“Non mi pongo mai la domanda sulla sopravvivenza della mia opera. Non mi riguarda”: Amélie Nothomb, scrittrice sfuggente e implacabile, pubblica un nuovo libro e ne parla con Matteo Fais

Posted on Marzo 07, 2019, 9:35 am
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Il personaggio è quantomeno sfuggente. Forse non le interessa spiegarsi e ritiene che i suoi libri debbano farlo in sua vece. Certo una inconsueta forma di genialità non le manca. Probabilmente aveva ragione Oscar Wilde, in Il ritratto di Dorian Gray, parlando di Basil, il pittore: “mette tutto ciò che di affascinante vi è in lui all’interno del suo lavoro. La conseguenza è che non gli resta niente da manifestare nella vita, se non i suoi pregiudizi, alcuni principi, e tutto il suo buon senso comune. I soli artisti che risultino gradevoli di persona sono i pessimi artisti. I grandi sono ciò che fanno e, di conseguenza, sono poco interessanti come esseri umani”. Sarebbe del resto difficile che a una scrittrice che è solita produrre tre testi all’anno rimanesse qualcos’altro da dire, oltre quello che già scrive.

Resta il fatto che la lettura di I nomi epiceni, di Amélie Nothomb, uscito di recente per Voland, ha molteplici aspetti per cui risulta interessante. La prosa è veloce, ma riesce comunque a veicolare una sensibilità non certo superficiale. La narrazione è attraversata da una tensione costante, colpi di scena fulminanti, agnizioni inaspettate. Ma questo lo sa chiunque abbia già letto un’opera della scrittrice in questione. Così come sarà al corrente che non si può svelare niente della trama, che va invece scoperta pagina dopo pagina. Basti sapere che è una storia di rancore e vendetta, di persone apparentemente normali ma capaci di azioni del tutto fuori dall’ordinario.

È per questa serie di motivi che siamo andati a sentire Amélie Nothomb, durante le sue recenti tappe italiane per la promozione del testo. Lei ha risposto alle nostre domande, ma l’ha fatto nel suo solito modo che, per usare un eufemismo, definiremo stringato. Al lettore la valutazione delle sue parole. Noi, per quel che vale, ci abbiamo provato.

Madame Nothomb, lei ha dichiarato di scrivere ben tre romanzi all’anno e iniziare immediatamente a lavorare sul successivo, nel momento in cui ne ha terminato uno. Perdoni la curiosità ma, da scrittore a scrittore, credo che l’impegno più gravoso sia l’editing, o labor limae, sul testo. Insomma un romanzo, se breve, può anche essere scritto in una settimana, ma ci vogliono mesi per perfezionare la prima stesura. Lei come svolge questo processo?

L’unica cosa difficile è impedire all’editore di modificare il testo. Io mantengo sempre la prima versione.

Ho da sempre l’impressione che i testi di maggior impatto siano quelli in cui l’autore, facendo leva sull’immaginazione, ricostruisce storie che, se proprio non gli sono capitate, avrebbero potuto comunque aver corso nell’ambiente in cui è vissuto. Non penso quindi che Raymond Carver abbia sperimentato in prima persona tutto ciò che racconta, ma sicuramente è ben probabile che situazioni affini siano accadute alla gente intorno a lui. Non sarebbe strano, per esempio, che abbia visto un disperato alcolizzato vendersi i mobili nello yard di fronte a casa. Similmente, se certo non arrivo a pensare che Stephen King abbia avuto incontri ravvicinati con un clown che esce dalle fogne per uccidere i bambini, posso immaginare che la sua attenzione per l’infanzia derivi dall’averne avuto a sua volta una particolarmente vivida e piena di incontri segnanti. E lei, Madame? Quanto c’è di ciò che ha vissuto in prima persona nei suoi libri?

Ho immaginato tutto e dunque tutto è vissuto.

