“Non fossi in grado di poggiare la mia testa sulle ginocchia delle Fate…”: anche in UK scrivono lettere d’amore. Meglio quelle di Keats o quelle, rimbambite di sogni, di Stevenson?

Posted on Febbraio 14, 2019, 1:39 pm
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Per san Valentino gli inglesi si mostrano al solito come ipocriti sognatori. Hanno preso a decorare le cassette delle lettere con motti di scrittori famosi innamorati. Si salvi chi può: Keats, Hardy, Burns (un tipo scozzese vissuto prima di Scott – aiuto). È tutto un gran carnaio, un macello dove nessuno si salva. Anche Keats, anche questo pio poeta col nome scritto sull’acqua aveva fatto a pezzi la povera Fanny alla quale appioppava le lettere: sì, è così che dovremmo rivedere la vicenda di Keats quando scriveva missive e poesie.

Primo Ottocento, amore drogato di romanticume, e Keats che da giovanotto scrive lettere agli amici dove spiega che deve prendere il mercurio (le solite cure per l’amore insicuro, e tutti a piangere “no, anche Keats, anche lui che era romantico, con le donnacce!”). Anche e soprattutto questo è un poeta, uno che lascia il segno e poi Fanny finisce sposata dopo la morte di Keats con un commerciante a va a vivere in Spagna, le foto la ritraggono a metà Ottocento nei gonnoni tristi delle signore fedeli, Keats era ormai tranquillo sottoterra al cimitero degli inglesi.

Si tirano fuori in continuazione, per culto malsano, altre lettere inedite di Keats e lui che aveva fatto la fame e voleva che la sua Fanny fosse qualcosa che lei non poteva diventare –Keats viene battuto all’asta come un montone: due mesi fa una sua lettera insignificante – diceva di salutargli il nipotino – è stata venduta per Xmila pounds a Londra. E Keats scrisse solo poesie, non gli servirono né per conquistare né per tenersi vicino Fanny che non le comprendeva. E noi? A pensare che i mailbox romantici salvino tutto? Via, le cassette rosse le ha inventate Anthony Trollope, romanziere noioso e intellettuale (piaceva al Manga, Stevenson lo sfotteva per la retorica da predicatore).

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Perché non siamo pragmatici come gli inglesi, non siamo sufficientemente stronzi come loro? Abbiamo paura di tutto anche quando si tratta dei poeti. Ai ragazzi nessuno dice che Leopardi quando entrava in chiesa si segnava con l’acqua battesimale (memorie di Ranieri). Grande presa per il culo? Teatralità partenopea? Cos’altro? Forse ci manca quel gusto per il successo individuale e mondano dove invece nidificano i protestanti, per loro far soldi è una benedizione divina – nel Bel Paese la fortuna va scontata come se il denaro fosse sterco diabolico.

Bisognerebbe fare un manuale di tutte le muse sfruttate dai poeti, dalla Fanny di Keats fino a noi. Poi tornare indietro nel tempo, sguazzare nell’Ottocento e vedere che senza il sortilegio dissacrante la letteratura non è mai esistita. Intanto apriamo questo manuale in modo virtuale grazie a Pangea con l’esempio mirabolante. Lettera semi-dichiaratoria di Stevenson, 24 anni, a una signora (divorziata) di trentasei. Poi diventerà sua moglie e lei gli straccerà la prima versione del Dr Jekyll e Mr Hyde per farglielo riscrivere in modo più esitante, ammiccante e puritano, lo scarrozzerà nelle isole del Pacifico a curarsi la salute e insieme avranno pure il tempo per scrivere un romanzo utilissimo oggi, Il terrorista (The dynamiter).

Enjoy the letter, yours sincerely

Andrea Bianchi

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28 Novembre, 1874, Edimburgo

A Mrs. Sitwell:

[…] Questo pomeriggio verso le sei c’era una luna piccola, arancione, persa nel grande mondo della sera azzurra. Qualche ramo senza foglie, sentieri interrotti nel giardino che fanno tris sulla sua superficie; e di sotto il bluastro e le luci soffuse di Leith, perse nella foschia azzurrognola. Ad est, il borgo, anche questo sottomesso allo stesso color blu, più accumulato, qui e lì una finestra accesa finché non riesce a imprimersi addosso a una chiazza di verde spento che rimane dietro il tramonto.

Non riesco a scriverti in inglese perché ho parlato in francese tutto il pomeriggio con alcuni conoscenti di questa nazionalità. Triste stato, quello in cui mi trovo, quando non posso ricordarmi dell’inglese e nemmeno conosco il francese! Peggio ancora quando si complica, al presente, con una penna che non vuole scrivere! Sapessi quanto inchiostro ho sparso e come devo manovrare, una manoeuvre da francese per rendere il tutto leggibile.

Te l’ho detto. Le Fate diventano donne solo quando vengono di moda; ed è la cosa più strana che io sappia di loro. Sono meravigliose come donne – più donne di tutte le altre – quei drappi che le avvolgono, che grandezza! Istinto del corpo sommato al sesso. Nemmeno un tratto mascolino. E, detto questo, non sono donne per noi; sono un’altra razza, immortale, separata; uno spera di fissarle da innamorato, con una sorta di umile adorazione, fisica – ma imputandosi a cercare l’anima di tutto l’amore – che uno lo ammetta davanti a se stesso, oppure no – è la speranza. In una parola la falena che desidera la stella di Shelley. O grandi stelle bianche di eterno marmo, forme femminili – colossi – non siete donne. Fossi Baudelaire. Da loro non cerchiamo amore, non vogliamo vedere i loro grandi occhi in difficoltà con le nostre semplici passioni, oppure quelle loro grandi forme impassibili, distorte da speranza o dolore o piacere; solo per ora, ancora una volta, solo essere a conoscenza che esistono, avere questa consapevolezza – sono nel regno di nuvole, magari i loro occhi scintillano costantemente, come stelle che stiano a guardarci, lontane da questo tumulto sulla terra.

Dovessero peggiorare le cose, non fossi in grado di poggiare la mia testa sulle ginocchia delle Fate – sono belle grosse – so cosa intendeva Baudelaire con quel suo géante — solo chinare la testa e lasciarla lì a dormire su quelle grosse ginocchia.

Ora so che c’è un’arte sottile e pericolosa, una sorta di egoismo fatto di abitudine. Una cosa più disordinata dello stesso disordine. Non ho mai smesso di essere generoso quando ero déréglé; ora che incomincio a seppellirmi nelle abitudini, vedo un pericolo davanti a me – uno potrebbe smettere di essere generoso e crescere duro, sordido in mezzo alle difficoltà. Comunque, grazie a Dio io voglio sempre la vita, e nulla di postumo, e per due buone emozioni sacrifico mille anni da affamato. Di più: so bene che non sarò mai uno scrittore, anche se la cosa mi tenta dolorosamente. La mia unica chance sono le mie storie.

Robert Louis Stevenson