“Non sarei mai riuscito a immaginare Simone invecchiato, mi è sempre parso eterno”: Matteo Fais raccoglie i ricordi del nipote di Simone Cattaneo, l’ultimo poeta maledetto

Posted on luglio 24, 2018, 7:05 am
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Una poesia, come un romanzo, non potrà mai fondare sé stessa sul mero autobiografismo. Pena finire tra le tante cataste di libracci con la storia di questo o quell’altro calciatore, politico o presunto famoso. Roba buona giusto per le offerte del supermercato. Eppure, in un modo difficile da spiegare, la vita dell’autore influenza l’opera e viceversa. Il legame esiste e non lo si può mettere da parte con leggerezza. Di Simone Cattaneo, l’ultimo dei poeti maledetti in Italia, pare basti sapere che è morto e di sua volontà. Il suo suicidio rappresenta agli occhi del lettore una garanzia: dopo una simile fine, sembra difficile non prendere sul serio la sua lirica. Nessuno si sentirà mai di dire che i suoi versi sono semplici provocazioni, pose di un adolescente cresciuto. In parte, anche se duole sottolinearlo, ciò è incontestabile: la morte violenta rende poeti – almeno in casi come il suo. Ciò non toglie che la curiosità – malsana quanto volete –, per quello che, prima di essere un famoso poeta, era un uomo, resta. Così come l’intima convinzione che, per comprendere i suoi testi, non si possa prescindere da quello che è stato il suo vissuto. Proprio per tal motivo, a Pangea, abbiamo ritenuto potesse essere interessante ricostruirne un ritratto umano ed esistenziale ad ampio raggio. L’abbiamo fatto grazie alla memoria di una persona cresciuta al suo fianco, con cui Cattaneo parlò anche il giorno prima di porre fine al suo viaggio terreno. Lorenzo (il nipote), a quasi dieci anni dalla morte, ha deciso di raccontare, per chi non ha avuto il privilegio di incrociarlo in vita, quello che è forse uno dei più amati poeti italiani degli ultimi decenni. La nostra gratitudine nei suoi confronti, inutile precisarlo, è infinita. Lorenzo ha rivissuto, in una lunga e dolorosissima intervista, il ricordo della persona che ha segnato maggiormente la sua esistenza. L’ha fatto con coraggio, senza mai tirarsi indietro, nella convinzione che “dopo tanto tempo, anche se a me sembra ieri, sia arrivato il momento di raccontare Simone a tutti quelli che vorrebbero sapere”.

Come è stata l’infanzia di Simone?

Onestamente, non so granché in merito a quel periodo. In primo luogo, perché non c’ero. In secondo luogo, perché Simone non amava parlare di sé. Genericamente, preferirei non raccontare per sentito dire, ma piuttosto riferirti quella che è stata la mia esperienza con lui, ciò che ho vissuto in prima persona. Per quel che riguarda la sua infanzia basti sapere che era nato nel ’74, a Saronno, e che i genitori provenivano da due paesi limitrofi. Quando Simone nacque, però, risiedevano lì da almeno vent’anni.

Cattaneo

Simone Cattaneo con la maglia della Caronnese: un numero 5 di ferro

Cosa sai, invece, dell’adolescenza?

