“L’ultimo volo”. La tragedia del dirigibile Italia, gli errori di Nobile, la fine di Amundsen. Un racconto di Gianluca Barbera

Posted on Maggio 24, 2019, 8:37 am
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Gianluca Barbera è l’infaticabile avventuriero della letteratura italiana contemporanea. Con energia ferina, ha risvegliato un genere – quello del racconto di imprese straordinarie – in cui siamo stati eccellenti (si pensi a Salgari ma anche a Vittorio G. Rossi). Mentre il suo “Magellano” (Castelvecchi, 2018) continua a mietere successi (lo spettacolo teatrale desunto dal romanzo, con Cochi Ponzoni protagonista, ha esordito il 22 maggio a Milano e ha fatto battere mani e cuori), è in uscita il secondo romanzo ‘magellanico’, dedicato a “Marco Polo”. Il libro sarà pubblico il 30 maggio, nel frattempo Barbera ha scritto, a sgranchire l’istinto, un racconto in cui narra l’impresa mutata in tragedia di Umberto Nobile. Era il 1928. A tentare di salvare l’amico-nemico, come si sa, si mise Roald Amundsen, la star delle esplorazioni polari – e lì morì. La letteratura, come sempre, arriva dove la cronaca arretra.

***  

Dopo aver diretto le operazioni di carico della enorme croce di quercia benedetta dal papa, il comandante Nobile consegnò il megafono di ottone al fratello, si abbracciarono e finalmente salì il gradino che immetteva alla gondola, subito accolto dalle grida di benvenuto dell’equipaggio: “Viva l’Italia! Viva Nobile!”.

Sorrise imbarazzato, prese in braccio la sua cagnetta Titina, l’accarezzò come per farle coraggio, poi si affacciò dal portellone e fece segno al personale di terra di mollare gli ormeggi. Il primo motorista accese il motore di poppa. Un attimo dopo anche i due motori centrali presero a rombare. Quando l’ultima fune di traino fu liberata, il dirigibile, che fino a quel momento era rimasto sospeso a pochi metri dal suolo innevato, iniziò a sollevarsi.

Da terra una piccola folla – per lo più composta da cronisti, cineoperatori, tecnici e minatori – osservava immobile la sagoma a forma di sigaro del dirigibile Italia allontanarsi nella nebbia che stazionava sopra la Baia del Re.

Quando scomparve alla vista qualcuno si fece il segno della croce e poi tutti tornarono alle proprie occupazioni.

Erano le cinque del mattino di mercoledì 23 maggio 1928 e il sole era già sorto da parecchio sopra l’accampamento minerario di Ny-Ålesund, presso la Baia del Re, alle isole Svalbard, che da poco appartenevano alla Norvegia.

*

Il 30 maggio prossimo uscirà per Castelvecchi l’ultimo romanzo di Gianluca Barbera, “Marco Polo”

La sera prima, nella sua elegante casa di Svartskog, a pochi chilometri da Oslo, Roald Amundsen, il più grande esploratore polare di tutti i tempi, aveva avuto in casa ospiti. Si erano riuniti per festeggiare due nuovi eroi dell’aria, Hubert Wilkins e Carl Eielson, reduci dalla transvolata di venti ore del mare artico, da Point Barrow, in Alaska, alle isole Svalbard, a bordo di un prototipo Lockheed Vega.

Amundsen era una leggenda vivente, autore di imprese che avevano infiammato l’immaginario collettivo da un capo all’altro del mondo. Aveva giocato un ruolo decisivo nella scoperta del passaggio a nordovest e in quella del passaggio a nordest. Era stato il primo a conquistare il Polo Sud, e appena due anni prima il Polo Nord, sorvolato il 12 maggio del 1926 insieme al comandante Umberto Nobile, a bordo del Norge, un dirigibile semirigido di fabbricazione italiana progettato e pilotato dallo stesso Nobile. Ma ormai, sulla soglia dei cinquantasei anni, molti si aspettavano da lui che si ritirasse in buon ordine e che, come tutte le vecchie glorie, accettasse di passare il testimone alle nuove star del cielo. Proprio ciò che stava avvenendo quella sera.

Dalla prima trasvolata atlantica di Charles Lindbergh a bordo dello Spirit of Saint Louis, datata 1912, era esplosa la passione per le trasvolate, e tutti i migliori piloti del mondo si lanciavano in imprese sempre più scriteriate, nel tentativo di superarsi l’un l’altro, dando vita a una competizione nei cieli dalla quale sarebbe fiorita una mitologia fatta di velocità, resistenza e temerarietà.

Durante la cena fu inevitabile che il discorso scivolasse sulla spedizione del dirigibile Italia. Se l’impresa di Nobile fosse andata a buon fine Amundsen sarebbe stato costretto a inghiottire il boccone brindando al successo di un uomo che detestava. Dopo la conquista del Polo Nord, Nobile e Amundsen non avevano fatto che insultarsi sui giornali e perfino in un paio di occasioni pubbliche, davanti a una folla sconcertata.

Entrambi rivendicavano i meriti della conquista del Polo Nord.

Amundsen, per primo, non era stato tenero con Nobile parlando di lui alla stampa come di una specie di autista, niente di più; e definendolo un esploratore privo di esperienza e dell’umiltà necessaria per acquisirla. Nobile, dal canto suo, aveva replicato rimarcando il ruolo marginale avuto da Amundsen durante il sorvolo del Polo Nord, dal momento che se ne era rimasto tutto il tempo seduto in fondo alla gondola come un semplice passeggero, imbarcato per di più a viaggio iniziato e occupato unicamente a brontolare in una lingua incomprensibile, con una faccia perennemente imbronciata. “Io ho progettato il dirigibile, preparato la spedizione, tracciato la rotta” continuava a ripetere Nobile. “Fosse andata male, la colpa sarebbe stato mia non di Amundsen. A lui spettava il compito più semplice, è stato lui stesso ad ammetterlo, prima che montassero le polemiche: doveva semplicemente restarsene affacciato al finestrino per scoprire tracce di un possibile continente artico. Nient’altro. Se lo avesse trovato, se avesse avvistato delle montagne, delle terre, delle isole, qualsiasi cosa, allora sarebbe giunto per lui il momento di entrare in azione: sarebbe sceso sul pack per intraprendere una esplorazione di quelle nuove terre. Lui era un esploratore, si muoveva in slitta con i cani, questa era la sua professione… Invece non trovammo nulla. Solo uno sterminato mare ghiacciato, questo fu il guaio. Il fatto che abbia dovuto restarsene con le mani in mano per tutto il tempo”.

