Non siamo animali sociali, ma creature isolate, isolani del cuore. Apologia dell’isolamento

Posted on Luglio 30, 2018, 7:05 am
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La prima esperienza è far parte di un’isola. Siamo isolati dentro il corpo della madre, nell’acqua. Il feto è un’isola.

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La pietra come un cordone ombelicale conficcato dentro il cuore del Mediterraneo. Il paradosso è che sulle Eolie attraccano decine di navi ogni giorno. Sono gole. Vomitano centinaia di turisti (uno sono io) che sperimentano chi sono.

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Le case non hanno cancelli: non esiste ladro o assassino, ma ospite. Le case hanno i nomi di chi le abita, tutto, nell’isola ha un nome, che è noto anche ai gabbiani. Il colpevole, d’altronde, o ha la qualità di diventare re o diventa cibo per i sassi, avidi di luce.

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L’uomo è un animale sociale per convenienza, per convivere senza spargimento di sangue. In realtà, l’uomo è solo, creato nella solitudine. Se non fosse solo non vedrebbe Dio né gli dei.

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Cielo, pietra, mare. Ogni elemento è un segno, intransigente. Non c’è necessità di legge perché gli elementi impongono il loro corso.

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Si è più soli nell’appartamento di una grande città che in un’isola deserta: il condominio comporta claustrofobia, intorno all’isola tutto è sconfinato, è rischio e promessa.

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Chi viene con gli yacht ad ammirare il paesaggio alimenta la propria claustrofobica idiozia. L’isola va abitata fino all’urlo pietrificato, finché il mare non si fa prato.

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L’isola deserta, il libro unico, biblico – siamo fatti per gli assoluti, per i nomi pieni di soli che isolano l’identità.

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Nell’isola si va per recintarsi nell’ombelico del Dio unico, isolato. Alle Lérins, ad esempio, in Francia, si stabilì Giovanni Cassiano per scrivere come devo vivere i monaci. Una parte delle sue Istituzioni cenobitiche è interessante: nella tenebra del monastero si entra dopo aver sperperato i rimasugli della propria identità. Bisogna essere torchiati e vessati e vilipesi per provare la propria latitanza dal mondo, la perseveranza in Dio: “chiunque aspiri a essere ammesso a sostenere la disciplina del monastero, non sarà accolto prima d’aver trascorso dieci giorni e anche di più alle porte del convento, dando così le prove della sua perseveranza e della sua aspirazione, come pure della sua umiltà e della sua sapienza. Una volta postosi con le ginocchia a terra davanti al passaggio dei fratelli, da tutti intenzionalmente respinto e disprezzato quasi si trattasse di uno che chiede di essere ammesso al monastero non per motivi religiosi, ma solo per necessità, divenuto pertanto bersaglio di ingiurie e di biasimo, dovrà dare prove sicure della sua costanza e dimostrare quale sarà il suo futuro comportamento nelle tentazioni e nel saper tollerare le ingiurie a lui inflitte”.

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Nell’isola non si va per ‘trovare se stessi’ ma per smarrirsi definitivamente – se andiamo nell’isola con tracce di noi, impazziremmo.

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Paul Gauguin parte per Thaiti abbandonando la folgore occidentale – scopre miriadi di divinità femminili e una specie di nichilismo tropicale. Si include nella domanda totale, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, che sibila incessante dall’oceano, infera e infinita. Il grande quadro isolano dell’isolamento, più potente di ogni Guernica. Quando Gauguin medita la sua opera più importante, il grande quadro isolano, alle Samoa muore Robert Louis Stevenson. Gauguin e Stevenson, gli insoliti isolati, muoiono nell’isola all’altro capo del mondo – l’isola chiede sacrificio a chi si impone l’esilio, divora i divini.

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Ad ogni modo, sia il monaco che l’artista recidono la propria identità sull’isola: in questo modo – solo in questo – il monaco scorge Dio e l’artista comprende la propria opera.

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Anche le bestie, qui, straordinariamente consapevoli, stanno zitte, chissà in quale anfratto muoiono.

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A Stromboli un autoctono cammina a piedi e a petto nudi, capelli annodati, corpo macerato dal sale. Né vanità né pudore sull’isola.

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Anche il desiderio di irrompere nell’innocente e ucciderlo, svanisce nell’isola – nell’isola, alienati dall’elettricità, l’uomo è l’innocente, il più debole, finalmente.

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L’isolamento è necessario alla creazione: la poesia nasce sulle isole, con Saffo e Omero, mentre la tragedia è un atto pubblico, cittadino, nasce nella solitudine urbana.

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D’altra parte, l’urbanistica ha un rigore romanzesco – al contrario, l’isola è un endecasillabo sulla pagina oceanica, il frammento di un verso, e gli scogli, guardali, hanno la concretezza formale di un sonetto.

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Le pietre miagolano, e la notte è verbale, con l’ascia decapita il giorno, la sua testa dalla chioma fitta galleggia sul mare.

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Un villaggio dell’età del bronzo, a Panarea. Cerchi di pietra, case simili a coni su uno strapiombo. Cosa porta l’uomo, qui? Quando ha paura, l’uomo si accerchia di leggi, si unisce ai propri simili, si fa servo di un forte. Altrimenti, segue la norma della pietra e il barometro della sera. Si perde. Semina epopee sul vento, che è una lastra di bronzo, dissanguando il linguaggio.

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Ad ogni modo, ho trovato il mio ricovero su un sasso, perentorio come un capolettera in cima a una epopea incisa in oro, disabitata. (d.b.)