Il traduttore di Andre Dubus, a mio avviso uno dei più grandi scrittori di short stories americani, mi ha detto in una recente intervista che questo autore racconta storie popolari, ovvero storie che potrebbero capitare alle persone comuni, contrariamente a molti scrittori che ricercano situazioni e personaggi straordinari nella speranza di poter così imbastire intorno a questi una storia maggiormente interessante. Lei si sente un’autrice di storie popolari, o extraordinarie? I nomi epiceni, per esempio, a me pare una storia possibile, che potrebbe capitare a chiunque. Lei non trova?

Sono storie popolari che potrebbero accadere a tutti.

Una scrittrice che conosco mi diceva che, a suo avviso, l’autore non dovrebbe mai apparire, per mandare in avanscoperta l’opera, pena influenzare la ricezione di questa da parte del pubblico con la sua presenza scenica. Lei per esempio gode di una notevole visibilità, tra riviste e apparizioni televisive. Perdoni l’ardire, ma non pensa mai che il lettore potrebbe acquistare un suo testo perché vede una donna dall’aspetto eccentrico e con il cilindro sul capo?

Importa poco la ragione per cui il lettore compra il libro, quello che conta è che lo legga. E i miei lettori leggono i miei libri.

Lei ha pubblicato tanti romanzi. È forse una delle autrici più prolifiche. Ma si chiede mai se la sua opera sopravviverà, se segnerà la letteratura europea come per esempio quella di Balzac?

Non mi pongo mai la domanda sulla sopravvivenza della mia opera. Non mi riguarda.

Michel Houellebecq, nel suo mirabile saggio H.P.Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, sostiene che “l’accesso all’universo artistico è riservato quasi esclusivamente a chi che ne abbia un po’ le palle piene”. Al di là del linguaggio politicamente scorretto, l’autore di Serotonina asserisce a mio avviso una grande verità, ovvero che l’arte esiste perché la vita nella sua intima essenza è insufficiente, mancante. Qualcosa di non molto dissimile scriveva il nostro grande poeta Leopardi, avanzando l’idea che solo nella trasposizione artistica il nulla dell’esistenza trovi il modo di rendersi sopportabile, appunto perché trasfigurato. Lei, Madame, scrive per manifestare la gioia di esistere o per rendersi sopportabile l’esistenza?

Si tratta di un’altra cosa ancora. Scrivo affinché finalmente la realtà esista.

Matteo Fais

*Traduzione dal e verso il francese a cura della Prof.ssa Gabriella Creti

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Le personnage est du moins insaisissable. Il est probable qu’elle ne veuille pas s’expliquer ou qu’elle pense que ses livres le feront à sa place. Il est sûr qu’une certaine forme de génie inhabituel la caractérise.

Oscar Wilde avait probablement raison dans le Portrait de Dorian Gray à propos du peintre Basil: «il met tout ce qu’il y a de charmant en lui, dans ses œuvres. La conséquence en est qu’il ne garde pour sa vie que ses préjugés, ses principes et son sens commun. Les seuls artistes que j’aie connus et qui étaient personnellement délicieux étaient de mauvais artistes. Les vrais artistes n’existent que dans ce qu’ils font et ne présentent par suite aucun intérêt en eux-mêmes».

Il serait, d’ailleurs, difficile pour un écrivain qui publie trois textes par an de pouvoir dire autre chose que ce qu’il écrit déjà. La lecture de Les prénoms épicènes d’Amélie Nothomb, édité par Voland, résulte par ailleurs intéressante sous maints aspects. La prose est rapide et certainement pas superficielle. La narration est en constante tension, riche en rebondissements et reconnaissances inattendues. Et tout lecteur de l’écrivain le sait bien et sait également que rien ne peut être révélé de l’histoire et qu’il faut la découvrir page après page. Une histoire de rancune et de vengeance, avec des personnages à l’apparence normale mais capables d’actions tout à fait extraordinaires.