Ma la lite peggiore tra i due era scoppiata dopo il disastroso atterraggio in Alaska, in una baia ghiacciata, che aveva seriamente danneggiato il dirigibile, di proprietà norvegese. Amundsen aveva sostenuto che l’atterraggio non era finito in tragedia solo grazie all’intervento energico del comandante in seconda, il pilota Hjalmar Riiser-Larsen, suo amico personale, che si era imposto, anche in virtù della sua prestanza fisica, per correggere le manovre improvvide di Nobile. Naturalmente quest’ultimo aveva sostenuto l’esatto contrario: ossia che era stato solo grazie alla sua padronanza del dirigibile se si era evitato il disastro in condizioni di tempo così proibitive. Chi avesse ragione non sarebbe mai stato possibile appurarlo.

A tutto questo si aggiungeva il fatto che, mentre al suo arrivo in Alaska a bordo di una slitta trainata da cani, prima a Teller e poi a Nome, Amundsen non aveva ricevuto le accoglienze principesche che si attendeva, al contrario Nobile, al momento del suo sbarco a Seattle a bordo del piroscafo Vittoria, era stato accolto come un eroe.

Questo Amundsen non glielo aveva perdonato, non perdendo occasione per accusarlo di aver saputo montare una campagna stampa tutta a suo favore, grazie anche al supporto del suo governo. E così lui e Nobile avevano trascorso gli anni successivi a litigare: Amundsen attaccandolo dalle pagine del New York Times e Nobile rispondendogli da quelle del National Geographic. Non solo. Il ciclo di incontri del duo Amundsen-Ellsworth (il miliardario americano che aveva contribuito a finanziare la spedizione del Norge) non aveva ricevuto negli Stati Uniti un’accoglienza particolarmente calorosa; mentre Nobile, ovunque si recasse, veniva festeggiato come una star del cinema. E una volta rientrato in Italia era stato promosso dal duce in persona a generale dell’Aeronautica Militare.

“Caro Roald” aveva scherzato quella sera uno degli ospiti, “tu stai pregando perché non ce la faccia, ammettilo”.

Amundsen aveva fissato l’amico con rimprovero, ma non se l’era sentita di rispondergli.

Dopo un po’, però, visto che quello insisteva tanto, era sbottato: “Parli così perché non sei mai stato al polo, con il culo al freddo e tonnellate di ghiaccio che ti assediano da ogni parte, come se fossi stato rinchiuso in una cella frigorifera! Perché, se ti ci fossi trovato, in quelle condizioni, non ti sogneresti di fare una simile affermazione: nessuno che abbia patito gli stenti di un viaggio polare potrà mai augurare il peggio a chi affronta i ghiacci!”.

E per quella sera il discorso era stato chiuso.

*

Mentre il dirigibile Italia raggiungeva la quota prestabilita, al di sopra delle nubi, al timone c’era un ufficiale biondo con due baffetti all’ingiù e occhi chiari e sereni. Elegante e inappuntabile come sempre, Adalberto Mariano era il timoniere più esperto a bordo. Anche gli altri timonieri erano ai loro posti. Nobile, in piedi davanti al quadro di comando, impartiva ordini sulla rotta con voce pacata. I tre potenti motori Maybach rombavano facendo vibrare la gondola, una rudimentale struttura in metallo e legno che poteva contenere una dozzina di persone al massimo. Al centro della gondola Pontremoli, rampante fisico dell’Università di Milano, era già al lavoro sulle sue apparecchiature, intento a misurare il magnetismo atmosferico. Poco più in là, František Běhounek, ricercatore dell’Università di Praga, lavorava alla mappatura della carica elettrica dell’atmosfera. Alle loro spalle, vicino a un oblò, Finn Malmgren, climatologo svedese dell’Università di Uppsala, era occupato in complesse rilevazioni meteo, utili a guidare il dirigibile tenendolo al riparo dalle perturbazioni.

In uno stanzino in fondo alla gondola aveva trovato posto il radiotelegrafista, Giuseppe Biagi, impegnato a tenere i contatti con la nave appoggio Città di Milano, ancorata nella rada del villaggio minerario di Ny-Ålesund, da giorni assediato da giornalisti e curiosi provenienti da tutto il mondo, venuti ad assistere all’impresa. All’esterno della gondola i motoristi si muovevano tra tubi, funi metalliche, montanti, corde e scalette lungo la base dell’involucro, e tutt’attorno, per raggiungere le cabine motore, agganciate alla chiglia, e i vari punti del pallone nei quali si fossero rese necessarie riparazioni in volo. I grossi timoni erano sistemati dentro la gondola. Il timone di quota era al centro dell’abitacolo, mentre quello di direzione era sistemato sul lato anteriore.

Il dirigibile, nelle prime ore, aveva sorvolato la costa puntando verso nord; poi, all’altezza di Amsterdamøya, una piccola isola disabitata delle Svalbard nordoccidentali, aveva sterzato verso la Groenlandia, anche per sottrarsi a un tambureggiante vento da nordest. Banchi di nebbia venivano loro incontro a folate.

Nobile si era sistemato in fondo, tra mappe e appunti di viaggio. Sotto di loro scorrevano immense distese di ghiaccio: la banchisa polare artica. Giunti a 84° di latitudine egli registrò sul diario di bordo: “Da questo momento è cessata ogni traccia di vita. Fin qui, di tanto in tanto, era possibile scorgere orsi polari, avvistare qualche uccello in volo; e nei tratti di mare sgombri dal ghiaccio vedere guizzare dei pesci. Poi, più niente”.

All’altezza del 20° meridiano l’Italia virò di nuovo puntando verso nord. Fino a quel momento la velocità di crociera si era aggirata intorno ai 60 chilometri orari. Ma dopo il viraggio un forte vento di poppa li stava sospingendo fino ai 140.