Simone adolescente me lo ricordo, innanzitutto, per la sua imponenza. Svettava. Sai, per via dell’altezza. A quindici anni superava già il metro e ottanta, forse sfiorava addirittura il metro e novanta. Era un tipo silenzioso, che ascoltava tantissima musica e leggeva. Leggeva senza sosta. Mi ricordo la sua stanza invasa dai libri. Ne aveva perfino sotto il letto. Si trattava soprattutto di autori americani e russi, in traduzione italiana. Adorava anche il cinema, un po’ tutti i generi, ma in particolare era appassionato dei film sulla malavita americana (Il padrino, Quei bravi ragazzi, Carlito’s Way, Scarface e Pulp fiction) e gli piaceva molto la serie tv I Soprano. Con lui ci sono cresciuto, perché i miei lavoravano – mia madre (sua sorella), come mio padre. Spesso, per tal motivo, restavo dai nonni in sua compagnia. Probabilmente ho passato più tempo lì che a casa mia, durante l’infanzia. Simone, di quattordici anni più giovane della sorella, a quei tempi frequentava il liceo e viveva ancora dai suoi. Quello che ricordo distintamente, fin da allora, è che non ha mai avuto grande sintonia con il mondo circostante e con quello della scuola. Ci si sentiva stretto. Lo percepiva eccessivamente rigido e ipocrita, almeno rispetto a quelli che erano i suoi interessi. Ascoltava i The Clash, i Pogues, e questi gruppi avevano instillato in lui un pensiero critico nei confronti della società e del sistema borghese entro il quale era nato e cresciuto. Un’altra cosa da sapere è che Simone praticava e amava molto il calcio. Giocava nella Caronnese, la squadra di un paese vicino a Saronno. Era un ottimo difensore, un tipo tosto sul campo, che ne ha ammaccati parecchi, ma comunque molto amato dai suoi compagni di pallone. Questa è un’attività che ha portato avanti per diversi anni, con la maglia numero 5, e a cui teneva particolarmente. Qualche volta da bambino ero andato a vederlo giocare, anche se non voleva, ritenendo probabilmente che il suo approccio così duro sul campo non fosse particolarmente educativo. Oltre a praticarlo il calcio, seguiva con partecipazione la Nazionale durante gli europei e i mondiali. Malgrado questa sua grande passione, aveva una visione molto realistica e cinica del giro d’affari intorno a quel mondo. Con me commentava spesso le notizie e ha sempre sostenuto che ci fosse molto marcio dietro.

Che famiglia era quella di Simone?

Direi una famiglia relativamente normale, della piccola borghesia.

E lui come si sentiva rispetto ai suoi familiari?

Simone era troppo avanti! Di qualunque cosa si parlasse, era sempre dieci anni oltre rispetto al resto del mondo e credo che nessuno in famiglia, seppur con tutta la buona volontà, avesse la capacità di cogliere questo aspetto fino in fondo. Per tal motivo, ciò che lui cercava era più che altro un confronto con persone al di fuori della cerchia dei parenti, qualcuno che potesse fornirgli degli stimoli culturali di una certa rilevanza. È vero che mia nonna, sua madre, stravedeva per lui, ma si trattava di una persona molto semplice. A onor del vero, devo anche dirti che il padre di Simone era molto più interessato a leggere “La Gazzetta”, o a guardare la quarantesima replica di un vecchio film in tv, piuttosto che stare a sentire le ragioni dei figli. All’interno dell’ambito familiare, mio zio visse anche un evento particolarmente traumatico, che segnò la sua esistenza. Fu quando Giancarlo, il fratello maggiore, morì a trentadue anni, nel ’94. Simone ne aveva appena venti. Di fatto, a quell’età, era già l’uomo di casa, visto che mio nonno, oramai anziano, era come se non ci fosse. Credo che questo abbia avuto un peso nella visione molto lucida, e a tratti cinica, che nutriva nei confronti della vita.

Ti ha mai raccontato del perché avesse iniziato a scrivere poesie?

Vedi, io con Simone parlavo di tutto, ma soprattutto ascoltavo, perché era veramente affascinante starlo a sentire. Proprio quella faccenda, però, non la menzionava mai. Io avevo modo di leggere i suoi testi, perché gli facevo da tecnico informatico. Non è mai andato molto d’accordo con le nuove tecnologie, dal computer alla stampante. Aiutandolo, mi capitava di vedere quello che scriveva. Ma, ti ripeto, Simone ha sempre cercato di tenere questa cosa per sé. Forse perché riteneva che io fossi troppo giovane per capire i suoi testi e i suoi genitori troppo anziani e borghesi. Poi, però, mia nonna riusciva sempre a procurarsi i libri, quando uscivano, e io andavo a cercare online le recensioni. Degli amici di Saronno, a ogni modo, nessuno era a conoscenza della sua attività di poeta, perché lui si guardava bene dal renderla nota.

Ti ha mai raccontato degli amici dell’ambito letterario, invece?

No, assolutamente. Qualche volta li si incrociava a un concerto, o evento, e allora me li presentava, ma per il resto niente.

Qual è il più bel ricordo che hai di lui?

