Mettetevelo in testa: ci sono donne che non vogliono essere madri e si pentono di avere avuto figli. (Ma se lo dici ti dicono che hai delle turbe). Discorso sull’ultimo dei tabù

Uno dei più grandi tabù di tutti i tempi o forse il più grande, più ancora di quello della morte, è non volere figli o pentirsi di averne avuti. E su quest’ultimo argomento Orna Donath, sociologa israeliana, ha scritto un saggio: Pentirsi di essere madri: Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù pubblicato da Bollati Boringhieri. Una raccolta d’interviste, un’indagine iniziata nel 2008 che avrebbe dovuto girare tra gli studiosi e che invece ha attirato l’attenzione di tutti. Perché sì, molte donne si sono pentite di essere diventate madri ma non lo possono dire pubblicamente. Donath è riuscita a far parlare le sue donne omettendo i cognomi, altrimenti sarebbero state messe alla gogna, infangate, rovinate. * “Tuttavia, l’impressione è che la maternità simboleggi comunque una morte anche quando non c’è di mezzo un vero decesso: muore il vecchio io e si forma un’identità diversa, distinta da quella di quando si era non-madre. […] Molte donne vivono questa intensa esperienza di perdere la vita dando la vita”. * Orna non è diventata madre per scelta, in un paese, Israele, dove se non sforni almeno tre figli, sei guardata male; Orna ha intervistato molte donne e moltissime hanno dichiarato di essersi pentite della maternità. Non si aspettava neanche lei un risultato simile. * È che spesso non ci si riflette: si deve procreare, non c’è scelta. È assurdo il contrario. Ancora oggi, anche qui in Italia, se si dichiara di non voler diventare madri si viene guardate con pietà, e si pensa subito che la donna in questione abbia qualche turba psichiatrica, qualche trauma nascosto che arriva dal passato, qualche cosa che non ha elaborato della sua infanzia o roba simile. Viene messo in dubbio anche il suo senso nel mondo. Sei femmina e non vuoi essere ingravidata? Vuol dire che ti vuoi divertire e che sei una donnaccia. Non vorrai mica far credere che ti basti tuo marito, il lavoro, la tua arte? Se la risposta è sì, allora sei pazza. Se la risposta è sì, sei un’egoista, nient’altro. Se la risposta è sì, sei solo una specie di Claire Underwood che viene considerata una killer di bambini dopo tre aborti. Impensabile, quindi, dichiarare di aver avuto figli ma che si vorrebbe tornare indietro. * Una volta uno psicologo mi disse anche un’altra cosa, mostrandomi l’altra faccia della medaglia: gli uomini non farebbero mai figli. Fosse per loro ci saremmo già estinti. La maggior parte dei figli nasce perché gli uomini vengono fregati o per disattenzione, non certo da un sincero e sentito desiderio paterno. Dopodiché, quando queste madri-mogli-mantidi religiose hanno ottenuto il pargoletto, si dimenticano del maritino, anzi, cominciano a essere infastidite dalla sua presenza perché lo considerano un essere non più indispensabile, un essere che ha fatto il suo dovere. Insomma, sia i padri sia le madri spesso si ritrovano genitori senza neanche sapere se lo desideravano veramente, senza poterselo chiedere. Nessuno dice mai che i figli possono essere anche una gran rottura di palle, noiosi e che non danno la felicità di cui tanto si sente parlare. Le donne di Donath raccontano la frustrazione, la noia, la tristezza che le attanaglia ogni giorno, in attesa di quel senso di realizzazione incomparabile a qualsiasi altro che invece non è arrivato e non arriverà mai. * Alcune testimonianze: Sky, madre di tre figli, due tra 15 e 20 anni e uno tra 20 e 25 “È stato difficile ammettere che avere dei figli è stato un errore… che alla fine della fiera per me la maternità è un peso enorme. Mi ci è voluto tanto tempo prima di riuscire a dirlo. Pensavo, oh mamma mia, se dico una cosa del genere la gente mi darà della pazza. E lo penso ancora oggi…”. “Quando mia figlia ha voglia di farmi visita mi chiama e passa a trovarmi, e io ogni volta tutta entusiasta le dico: «Oh, che bello! Non vedo l’ora, mi manchi da morire». Ma non è mica vero. Mi sforzo in qualche modo di darmi un certo atteggiamento, ma niente da fare: non sono nemmeno capace di fingere”. “Per il mio bene, io spero che i miei figli non si sposino e non facciano figli. L’idea mi spaventa, è una situazione nella quale non mi vorrei trovare. Perché avere dei nipoti significherebbe che ancora una volta mi ritroverei obbligata, costretta a fare cose che non desidero fare. […] Per me sarebbe solo un peso”. * Jasmine, madre di un bambino di età compresa tra 1 e 5 anni “Rientro a casa dal lavoro alle 17, stremata. Avrei voglia… che ne so, di sedermi e leggere un libro. Avrei voglia di fissare il soffitto e pensare… ma non posso. È questo che mi deprime. E inizia già alle 14, quando so che tra un paio d’ore comincia