L’acqua nei termos si era ghiacciata. Nessuno aveva chiuso occhio nelle ultime venti ore, da che erano partiti. Tutti erano in attesa di raggiungere la meta, a 90° N, lo zero geografico assoluto. A mezzanotte e dodici minuti scattò un applauso. Il polo era esattamente sotto di loro, stando al sestante e alle altre strumentazioni. Si abbracciarono, stapparono due bottiglie di champagne. Come concordato, Biagi inviò un telegramma al duce, uno al papa e un terzo al re. Nobile spedì un saluto alla moglie. Si intonò l’inno nazionale. Il comandante aprì il portello, si sporse e lasciò precipitare di sotto la bandiera italiana annodata alla croce benedetta. Da un grammofono partirono le note di Giovinezza e de La campana di San Giusto.

Nobile guardò giù. Il programma prevedeva che tre di loro venissero calati sul ghiaccio tramite uno speciale ascensore di sua progettazione. Nessuno conosceva la profondità del mare sotto il polo. Una volta sulla banchisa l’avrebbero misurata attraverso un ecometro Graz, capace di calcolare il tempo di ritorno di un impulso sonoro inviato negli abissi. Che successo sarebbe stato per l’Italia fascista!

Eppure il comandante Nobile non era fascista. Anzi, aveva molti nemici tra le più alte gerarchie; primo fra tutti il potente sottosegretario di Stato per la Regia Aeronautica Italo Balbo, che detestava i dirigibili e per nessuna ragione al mondo avrebbe messo piede su uno di essi.

Mentre contemplava quelle distese di ghiaccio senza fine, all’improvviso si era alzato un forte vento. Consultatosi coi suoi ufficiali Nobile aveva deciso di annullare la discesa sul pack. Peccato!

Era già il momento di fare ritorno. Alla Baia del Re tutti erano già stati informati e festeggiavano. L’arrivo alla base del dirigibile era previsto per il giorno dopo. Ma quando si trattò di stabilire la rotta sorsero i primi contrasti. Alcuni propendevano per la via scelta dal Norge due anni prima, ossia per la rotta che conduceva in l’Alaska: era certo la più distante, ma perlomeno era già stata testata. Ma proprio per quello Nobile ne aveva conservato un pessimo ricordo. L’atterraggio vicino a Teller, sul mare ghiacciato, in mezzo a una tormenta di neve, era stato un incubo. Avevano rischiato di schiantarsi. Non voleva ripetere quell’esperienza. Per questo si lasciò convincere da Malmgren a fare ritorno per la via appena percorsa, volando controvento fino a Ny-Ålesund. Lo svedese si disse sicuro, in base alle rilevazioni ricevute durante tutto il giorno dalla Baia del Re, che avrebbero incontrato condizioni atmosferiche migliori di quelle cui sarebbero andati incontro se avessero volato verso l’Alaska.

Alle 2:20 pertanto il dirigibile raggiunse quota mille metri e si mise alle spalle il Polo Nord procedendo lungo il 24° meridiano.

Tutti a bordo del dirigibile avevano bisogno di riposare e si stabilirono dei turni. Lo spazio era così angusto che a volte per muoversi era necessario scavalcare quelli che dormivano nei sacchi a pelo.

Verso la sei del mattino il dirigibile fu circondato da una fitta coltre di nebbia. Soffiava un forte vento contrario.

Malmgren assicurò che presto le condizioni sarebbero migliorate. Ma non andò così. Il tempo continuò a peggiorare. Il dirigibile era scosso da violente turbolenze. Tutt’attorno al pallone si era formata una crosta di ghiaccio. Si viaggiava a velocità ridotta anche perché Nobile, per risparmiare carburante, aveva dato ordine di procedere solo con due motori. Eppure oramai le Svalbard erano in vista. La meta sembrava a portata di mano.

A un certo punto il timone di quota si bloccò. L’aeronave si inclinò. La prua, rivolta all’ingiù, puntava verso la distesa di giaccio sotto di loro. Nobile ordinò di spegnere i motori per ritardare l’eventuale impatto. A poco a poco il dirigibile riprese quota e tutti poterono rifiatare.

Ma poco dopo si ritrovarono daccapo, con la prua inclinata di otto gradi verso il basso. Erano in volo da due giorni, molti di loro senza mai riposare: le coste delle Svalbard erano vicine, si potevano scorgere a occhio nudo. Mancava poco. Nobile ordinò di portare al massimo tutti i motori in un ultimo sforzo per risalire la corrente e riguadagnare una posizione che li ponesse al riparo dai pericoli, al di sopra delle nubi. Fuori nevicava a più non posso e soffiava un vento immane. Dopo qualche minuto si trovarono avvolti da una nebbia così fitta da impedire la vista.

“Siamo pesanti!” gridò dal suo abitacolo Natale Cecioni, primo motorista.

Si tentò di sbarazzarsi di duecento chili di catena-zavorra ma nemmeno quello bastò. Nobile ordinò nuovamente di spegnere i motori. In caso di impatto perlomeno si sarebbe evitato il rischio che il dirigibile andasse a fuoco. Ormai dalle finestre della gondola si vedeva il pack a pochi metri, in tutti i suoi terrificanti dettagli.

Biagi lanciò subito un SOS alla Città di Milano. Erano le 10:27 di venerdì 25 maggio.

*

Proprio quel giorno, poche ore dopo, Amundsen si trovava in un ristorante di Oslo in compagnia di amici e di giornalisti. Erano stati serviti i caffè. Uno degli ospiti, Frøis Frøisland, direttore dell’Aftenposten, ricevette una telefonata. Al suo ritorno aveva una faccia buia. Si chinò e sussurrò all’orecchio di Amundsen poche parole.

Il vecchio esploratore si alzò e disse: “Signori, il dirigibile Italia è scomparso. Il console italiano ha chiesto al governo norvegese un aiuto per le ricerche”.

Nella sala calò il silenzio. Poco dopo il telefono tornò a squillare: era il ministro della Difesa che chiedeva di parlare con Amundsen; il quale, tornato al tavolo, pronunciò queste poche parole: “Sono stato convocato al ministero per organizzare i soccorsi. Perdonate, ma vi devo lasciare”.

E con passo solenne, accompagnato dagli sguardi dei presenti, lasciò la sala. Si sentiva come sollevato da terra, pieno di euforia in petto. Avevano di nuovo bisogno di lui. E per di più era chiamato a salvare il suo rivale. Quale rivincita!