Ne ho un’infinità. Potrei citarti quello del giorno in cui decisi, durante l’università, di andare a studiare fuori, per un semestre, in America. E, mentre tutti avversarono questa mia scelta, o almeno non dimostrarono grande sostegno, lui fu l’unico a dire: “Vai! Perché sei ancora qui? Parti e fatti valere”. Ricordo poi – dovevo avere circa quattro anni – un giorno in cui mi accompagnò a casa. Mi stavo lamentando perché avevo dimenticato un camioncino della Lego, un giocattolino che mi portavo sempre appresso. Lui, con grande flemma, mi prese in braccio, mi piazzò sul cassone di un camion parcheggiato lì e mi disse: “Che ne dici, questo può andare bene?”. Un altro a cui ripenso spesso risale a quando andavo all’asilo e lui, per farmi addormentare al pomeriggio, mi faceva ascoltare Fairy Tale of New York e A Rainy Night in Soho, entrambe dei Pogues, il suo gruppo preferito. Ma adesso, scorrendo un po’ l’album della memoria, non posso fare a meno di ripensare che fu lui a insegnarmi a giocare a calcio. Solo che poi mi risultò difficile farlo con gli altri bambini, perché avevo fatto pratica con un avversario di quasi due metri per cento chili. Mi ero abituato a tirare calci e gomitate da cartellino rosso, nel tentativo di tenergli testa. E, poi, come dimenticare che, quando feci l’esame di terza media, lui venne ad assistere. Entrò senza dire una parola e si piazzò in fondo alla stanza, guardando la commissione in modo non esattamente benevolo. Non so se la cosa abbia influito, ma con me furono straordinariamente rapidi. A Simone devo anche il fatto che, mentre i miei coetanei guardavano le Tartarughe Ninja, io mi ero già fatto una notevole cultura su thriller, horror, fantascienza e film d’azione. Lui li registrava, o noleggiava, e me li faceva vedere di nascosto, con grande disappunto di mia madre. Se oggi non ho una cantina piena di corpi fatti a pezzi, credo si possa definitivamente archiviare l’idea che la violenza in tv generi nei ragazzini dei comportamenti antisociali.

A tuo avviso, quanto ha pesato la sua fine nella ricezione del pubblico? Se non fosse morto come è morto, Simone sarebbe poi diventato Cattaneo?

Ha pesato e non poco, anche perché la figura di Simone – sfortunatamente, perché si rischia di smarrire la persona per il personaggio – ricalca perfettamente quella del poeta maledetto. Ma, vis-à-vis, era difficile immaginarlo come tale. Quello che ti trovavi davanti era un uomo enorme e muscoloso che sembrava un lottatore, o una guardia del corpo, più che uno scrittore di versi. In qualche modo, comunque, questa sua morte ha eretto un tempio di serietà intorno al suo poetare, ha conferito una patente di autenticità a quello che scriveva. E sicuramente, quindi, ha contribuito a renderlo il personaggio “Simone Cattaneo”.

Che vita conduceva Simone prima di morire?

Simone ha sempre avuto una vita abbastanza particolare. Ha cambiato spesso lavoro. Aveva orari tutti suoi. Non di rado stava sveglio tutta la notte a scrivere. E, quando usciva, tornava sempre molto tardi. Pur avendo vissuto tutta la vita a Saronno, di fatto passava più tempo a Milano, perché la sua cittadina gli stava stretta. Aveva un’antipatia quasi viscerale per qualunque forma di autorità e non si è mai trovato bene in quel centro così perbenista e piccolo borghese. Prima, però, mi sono dimenticato di dirti che piaceva molto alle donne, ma lui non se ne vantava. Anzi, di donne non parlava quasi mai, neanche con gli amici – figurati con me. Nei mesi successivi a quel maledetto settembre, alcune ragazze chiamarono al suo cellulare. Non sapevano cosa fosse successo e perché non si facesse più sentire. Puoi immaginarti come sia stato dover spiegare… Dopo un po’ di tempo, nei commenti su un sito che riportava alcune sue poesie, due cominciarono a litigare, millantando storie con lui, accusandosi a vicenda di mentire. So chi sono. Con una aveva avuto in effetti una relazione, ma non credo troppo seria. L’altra era un’amica che nutriva un debole per lui. Altre mi hanno contattato, anche dopo molto tempo, per chiedermi della morte, per avere una spiegazione. Non ho mai voluto rispondere approfonditamente. La famiglia, gli amici stretti, sanno tutto quello che c’è da sapere. Per il resto del mondo non credo farebbe grande differenza. Sono questioni private che non aggiungono nulla al ricordo dell’uomo e alla sua poesia. Visto che siamo in argomento, ti dirò che Simone non si faceva grandi illusioni sull’amore, ma credeva moltissimo nella lealtà, nell’amicizia. Era anche cattolico. A suo modo, moltissimo. Matrimoni a parte, non metteva mai piede in chiesa ed era disgustato dal Vaticano – sosteneva che, sulla questione riguardante la pedofilia dei preti, fosse emersa solo la punta dell’iceberg. Eppure, portava sempre il Crocifisso al collo. Si trattava del regalo per la cresima, che in realtà non fece mai – ai genitori comunicò di proposito l’orario sbagliato e questi si presentarono in chiesa a cerimonia finita. Tuttavia volle assolutamente farmi da padrino in occasione della mia, come lo era stato per il battesimo. Naturalmente, la famiglia – sono tutti abbastanza cattolici – non gradì. Alla fine, se lo fecero andare bene, perché avevo giurato di sputare l’Ostia in faccia al prete, se mi avessero imposto un’altra persona.

