpita e scalfisce, divorando la nostra individualità. Per questo, prima che sia lui a dominarla, è bene donarla.

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Quando Gesù chiede ai discepoli di andare “in disparte, in un luogo deserto” (Mc 6, 31) e loro lo accontentano, scortandolo “con la barca” (Mc 6, 32), perché la barca è la pupilla del lago, ha appena saputo che Giovanni, il cugino, l’uomo che lo ha battezzato, è morto, decollato. Preda della debolezza, l’uomo perde la testa e taglia la testa al prossimo – per questo si conosce proprio lì, un uomo, nella sua debolezza. Il luogo di Gesù è il deserto: il luogo della solitudine, della singolarità estrema, dove ci si riconcilia con i morti. Nel deserto si riconosce la propria individualità e il suo niente, si capisce che esistere è, sfacciatamente, sul proprio volto, fare spazio a un altro volto. Quando le folle lo disturbano, egli è pronto a inglobare nel suo petto – che è come argilla fresca a cui consegnare il calco del proprio viso, argine all’ego – le identità di tutti. (d.b.)