*

Nobile e altri otto superstiti si trovarono distesi tra i rottami della gondola sparsi da ogni parte. Al primo impatto ne erano stati sbalzati fuori attraverso lo squarcio che si era prodotto sul lato destro.

Dopo essersi riavuto Nobile aveva alzato gli occhi e aveva visto il pallone aerostatico allontanarsi senza più controllo, trascinato dal vento in direzione nordest, verso l’area più desolata del mare artico. Ritto sulla passerella di metallo che conduceva alla cabina del motore di sinistra, il capo motorista Ettore Arduino lo fissava con occhi pieni di disperazione tenendosi a una fune. Altri cinque uomini erano con lui sul pallone e sarebbero stati portati via, chissà dove.

Nobile e gli altri sopravvissuti si trovarono di colpo in mezzo a una tormenta, su una banchisa deserta, tra giganteschi ammassi di neve ghiacciata, canali e pozze di ghiaccio sciolto, a non meno di dodici gradi sotto zero. Il comandante aveva una gamba e un polso fratturati, una spalla slogata e un paio di costole rotte. A Cecioni non era andata meglio: entrambe le gambe fratturate sotto il ginocchio.

Nobile sentì abbaiare e alzò lo sguardo. Vide corrergli incontro Titina, che prese a leccarlo. Il fox terrier era illeso, senza una sola ferita. Gli altri si stavano avvicinando alla spicciolata. Sembravano sconvolti ma in buone condizioni, a parte qualche ammaccatura. Vincenzo Pomella, uno dei motoristi, invece fu ritrovato con il cranio fracassato qualche minuto dopo. Aveva sbattuto violentemente contro un lastrone di ghiaccio appuntito. Il suo corpo giaceva accanto ai pezzi della cabina motore di destra.

Se i più sembravano calmi, benché afflitti, Malmgren era in preda alla disperazione e minacciava di gettarsi in acqua e annegarsi.

“È tutta colpa mia” gridava strappandosi i capelli.

Nobile, nonostante il dolore che avvertiva in tutto il corpo, provò a consolarlo.

“Io sono il capo della spedizione” disse. “La responsabilità è tutta mia”.

Un attimo dopo, sul lontano orizzonte videro alzarsi una colonna di fumo nero.

“Potrei scommetterci. Quello è il pallone che è precipitato sul ghiaccio e ha preso fuoco” fu il suo commento.

Alcuni annuirono. Altri chiusero gli occhi e pregarono.

La maggior parte delle attrezzature e delle scorte era stipata nella chiglia lignea posta sotto il pallone perciò se ne era andata con lui. Ma qualcosa si era salvato. L’attrezzatura e le provviste allocate nella gondola per l’esperimento previsto sul pack erano state scaraventate qua e là. Bastava mettersi a cercare. Le prime ore furono dunque spese in questa attività. Tra i rottami furono recuperati, tra le altre cose, un cannocchiale, un revolver, alcune bussole, un sestante e scatole di cibo contenenti pemmican, tavolette di latte e di cioccolato, burro e zollette di zucchero. E poco dopo una coperta, un borsone, un sacco a pelo, una tenda e altra strumentazione utile per la sopravvivenza. E anche qualche capo di abbigliamento pesante. Ma soprattutto un trasmettitore e un ricevitore a onde corte, con tanto di accumulatore di energia. E un’antenna quasi intatta e forse in grado di ricevere, se opportunamente accomodata. Oltre ad alcuni recipienti per cuocere i cibi. Mentre un grosso bidone della benzina, una volta vuotato e ripulito, sarebbe servito da marmitta.

Alcune ore dopo furono rinvenute, a un centinaio di metri di distanza, tre taniche piene di carburante e diverse scatole di fiammiferi. La legna di cui avrebbero avuto bisogno la ricavarono dai numerosi frammenti delle eliche andate in pezzi, che si misero a raccogliere con pazienza. Ovviamente i viveri sarebbero stati razionati. Stimata la quantità di cibo disponibile, Nobile stabilì che a ciascuno ne sarebbero spettati non più di trecento grammi al giorno.

Poi si dedicarono al montaggio della tenda. Siccome il suo colore chiaro la rendeva poco visibile decisero di tingerla di rosso con l’anilina usata per le rilevazioni altimetriche.

Subito dopo lavorarono all’impianto radio, per rimetterlo in funzione. Biagi indossò le cuffie e lo mise alla prova, lanciando continui SOS, purtroppo invano. Fare in fretta era essenziale.

Dopo qualche giorno il cadavere di Pomella prese a puzzare così tanto che rischiava di attirare gli orsi, perciò furono costretti a legargli tutt’attorno dei pesi e a calarlo in acqua.

*

Nell’ufficio del ministro c’era anche Riiser-Larsen, pilota in seconda durante la spedizione del Norge e suo amico personale.

Amundsen ci mise poco a comprendere che sarebbe stato Riiser-Larsen, ora alto ufficiale della Marina, a dirigere la missione di soccorso. Riiser-Larsen aveva già predisposto un piano che consisteva nell’inviare nella Baia del Re la nave polare Hobby con a bordo un Hansa-Brandenburg F36 in funzione di ricognitore. A pilotare l’idrovolante sarebbero stati Riiser-Larsen stesso e il primo tenente Finn Lϋtzov-Holm, uno dei migliori piloti di cui la Marina norvegese disponesse.

Secondo Riiser-Larsen, che parlando fumava placidamente una grossa pipa, il dirigibile Italia doveva essere disperso da qualche parte sul mare ghiacciato a nord delle isole Svalbard.

Amundsen approvò il piano ma si domandò che cosa ci stesse a fare lì. Non vedeva nessun ruolo per lui, se non quello di semplice consulente da terra. Troppo poco per uno come lui.

*

Si può resistere senza mangiare per settimane ma senza bere non più di quattro o cinque giorni. Perciò procurarsi acqua potabile divenne la preoccupazione principale dei sopravvissuti. Erano circondati da neve e ghiaccio ma era tutta acqua salata. Bevendola la sete sarebbe aumentata. Inoltre, alla lunga avrebbe finito per farli ammalare e per provocare allucinazioni. Malmgren spiegò loro che avrebbero potuto ricavare acqua potabile sciogliendo la neve raccolta dalla sommità dei cumuli ghiacciati, perché era la più dolce. Dovevano scegliere tra i blocchi di ghiaccio più duri e grigiastri, nascosti sotto strati e strati di neve. Lì il sale era stato sicuramente drenato. Perciò tutti si misero a individuare i blocchi giusti e a scioglierli dentro barattoli opportunamente preparati.