Lui ha mai avuto una qualche forma di identità politica, di ideologia?

Quando era molto giovane oscillava tra la destra e la sinistra, ma senza avere un’appartenenza precisa. Successivamente, per quel che rammento, era semplicemente deluso da qualunque partito e orientamento, dalla finzione che vi si nasconde dietro. Certo, parlavamo molto di politica ed era un piacere sentire Simone che commentava. Mi ricordo, per esempio, quando, tra il 2006-2007, mi disse quanto Gheddafi fosse fondamentale per tenere lontano il rischio di attentati in Italia. E, anche se di attentati non ne abbiamo avuti, per fortuna, vista la situazione che stiamo vivendo, probabilmente aveva ragione. Simone era in qualche modo affascinato dalla meticolosità con cui la corruzione e il malaffare erano riusciti a permeare la società italiana. E, fondamentalmente, nella sua visione, non c’era alcuna via d’uscita, perché il sistema era talmente marcio da risultare inemendabile. L’unica possibilità, secondo il suo parere, era farsene una ragione e campare senza l’illusione che le cose potessero prendere una svolta positiva. La sola circostanza in cui mi disse che valeva veramente la pena andare a votare, fu in occasione del referendum sull’uso delle cellule staminali. Era molto colpito dall’idea delle persone in carrozzella, o paralizzate. Allora, mi sembrò davvero convinto. Ecco, quella fu l’unica volta in cui partecipò sperando davvero di poter cambiare le cose, con la certezza che fosse una causa giusta da portare avanti.

C’era un politico che lui disprezzava, in particolare?

Non che io sappia, ma sicuramente ce n’era uno che ammirava per l’intelligenza e l’abilità nell’avere le mani in pasta dappertutto, Giulio Andreotti. Lo considerava estremamente acuto, pur non condividendo quel tipo di orizzonte culturale.

Ci sono stati diversi problemi per trovare un editore, dopo le prime pubblicazioni con Ladolfi, da quel che so. Mi racconteresti queste vicissitudini?

