Non c’è scampo: il pezzo d’esportazione più pregiato d’Italia è la Mafia. Leggete qui

Posted on novembre 13, 2017, 5:12 pm

Occorre farsene una ragione. Il binomio Italia=Mafia è inscindibile, insindacabile, infallibile. L’Italia, prima ancora di essere Michelangelo, Armani, Ferrari e pummarola, nel resto del mondo è mafia. Nel bene e nel male. Cominciamo con il bene. Federico Varese, come si dice oggi, è un ‘cervello in fuga’. Insegna a Oxford, presso il dipartimento di sociologia. Insegna criminologia. In particolare, si occupa di mafia. Anzi, di mafie. Cresciuto accademicamente a Bologna, perfezionatosi a Cambridge, ora gira il mondo spiegando ‘sistemi mafiosi’. L’ultimo libro del professor Varese si intitola Mafia life: la versione inglese ha il titolo tatuato sulla schiena di un energumeno. Pare il libro scintillante e feroce di un romanziere. Infatti, in quel mondo dove tra fiction e non-fiction la differenza la fa un refolo, il libro è adornato dalla citazione di un romanziere coi fiocchi, John le Carré. “Federico Varese è due scrittori in uno: un cacciatore di fatti senza paura… e un tenace accademico”. La versione italiana del libro – fatta tradurre a Giovanni Garbellini, il che la dice lunga sull’assoluta inconsistenza della lingua nostra – Vita di mafia, è edita da Einaudi (pp.XXVI+268, euro 19,00), e ha la copertina molto più educata – nel riquadro in cima, sbuca un avambraccio tatuato. Tema del libro, appunto, le mafie (così la quarta: “Federico Varese ha scritto un saggio-reportage che ci fa entrare davvero nel profondo di Cosa Nostra, della mafia italo-americana, della mafia russa, della yakuza giapponese e delle triadi di Hong Kong. Per inseguire le storie che racconta è stato in Russia, in Cina, in Grecia, a Dubai e si è avventurato nel nord della Birmania”). mafia lifeI libri di Varese, nel mondo anglofono, funzionano assai. Mafia life, per dire, è stato opzionato, ne faranno una serie televisiva (lui, ad ogni modo, lo vedete qui). Beh, sul Times Literary Supplement, Varese ci racconta, in un articolo titolato Mafia at the movies, il potere pervasivo, ‘iconico’ della Mafia, esaltato da Hollywood. Esempio: “Il fascino de Il Padrino è globale. Mentre stavo raccogliendo dati per Mafia Life, mi sono imbattuto in Radik Galiakberov (soprannominato ‘Radsha’), una specie di ‘padrino’ di Kazan, città della Russia centrale con più di un milione di abitanti. Uomo violento e sdolcinato, costui amava ritrarsi come una specie di saggio Don Corleone. Ha imparato i dialoghi del film e li recita ai suoi sottoposti. Fa del suo meglio per emulare Don Corleone nell’abbigliamento, indossa abiti scuri, lunghi cappotti e cravatte a righe, come nel film, sopra il giubbotto antiproiettili. Parla come Marlon Brando, e per essere più credibile, getta in fuori la mascella… C’è una buona ragione per cui criminali come Radik imitano i film: aiuta a convincere i loro interlocutori che si trovano davanti a una persona che appartiene a una organizzazione potente, pronta a detonare il caos. Se il trucco funziona, la violenza implicita può impedire quella esplicita”. Interessante. Il fenomeno mafioso (italiano) diventa globale grazie al cinema e viene imitato da piccoli o grandi fenomeni criminali nel resto del mondo. Appunto: Italia=Mafia. Così, accade che El Pais, intervistando Paolo Taviani, protagonista al Festival de Sevilla, lì a presentare l’ultimo film dei Taviani Bros., Una questione privata (tratto dal libro di Fenoglio), nonostante il regista dica tante cose interessanti (chessò: “siamo ispirati da Pirandello, Tolstoj, Shakespeare… l’originalità è una grande menzogna. Quando uno dice di essere originale, vuol dire che è stupido”), non c’è scampo, il ‘pezzo’ (qui) attacca richiamando “le collusioni tra la Mafia e i proprietari terrieri…”. Ergo: anche se gli italiani non sono mafiosi, la Mafia è il pezzo d’esportazione più noto al mondo del nostro Belpaese delle illusioni.