Zappi, l’unico a possedere nozioni di primo soccorso, si prese cura degli infermi steccando gli arti fratturati e medicando le ferite. Da un pezzo di stoffa lacerata Nobile ricavò un sostegno da portare al collo per il braccio lussato di Malmgren.

Dormire in nove in una tenda concepita per quattro persone non era facile. Si stava così stretti da calpestarsi. Biagi trascorreva le ore del giorno al ricetrasmettitore. Ben presto, non appena la nebbia si diradò, Mariano e Zappi riuscirono a calcolare dalla posizione del sole le loro esatte coordinate. Scoprirono così di trovarsi molto più a est di quanto avessero immaginato. Esattamente a 81° 14’ N 25° 25’ E.

Ben presto si resero conto di non essere precipitati sulla terraferma ma su una enorme lastra di ghiaccio alla deriva, che viaggiava alla velocità di una quindicina di chilometri al giorno. Le coordinate cambiavano difatti ogni momento. Scoprirono però di trovarsi abbastanza vicini alla terraferma. In lontananza si scorgevano le montagne e i ghiacciai del Nordaustlandet, l’isola più orientale delle Svalbard. Forse camminando sul mare ghiacciato per alcune giornate avrebbero potuto mettersi in salvo.

La notte del 28 maggio ricevettero la visita di un orso bianco di enormi dimensioni. Rovistava tra rottami e rifiuti. Sulle prime non sembrò badare a loro ma poi si fece minaccioso. Malmgren prese la Colt e lo centrò con tre colpi. L’orso cadde a terra e non si rialzò. Venne scuoiato e quella sera banchettarono con la sua carne bollita a dovere.

*

Amundsen se ne restò per giorni chiuso nella costosa camera al Victoria Hotel di Oslo in attesa di essere nuovamente contattato dal ministero o da Riiser-Larsen. Ma nessuna chiamata giunse. Era furioso. Lo avevano messo da parte, come un inutile orpello. Non avevano più bisogno di lui. Si sentiva vecchio, stanco e svuotato.

Non poteva sapere che nel frattempo le cose erano cambiate e che gli italiani, attraverso il cavalier Senni, capo delegazione, avevano fatto sapere che avrebbero accettato l’aiuto norvegese a patto che la missione di soccorso non fosse diretta da Amundsen. Mussolini era stato categorico. In passato Amundsen aveva parlato male dell’Italia e del regime e lo stesso duce aveva avuto con lui un incontro di cui conservava un ricordo spiacevole. Inoltre il governo italiano pretendeva che a coordinare le ricerche fosse la nave appoggio Città di Milano, comandata dal capitano di fregata Giuseppe Romagna Manoja, che già si trovava ancorata nella Baia del Re. A questa si sarebbe affiancata ben presto la nave da caccia Braganza, con a bordo una squadra di alpini comandata dal capitano Gennaro Sora.

Stanco di attendere, una settimana dopo Amundsen scagliò a terra il suo cappello e prese una decisione nel suo stile. Indisse una conferenza stampa e annunciò al mondo che sarebbe partito lui stesso alla ricerca dei dispersi.

“Sarò io a trovare Nobile per primo” assicurò, con gli occhi che brillavano.

Subito dopo mentì spudoratamente sostenendo che sarebbe stato in grado di partire entro una settimana. In realtà aveva a malapena il denaro per pagare la stanza d’albergo. Figurarsi se era in condizioni di attrezzare una spedizione artica. Ma un’idea ce l’aveva. Qualche giorno prima, dagli Stati Uniti, il suo vecchio amico Lincoln Ellsworth aveva dichiarato alla stampa che se c’era una persona al mondo in grado di ritrovare Nobile quella era Amundsen. Sembrava un invito. Perciò fu a lui che si rivolse.

Sulle prime Ellsworth si disse pronto a finanziare la missione. Ma poi si tirò indietro. Aveva altro per la testa.

Amundsen allora riuscì a convincere Leif Dietrichson, uno dei più abili piloti dell’aviazione norvegese, a partecipare alla spedizione di soccorso. Si trattava solo di trovare un mezzo e di attrezzarlo. Per questo lo spedì il Germania in cerca di finanziatori, dove riteneva di avere ancora molti estimatori. Ma questi tornò a mani vuote.

Amundsen era sul punto di rinunciare quando dalla Francia giunse un’offerta che non si poteva rifiutare.

*

All’esterno della tenda avevano piantato, a vegliare su di loro, una immagine lignea della madonna con Gesù bambino, scampata al disastro.

Una sera Běhounek si imbatté in Zappi e Mariano che parlottavano in gran segreto. Non visto, si avvicinò e sentì che discutevano dell’idea di abbandonare il gruppo per tentare la sorte. Il loro piano era quello di raggiungere la terraferma e poi guidare i soccorsi fino alla tenda rossa.

Ben presto i due riuscirono a coinvolgere nel progetto anche Malmgren, che si presentò da Nobile in qualità di portavoce.

Il comandante lo ascoltò con calma. Non se la sentiva di opporsi. Tutti a parte lui erano sicuri che quella fosse l’unica possibilità che avevano di salvarsi.

“Di questo passo” fece presente Malmgren “verremo trascinati sempre più a est e il lastrone di ghiaccio su cui ci troviamo finirà per sciogliersi in mare aperto”.

Nobile riconobbe che era una possibilità.

“Sono giorni che proviamo a mandare segnali radio” aggiunse Mariano “ma nessuno ci sente. Forse il ricevitore non funziona. Se invece ci mettiamo in cammino avremo la possibilità di raggiungere le coste, che secondo i nostri calcoli distano poche decine di chilometri, e di condurre fin qui i soccorsi.

Dopo quelle parole Nobile acconsentì. Lui e Cecioni non erano in grado di camminare. Il timoniere Felice Trojani nemmeno: da giorni era in preda alla febbre. Biagi era l’unico telegrafista e doveva rimanere. Běhounek era troppo grasso e fuori forma per affrontare il viaggio. Il giovane tenente Alfredo Viglieri, il navigatore del gruppo, decise di rimanere per lealtà a Nobile.