C’est pourquoi nous avons interviewé Amélie Nothomb durant ses récentes étapes en Italie pour la promotion de son livre. Elle nous a répondu comme elle le fait habituellement, pour ainsi dire de manière concise. Nous laisserons les lecteurs en juger. En ce qui nous concerne, nous avons essayé.

Madame Nothomb, vous avez déclaré écrire trois romans par an et commencer à écrire un nouveau immédiatement après avoir terminé le précédent. Pardonnez ma curiosité d’écrivain, mais je crois que le travail plus pénible est celui de l’ editing ou du peaufinage d’un texte. Même si un roman est bref et qu’ il est écrit en une semaine, il peut demander des mois de perfectionnement du premier jet. Quel processus suivez-vous?

La seule chose difficile est de résister aux tentatives de l’éditeur de modifier le texte. Je conserve toujours le premier jet.

J’ai toujours eu l’impression que les textes les plus marquants sont ceux dont l’auteur, faisant preuve d’imagination, reconstruit des histoires qu’il n’a point vécu mais qui auraient pu toutefois se dérouler dans son milieu. Je ne pense pas, donc, que Raymond Carver ait pu vivre tout ce qu’il décrit, mais il est fort probable que des situations similaires se soient produites autour de lui. Il serait possible, par exemple, qu’il ait vu un alcoolique désespéré vendre ses meubles dans un yard en face de chez lui. Et l’on peut également supposer que l’attention de Stephen King pour l’enfance, en décrivant un clown qui sort des égouts pour tuer des enfants, soit le fruit de son enfance particulièrement riche de rencontres marquantes. Et vous, Madame, quel est la part du vécu dans vos romans?

J’ai tout imaginé et donc tout est du vécu.

Le traducteur d’Andre Dubus, l’un des plus grands écrivains américains de nouvelles, m’a dit dans une interview récente que cet auteur raconte des histoires communes, autrement dit des histoires qui pourraient arriver à des personnes ordinaires, contrairement à nombreux écrivains qui recherchent des situations et des personnages extraordinaires dans l’espoir de pouvoir créer autour d’eux une histoire plus intéressante. Vous définissez-vous comme un auteur d’histoires communes? Ou extraordinaires? Les prénoms épicènes, par exemple, me semble être une histoire qui pourrait arriver à quiconque. Ne pensez-vous pas?

Ce sont des histoires communes qui pourraient en effet arriver à quiconque.

Une écrivaine que je connais me disait qu’un auteur ne devrait jamais apparaître pour promouvoir son œuvre, au risque d’influencer son public par sa seule présence scénique. Vous, par exemple, vous jouissez d’une visibilité importante, considérant vos apparitions à la télévision et articles dans les magazines. Excusez mon audace, mais ne pensez-vous pas que le lecteur pourrait acheter un de vos livres seulement parce-qu’il a vu une femme à l’apparence excentrique et avec un cylindre sur sa tête?

Peu importe la raison pour laquelle il achète le livre. Ce qui compte, c’est qu’il le lise. Et mes lecteurs lisent mes livres.

Vous avez publié beaucoup de romans. Vous êtes, apparemment, parmi les auteurs les plus productifs. Ne vous demandez-vous jamais si votre œuvre vous survivra, si elle marquera la littérature européenne comme celle de Balzac?

Je ne me pose jamais la question de la survie de mon œuvre. Cela ne me regarde pas.

Michel Houellebecq, dans son essai H. P. Lovecraft – Contre le monde, contre la vie, affirme que «l’univers artistique est plus ou moins réservé à ceux qui en ont un peu marre». A mon avis, l’auteur de Sérotonine dit une grande vérité, c’est à dire que l’art existe tant que la vie, dans son essence la plus intime, est insuffisante, manquante. Leopardi, grand écrivain italien, soutenait également que seulement la transposition artistique peut rendre supportable la vacuité de l’existence. Et vous? Ecrivez-vous pour manifester la joie d’exister ou pour vous rendre l’existence plus supportable?

C’est encore autre chose. J’écris pour que le réel existe enfin.