Molto volentieri! (ridiamo) Quando morì Simone, anche sulla spinta di un suo amico che era al corrente di certi scambi con alcuni editori, andai ad aprire la sua casella di posta elettronica. Lo feci per quel motivo e per avvisare i suoi amici dell’ambiente della poesia. Trovai varie email con Marco Monina della Pequod, casa editrice di Ancona, e vidi che avevano già chiuso un accordo di pubblicazione per il 2010. Dopo qualche settimana, lo contattai per metterlo a parte della situazione e per dirgli che a noi sarebbe piaciuto portare a compimento quanto iniziato da Simone. Da lì cominciò una trafila che andò avanti per più di un anno, tra email senza risposta, chiamate perse, o messe giù, promesse di ricontattarci, scuse e rimandi, problemi di ogni genere, fino a quando sostanzialmente Monina si rese irreperibile. A quel punto intervenne Marco Merlin di “Atelier”, a cui avevo parlato di questa situazione. Promise di impegnarsi e di darci una mano. Dopo circa un mese, saltò fuori la proposta di pubblicare con Ladolfi. Eravamo tutti molto contenti della cosa. Dopo poco, Merlin chiamò nuovamente dicendo che era venuto a crearsi un problema e tutto si era bloccato. Il motivo del contendere erano tre testi, se non ricordo male, all’interno di Peace&Love, che l’editore non si sentiva di pubblicare. Si tratta di quelli concernenti l’argomento religioso – c’è da considerare che Ladolfi, allora, collaborava con vari enti cattolici. A quel punto, all’interno della famiglia e tra gli amici più intimi si creò una frattura: chi era convinto che si dovesse pubblicare comunque e a qualsiasi costo, omettendo quei testi; chi, come me, invece, sosteneva che solo lui avrebbe potuto scegliere in tal senso e non certo noi. Dal mio punto di vista, quello era il testo che lui mi aveva lasciato e, quindi, quello dovevo cercare di far pubblicare. Perciò l’accordo saltò. Passarono ancora sette mesi e, alla fine, si rifece vivo Merlin con la proposta di Il Ponte Del Sale. Devo dire che Marco Munaro, il responsabile di quella associazione, fu meticolosissimo in ogni particolare: la copertina, il formato, tutto. Scrupolosamente, volle discutere ogni aspetto fino all’ultimo dettaglio. E così, finalmente, nacque Peace&Love per come lo conosciamo. Al momento ha già avuto una ristampa, essendo andato esaurito abbastanza in fretta, grazie anche all’articolo di Tiziano Scarpa comparso sul “Corriere”, due pagine intere dedicate a Simone.

Ci sono eventi in programma per commemorare i dieci anni dalla morte?

L’idea c’è. Lo vorremmo fare. Abbiamo però il problema della location. Temo che difficilmente potremo avere un supporto forte dal Comune di Saronno, anche se la città dove Simone ha vissuto sarebbe la scelta più ovvia. Perciò si stava pensando a un’alternativa. Fortunatamente abbiamo ancora un anno per lavorarci. Comunque, faremo sapere, tramite le apposite pagine Facebook e quant’altro, quando ci saranno sviluppi.

Cattaneo

Un giovanissimo Simone Cattaneo

Secondo te Simone era conscio del suo valore come poeta?

Simone, con sé stesso, era più feroce dei suoi critici. Semplicemente, riteneva che il suo valore dovessero stabilirlo i lettori. Lui era estremamente indulgente con gli altri, tanto quanto spietato verso sé stesso. Un po’ il contrario di quel che va di moda oggi, insomma.

Come mai una delle raccolte di Simone non è finita in Peace&Love?

È stata una scelta editoriale. In origine Peace&Love sarebbe dovuto uscire come raccolta singola, senza includere Made in Italy e Nome e Soprannome. Fu Munaro, di Il Ponte del Sale, a proporci di fare un testo unico, andando a recuperare i due precedenti – anche perché, per esempio, Nome e Soprannome risultava irreperibile. Ci ragionammo un po’ su, insieme a Merlin, e decidemmo di accorpare le tre raccolte, escludendo La pioggia regge la danza. Cercare di mettere dentro anche quella ci sembrò una forzatura. Soprattutto perché il testo non andava in direzione di quella semplicità che Simone, come precisa nell’unica videointervista rimasta, cercava di perseguire, eliminando ogni traccia di lirismo. Personalmente, avevo paura di addolcire troppo il pugno nello stomaco di Peace&Love, andandolo a edulcorare con testi che, se mio zio avesse ripreso in mano a trentacinque anni, non avrebbe più scritto o, se l’avesse fatto, non sarebbe stato certo nella forma in cui erano precedentemente finiti su carta.

La sua morte ti ha colto di sorpresa, oppure in una certa misura te l’aspettavi?

Mi ha colto di sorpresa nel senso che io, Simone, lo vidi il giorno prima e parlammo tranquillamente. Gli dissi che la mia tesi di laurea era stata approvata e che l’avrei discussa di lì a due settimane. Lui mi parlò della partita della Nazionale italiana, che avrebbe visto quella sera a Torino, dicendomi che anche un pareggio sarebbe stato positivo, perché avrebbe garantito la qualificazione. D’altro canto, non sarei mai riuscito a immaginarmi Simone invecchiato. Non lui che era un’esplosione di energia, con quel fisico da divinità greca, da guerriero vichingo. Sembrava impossibile pensarlo avanzare negli anni come tutti gli altri. In qualche modo mi appariva eterno, non sottoposto all’incedere del tempo. Se dovessi immaginarlo a settant’anni, ecco, mi verrebbe da figurarmelo esattamente come era a trenta, per quanto folle possa sembrare. Simone ha sempre avuto qualcosa che lo poneva oltre l’umano.