Coloro che sarebbero rimasti scrissero delle lettere per i parenti e le consegnarono al terzetto che si accingeva a partire. Ormai erano tutti convinti che i tre avessero le maggiori possibilità di salvarsi. Suddivisero equamente viveri e attrezzatura. La Colt rimase con quelli della tenda. Al terzetto toccarono un coltello e un’ascia.

La mattina, dopo essersi scambiati abbracci e parole di incoraggiamento, Malmgren e i due ufficiali italiani si misero in cammino, carichi di zavorra.

Dalla tenda ci si rese conto subito che il loro viaggio sarebbe stato tutt’altro che agevole. Procedevano così lentamente che dopo due giorni erano ancora visibili sul lontano orizzonte.

*

Ormai le operazioni di soccorso si erano estese in ogni direzioni. La Baia del Re sembrava divenuta il centro del mondo, affollata com’era di mezzi, giornalisti internazionali, militari e curiosi. Molte nazioni avevano spedito in quello sperduto angolo del pianeta i gioielli della propria Marina e Aeronautica. Oltre a Italia e Norvegia, altre nazioni erano scese in campo. Leggendarie navi polari, imponenti rompighiaccio, idrovolanti di ultima generazioni stavano affluendo da ogni parte verso le Svalbard in una gara a chi sarebbe arrivato per primo al traguardo. E inoltre squadre di guide esperte del territorio, cacciatori polari, alpini, esploratori. Riiser-Larsen aveva preso contatto con Svezia, Finlandia, Francia e, all’insaputa dell’Italia, coi sovietici. Il duce mai avrebbe acconsentito a ricevere aiuto dall’Unione Sovietica, la quale segretamente – almeno al principio – mise a disposizione i due rompighiaccio più grandi e potenti del mondo: il Krassin e il Malygin, che subito salparono da Leningrado.

Dall’Italia un pool di finanziatori privati, coordinati dal presidente dell’Automobile Club di Milano Artuto Mercanti, mise a disposizioni i fondi per far decollare un Savoia-Marchetti S55, pilotato dal maggiore Umberto Maddalena, e un Dornier Wal, condotto dal pluridecorato pilota Pier Luigi Penzo. E per il momento fu tutto.

Ma ben presto cominciò ad accadere una cosa strana: tutti i soccorritori finivano per cacciarsi nei guai e dovevano a loro volta essere salvati. Non pochi ci lasciarono le penne. Una scia di sangue che sconvolse l’opinione pubblica. Al punto che il conducente di slitta Rolf Tandberg, coinvolto nelle ricerche, aveva dichiarato ai giornali: “Quante altre vite andranno perse in questa missione di salvataggio?”.

*

L’avanzata del terzetto procedeva tra mille difficoltà. Camminare sul ghiaccio era quanto mai arduo, tra cumuli di neve indurita, pozze di acqua salata, pendi da superare, tratti particolarmente scivolosi. E poi c’erano canali da scavalcare e talvolta da attraversare finendo spesso a mollo. A sera erano già zuppi di sudore e letteralmente fradici. E soprattutto infreddoliti. Le scarpe finnesko, di morbida pelle di renna, erano inadatte a una marcia sul pack e si sfondarono già al termine del primo giorno. Dormire all’aperto su lastre di ghiaccio dure e bagnate era quasi impossibile. Il sole di mezzanotte non dava tregua. Dopo un solo giorno Malmgren era stato colpito da cecità da neve e avanzava aggrappato a uno dei compagni. Il giorno seguente anche a Mariano toccò la stessa sorte. L’unico che pareva possedere ancora le energie per proseguire era Zappi, un uomo alto e vigoroso che non pareva conoscere la stanchezza.

Decisero di muoversi di notte e riposare di giorno, per affaticare meno gli occhi. Avendo finito le scorte d’acqua erano stati costretti a succhiare il ghiaccio salato, ben sapendo a quali conseguenze sarebbero andati incontro.

Ma la cosa peggiore era questa: ben presto si accorsero che procedevano più lentamente di quanto la lastra si allontanasse dalla terraferma. Era tutto inutile.

Il quarto giorno a Malmgren si congelarono i piedi e non fu più in grado di camminare. Oramai una nebbia ghiacciata sembrava avvolgerli in modo permanente. Lo svedese, esausto, si lasciò cadere a terra e chiese di essere abbandonato. I due italiani non volevano saperne di lasciarlo lì ma egli si mostrò irremovibile. Si fece aiutare a scavare una buca, poi si spogliò di quasi tutti i vestiti, che consegnò ai compagni, e vi si sdraiò dentro in attesa della morte, dopo aver insistito perché gli altri due si rimettessero in viaggio. Col cuore in pena Mariano e Zappi ripresero la marcia. Dopo una ventina di minuti si girarono. Scorsero Malmgren seduto nella buca che faceva loro cenno di proseguire. Fu l’ultima volta che lo videro.

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Davanti a una tale accelerazione degli eventi Amundsen si rese conto che per riuscire a raggiungere per primo Nobile avrebbe dovuto affrettare i tempi.

La Francia gli aveva messo a disposizione un idrovolante Latham 47, un apparecchio di nuova concezione ideale per gli atterraggi sull’acqua ma poco adatto per quelli sul ghiaccio a causa del fondo dello scafo arrotondato.

“Non avremo alcun bisogno di atterrare sul ghiaccio. Ci basterà un solo volo per trovare Nobile” assicurò Amundsen ai giornalisti che lo assediavano non appena metteva piede fuori di casa (dove nel frattempo era rientrato), sorridendo sotto i suoi baffoni oramai ingrigiti.

Inutile dire che in Italia la notizia della sua discesa in campo non era andata giù nelle più alte sfere. Il duce aveva indetto una riunione segreta e aveva preso contatto con il cavalier Senni, che a Oslo guidava la delegazione italiana, impartendogli precise istruzioni.

Certo, Amundsen non era uomo da conservare a lungo le amicizie né da suscitare simpatia. Però aveva un suo codice d’onore, in base al quale gli avversari andavano rispettati e soccorsi, nel bisogno.

“Quell’uomo ti ha screditato in tutti i modi. Perché vuoi salvarlo?” domandò Dietrichson una sera, un po’ su di giri per l’alcol che aveva in corpo e dunque propenso alle confidenze.