il secondo turno. E allora, che cosa faccio, come lo passo il tempo, e se mia madre non viene e mi ritrovo da sola con lui? Ci sono solo io a rincorrerlo, ed è una cosa che mi dà ai nervi. Sempre, sempre. Ogni giorno con queste sensazioni”. * Sophia, madre di due bambini di età compresa tra 1 e 5 anni “Dio non voglia, ma anche se morissero sarebbero sempre con me, in ogni momento. Il lutto per la loro predita, il loro ricordo, il dolore sarebbero insopportabili. Se li perdessi adesso, certo, proverei un po’ di sollievo, ma sul sollievo prevarrebbe il dolore. Perché loro esistono, ed è una cosa che non si può cambiare. […] Non ci si può fare niente, loro ci sono e sono una pietra che ti schiaccia, anche quando non sono presenti. Tutto qua. Ed è un problema. È per questo che non raccomanderei a nessuno di fare dei figli (ride)”. * Erika, madre di quattro figli di età compresa tra 30 e 40 anni, nonna “Per loro ho rinunciato alla mia vita. E, col senno di poi (non ripensandoci oggi, ma già da qualche tempo), penso che la maternità sia un’esperienza difficile e ingrata. È piacevole per me stare con i ragazzi, ma posso dire di essere la donna più felice del mondo quando sto con loro? Bugie e ipocrisia. Bugie e ipocrisia. […] Non esiste motivo al mondo per fare figli. Una considerazione generale? La sofferenza è troppo intensa, le difficoltà troppo grandi e il dolore troppo profondo perché la maternità cominci a piacermi ora che si avvicina la vecchiaia. Questo è quanto”. * Maya, madre di due figli, uno tra 1 e 5 anni di età, uno tra 5 e 10 e incinta al tempo dell’intervista “Mi rendo conto degli sforzi che faccio, ma questa cosa mi consuma, mi prosciuga, mi affatica il corpo, la mente, l’anima, non mi resta spazio per nient’altro. Una volta scrivevo, scolpivo, dipingevo. Amavo creare cose. Ora di tutto questo non è rimasto niente: non mi resta nulla, perché non ho più né l’ispirazione né la forza”. * Jackie, madre di tre figli, uno di età compresa tra 1 e 5 anni e due fra 5 e 10 “Dico che vorrei svegliarmi e non trovarli più. È questo che desidero… So che non è giusto dire così, però…”. * E altre donne raccontano di sentirsi annientate totalmente, di non essere più padrone della propria vita, di soffrire perché costrette a rivivere la propria orribile infanzia a causa dei figli, di trovare il ruolo di madre insopportabile, odioso, devastante, di voler mollare tutto. Orna ci ricorda che “esiste una scuola di pensiero secondo cui l’amore verso i figli non è né universale né astorico: ciò significa che l’amore materno è un’invenzione dell’Occidente moderno legata, tra le altre cose, all’emergenza della famiglia nucleare e alla separazione tra la sfera ‘privata’ e la sfera ‘pubblica’, nonché alle conseguenze dei cambiamenti demografici e al calo dei tassi di mortalità infantile”. * Ovviamente non vale per tutte, ovviamente molte donne sono nate per fare le madri e forse nient’altro, e Orna non ha inserito molte interviste perché certe donne non si erano per niente pentite, ma forse è arrivato il momento d’infrangere anche questo tabù. Molte donne non vogliono diventare madri, non sono portate, non sono interessate, stanno bene come stanno e altre si sono pentite. E allora, che c’è di male? Qual è il problema? Tanto siamo troppi, se continuiamo così sarà la sovrappopolazione a ucciderci, non il riscaldamento globale, non l’inquinamento, non la plastica nei mari. Cominciamo a vedere queste donne come martiri, come eroine che hanno liberamente scelto di non diventare madri e che in più faranno pure un favore al pianeta. Cominciamo a considerare le donne pentite come donne coraggiose, donne normali che semplicemente hanno espresso una verità scomoda ma che esiste, e forse più di quanto possiamo immaginare, e non c’è nulla di male. Basta giudizi, basta critiche, basta nascondersi. Si è tanto combattuto per il Me Too, ma se poi una donna non ha ancora la libertà di poter dichiarare di non volere figli o che tornerebbe indietro, è inutile andare in giro a fare le femministe con i pugni chiusi volti al cielo. * “Purtroppo negli ultimi tempi il focus del femminismo positivo fa un uso massiccio di stereotipi sessisti. Alcune attiviste femministe idealizzano la maternità esattamente come la idealizzavano le donne e gli uomini dell’Ottocento che magnificavano le virtù del ‘culto della domesticità’. […] Romanticizzando la maternità, impiegando la stessa terminologia che viene utilizzata dai sessisti per suggerire che le donne sono per loro natura nutrici animate da un’attitudine positiva verso la vita, le attività femministe rafforzano i principi cardine dell’ideologia della supremazia maschile” (bell hooks, scrittrice e attivista femminista) Dejanira Bada *In copertina: “Raquel Welch on the cross”, Los Angeles, 1970, photo Terry O’Neill