Esiste un aspetto che il pubblico dovrebbe conoscere di lui, ma che ancora ignora? Qualcosa che potrebbe aiutare a comprenderlo, intendo.

Forse una cosa, ovvero che le storie raccontate da Simone sono tutte vere e non rappresentano delle “grandi metafore di qualcos’altro”, come ho sentito dire. Certo non sono tutti episodi che ha vissuto in prima persona, ma si tratta comunque di realtà con cui è entrato in contatto. Lui era camaleontico, in grado di stare tra la gente di “Atelier”, come nel peggior bar del quartiere più malfamato. Infatti, frequentava persone diversissime e aveva lo stesso atteggiamento sia che si rivolgesse a un direttore, sia che stesse parlando con la donna delle pulizie. Questo aspetto, per esempio, piaceva molto ai bambini che lo adoravano, perché lui era diretto, non aveva filtri. Era gentile con tutti, ma non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno.

Simone è cresciuto nella scuderia di “Atelier”. È mai trapelato qualcosa in famiglia di quell’ambiente?

Simone ne parlava, soprattutto con la madre, quando era molto giovane. Con loro condivideva la sua passione per la poesia – e questa è una cosa importante, perché difficilmente, fuori da quella cerchia, avrebbe potuto trovare persone che gli consigliassero delle letture. Certo non sarebbe potuto accadere con i compagni del calcio, o con quelli del pub di Saronno. A ogni modo, però, non so quanto quella gente conoscesse davvero il lato selvaggio di Simone. Lui era sempre lo stesso, un uomo che non cercava mai di mettere a disagio la persona che aveva davanti. Per cui, se si trovava in mezzo a gente semplice e umile, usava un linguaggio elementare e rilassato, facendo anche la battuta becera. Se si trovava in un contesto intellettuale, invece, la parola era più forbita e anche l’atteggiamento era diverso. Il tutto sempre al solo fine di non creare disagio negli altri. Ciò però rendeva difficile inquadrarlo bene, in profondità. E quindi, anche se molti di loro gli volevano sinceramente bene, non so quanto in realtà lo conoscessero. Lui stesso non si voleva far conoscere nel profondo da nessuno. Eppure, una volta, i suoi amici di “Atelier” entrarono in contatto con il suo lato più ruspante. Si trovavano in un bar e un paio di avventori si permisero di fargli una battutaccia. Ti dico solo che la vicenda finì con parecchie migliaia di euro di danni al locale e quei tizi volarono attraverso la vetrata. Credi a me che l’ho visto in azione. Una volta, pensa, quando ero molto piccolo, mi venne a prendere a scuola. Una macchina mi passò un po’ troppo vicino e lui la rincorse, fino a che non la fermò. Allora, tirò fuori il tizio seduto al volante.

Cosa ti manca maggiormente di lui?

Mi manca la sicurezza che dava la sua presenza, la consapevolezza che, qualsiasi cosa avessi fatto, in qualunque casino mi fossi cacciato, avrei avuto qualcuno che sarebbe stato sempre dalla mia parte. E mi manca il fatto che con una parola, con un commento, con una battuta a metà tra l’ironia e il sarcasmo, lui potesse cambiare il senso della situazione, farti capire che strada intraprendere.

Dobbiamo aspettarci delle future traduzioni della sua opera?

Io spero di sì. Abbiamo già quella in spagnolo, che mi pare fatta molto bene. Il mio auspicio sarebbe di vedere presto quella in inglese. La cosa, purtroppo, non è semplice. Bisognerebbe trovare un traduttore che fosse anche poeta, che conoscesse bene entrambe le lingue. Io credo che una traduzione anglosassone aprirebbe le porte del mondo alla poesia di Simone. Probabilmente in altri paesi potrebbe essere apprezzato molto più che in Italia, dove comunque lui resta di nicchia perché la poesia è un mondo di nicchia.

Matteo Fais

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Qui potete vedere Simone Cattaneo intervistato da Cristina Tessaro per La 6.