Amundsen lo fissò senza rispondere. Giocherellava con l’accendino.

“Se si accende per cinque volte di seguito saremo noi a ritrovarlo, altrimenti no” disse per tutta risposta.

Dietrichson sorrise.

Il primo tentativo andò bene. Anche il secondo e il terzo.

Amundsen guardò l’amico con un risolino. Poi fece scattare il pollice.

Anche il quarto tentativo fu coronato dal successo. Restava l’ultimo.

Amundsen posò l’accendino e disse: “No. Ho deciso che non lo voglio sapere”.

E tutti e due scoppiarono a ridere.

Quello stesso giorno, sul tardi, Amundsen ricevette una telefonata allarmata dal ministro della Difesa norvegese che, saputo della sua imminente partenza per le Svalbard, gli chiese – e quasi ordinò – di prendere contatto con Riiser-Larsen (che già si trovava nella Baia del Re) e di collaborare con lui.

Amundsen non disse né sì né no, godendosi la sua rivincita.

Certo, il Latham 47 era un’incognita, trattandosi di un prototipo, con un esiguo numero di ore di collaudo e di volo.

Ecco perché quando partì dalla stazione ferroviaria di Oslo est furono in molti a notare sul suo volto un’espressione oltremodo preoccupata. Una ragazza si avvicinò e gli porse un mazzo di fiori, abbracciandolo e baciandolo.

Giunti a Bergen una folla oceanica lo accolse, quasi fosse un messia. Qui era ad attenderlo l’equipaggio del Latham, composto da due piloti, un motorista e un radiotelegrafista. L’apparecchio era all’ancora, giù al porto.

Il giorno dopo finalmente l’idrovolante scivolò fuori dal Puddefjord e si alzò in volo in direzione di Tromsø, sulla costa settentrionale della Norvegia. Da lì, con un volo di una decina di ore avrebbero sorvolato il tratto di mare artico che li separava dalle Svalbard e dalla Baia del Re.

*

Nobile in fondo era lieto di essersi liberato degli elementi più irrequieti del gruppo ben sapendo che sul pack la salvezza spesso dipende dalla calma che si riesce a mantenere e dalla pazienza di cui si dà prova. Inoltre, ora che erano rimasti in sei, nella tenda si stava più comodi. Senza contare che disponevano di una stazione radio funzionante. Già, la radio! Proprio da quella giunse il primo dei miracoli attesi. Da giorni Biagi era riuscito a sintonizzarsi con Radio San Paolo, una emittente che trasmetteva notiziari da Roma. E fu da lì che apprese che i loro SOS erano stati captati già il 3 giugno da un giovane radioamatore russo, nella piccola cittadina di Vochma, in Siberia. Quello che però li demoralizzò fu sentire che il giovane aveva riferito alla stampa e ai soccorritori delle coordinate completamente errate.

L’8 giugno però accadde ciò non osavano più sperare. La nave appoggio Città di Milano, ancorata da settimane nel piccolo porto di Ny-Ålesund, incapace di prendere il largo a causa del ghiaccio che circondava la baia, captò finalmente forte e chiaro il loro messaggio grazie anche all’efficienza delle apparecchiature donate da Guglielmo Marconi in persona, il quale seguiva la vicenda coi suoi tecnici da Roma tenendosi informato di tutto.

E così Nobile poté trasmettere il primo lungo telegramma con il quale informava le autorità italiane della loro condizione, della posizione attuale, fornendo un dettagliato resoconto di quanto era loro accaduto. In risposta ebbe la sorpresa di ricevere un messaggio dello stesso Mussolini, che lo invitava a farsi coraggio e lo rassicurava sul fatto che sarebbero stati gli italiani a salvarli.

Per poco Nobile non scoppiò a ridere. Davvero era così importante chi sarebbe stato a salvarli? Ma ovviamente tenne quel pensiero per sé.

*

Una volta giunti a Tromsø, Amundsen e Dietrichson, che nel frattempo avevano avuto notizia del ritrovamento di Nobile, furono ospitati nella villa a tre piani del farmacista Fritz Gottlieb Zapffe, vecchio amico del primo nonché corrispondente del Morgenbladet. I quattro francesi invece alloggiarono in un vicino albergo.

Da quel momento si attendeva solo il via libera dell’Istituto di geofisica, che a intervalli regolari forniva i bollettini meteorologici.

Ma quel via libera tardava a venire. Ogni ora erano annunciate perturbazioni tali da impedire il decollo.

Amundsen fece colazione, poi riposò un poco. L’amico farmacista non smetteva di fissarlo con ansia crescente: non lo aveva mai visto così preoccupato. Qualcosa lo tormentava, ne era certo. Ma non osava chiedere.

Sapeva che a Bergen, in fase di decollo, il Latham aveva riportato dei danni a un galleggiante, prontamente riparati una volta atterrati a Tromsø. Ma non poteva essere quel banale incidente a occupare i suoi pensieri.

“Che cosa porterai con te sull’idrovolante?” domandò.

“Tutto quello che ha chiesto Nobile” si limitò a rispondere Amundsen.

Egli sapeva che bisognava fare in fretta, si attendeva un’ondata di maltempo da ovest che avrebbe impedito per giorni di decollare.

Finalmente alle due ebbero il permesso di farlo.

Salutati amici e conoscenti, scesero al molo, sul lato orientale del canale, dove il Latham e i quattro francesi lì attendevano. Era già stato fatto il pieno di carburante e di olio. A bordo era stato caricato tutto l’equipaggiamento necessario.

Salendo sul Latham Amundsen incrociò un’ultima volta lo sguardo di Zapffe, che lesse nei suoi occhi un lampo sinistro.

“Strano” disse un attimo prima di accendere i motori il primo pilota “Arrivando abbiamo trovato il portellone accostato. Qualcuno di voi deve averlo lasciato aperto”.

Si scambiarono l’un l’altro occhiate interrogative.

“Non sarà entrato qualcuno” disse Dietrichson.

“C’era un custode a bordo. Ci avrebbe avvisati” rispose il secondo pilota.

“Forza” tagliò corto Amundsen. “Mettete in moto prima ci raggiunga l’ondata di bassa pressione annunciata per il pomeriggio. O, invece dei primi, saremo gli ultimi a stringere la mano a Nobile”.

La competizione tra le varie nazione per poter esibire Nobile davanti alla stampa come un trofeo era scattata. E Amundsen non era certo in prima fila. Egli si rendeva conto che la concorrenza era agguerrita e che nessuno sarebbe stato disposto a condividere con gli altri le poche informazioni di cui sarebbe entrato in possesso.

Un’ora dopo erano in volo sul mare di Barents. Ma alla Baia del Re, dove tutti li attendevano, non sarebbero mai giunti. Inghiottiti per sempre da quello sterminato mare di ghiaccio. Come se non fossero mai esistiti.

*

Coi norvegesi ormai completamente dediti alle ricerche di Amundsen e del Latham, coi finlandesi che stentavano a far decollare i loro pesanti idrovolanti da Tromsø, i francesi che nemmeno si vedevano all’orizzonte e i sovietici in grave ritardo (i loro rompighiaccio avevano incontrato una resistenza furiosa alla loro avanzata), non restavano che gli svedesi a far concorrenza agli italiani. Da un paio di giorni, infatti, il maggiore Umberto Maddalena sul suo Savoia-Marchetti era giunto nella Baia del Re, prima di ogni altro, e aveva già compiuto un volo di ricognizione a nord delle Svalbard, senza peraltro ottenere risultati. Durante il secondo volo, però, per l’esattezza il 20 giugno, egli individuò i superstiti grazie al luccichio di un pezzo di stagnola usato a mo’ di specchio da Cecioni. Sorvolando l’accampamento fece con la mano un gesto di saluto, ma non fu veduto. Si abbassò a sufficienza affinché dalla tenda rossa potessero scorgerlo e, quando fu esattamente sopra di loro, il fotografo a bordo filmò con la macchina da presa i sopravvissuti che accorsi in massa non finivano più di sbracciarsi. Quelle immagini avrebbero fatto il giro del mondo mostrando a tutti le condizioni penose in cui erano stati costretti a vivere per quasi un mese, le loro facce smagrite e disfatte, le barbe lunghe, l’aspetto da naufraghi. Nobile si sentì umiliato e rientrò più in fretta che poteva nella tenda, facendosi aiutare da Viglieri.

Maddalena, roteando sopra il campo, sganciò provviste e attrezzature, ma i pacchi sostenuti da piccoli paracaduti finirono per la gran parte nelle acque dei canali di scioglimento o si fracassarono al suolo: troppa la velocità a cui volava l’idrovolante. Qualcosa però poté essere salvato: una carabina, due sacchi a pelo, cibo fresco e specialmente agrumi, stivali di cuoio e infine cartucce per eseguire segnali di fumo in modo da facilitare il loro avvistamento al prossimo volo.

La notizia del loro ritrovamento si diffuse in un lampo. Il merito spettava agli italiani, non c’era dubbio. Seppure non avesse fatto quasi nulla per ottenere quel risultato, il duce gongolava. La stampa celebrava l’impresa. Ora però servivano aerei con caratteristiche diverse per recuperarli. Aerei come quelli in dotazione alla Marina svedese. Nei voli successivi il Savoia-Marchetti fu supportato dal Dornier Wal di Penzo e da alcuni Junkers svedesi. Riuscirono a sganciare, questa volta con pieno successo, altri rifornimenti e medicinali. E perfino un paio di  bottiglie di whisky, una delle quali però si fracassò.

E finalmente la sera del 23 giugno gli uomini della tenda rossa udirono un rombo sopra le loro teste. Erano un Hansa 257 e un Fokker svedesi che sorvolavano il campo. Il Fokker riuscì ad atterrare. Ne scese un uomo mingherlino in una tuta marrone da aviatore. Era il capitano Einar Lundborg. Scese con tutta la calma possibile dal velivolo e andò incontro al gruppetto che avanzava verso di lui. Fece il saluto militare e si presentò. Disse che aveva il compito di condurre con sé per primo il comandante Nobile e che subito dopo avrebbe fatto ritorno, volando anche tutta la notte se necessario, per condurre in salvo gli altri.

Nobile protestò e per tutta risposta presentò la lista da loro predisposta nella quale era riportato l’ordine con cui avrebbero dovuto essere condotti in salvo. Primo Cecioni, poi Běhouneck, quindi Trojani e infine tutti gli altri. Per ultimo il radiotelegrafista. Nobile si era messo per penultimo.

Ma il pilota svedese fu irremovibile, non avrebbe preso a bordo nessun altro a parte Nobile. Aveva ordini precisi. Anche perché una volta al sicuro questi avrebbe potuto rendersi utile coordinando i soccorsi dal Città di Milano. Nobile avrebbe potuto portare con sé il suo fox terrier, nient’altro. In quel momento sul Fokker non c’era posto che per un passeggero, ma al prossimo giro – promise lo svedese – sarebbe tornato più leggero e avrebbe potuto caricare anche due o tre passeggeri alla volta.

Il comandante si consultò con i compagni e alla fine si arrese. Questo sbaglio lo avrebbe pagato per tutta la vita. In Italia per anni nessuno gli avrebbe perdonato di essere stato il primo a mettersi in salvo abbandonando i suoi uomini. La foto che lo ritrae alla base svedese di Søre Russøya mentre accarezza e nutre amorevolmente Titina a molti parve un gesto irriguardoso verso chi era rimasto sul pack. Una macchia indelebile nella sua fin lì gloriosa carriera.

Del resto nessuno poteva immaginare che, una volta a bordo del Città di Milano, Nobile sarebbe stato privato del comando delle operazioni e che sarebbe stato trattato da Romagna Manoja quasi alla stregua di un ospite sgradito se non addirittura di un prigioniero in attesa di giudizio.

Chi potrà mai dimenticare il suo incontro con Mussolini, qualche settimana dopo. Il duce non lo aveva in simpatia, anche se ufficialmente non perdeva occasione per elogiarlo. Ma Nobile aveva il difetto di non essere un fascista e di essere detestato dal potente Italo Balbo. I due si incontrarono a palazzo Venezia, ebbero un acceso scambio di opinioni, finché Nobile non fu quasi messo alla porta.

Tempo dopo egli sarebbe stato sottoposto a un’inchiesta che gli sarebbe costata i gradi militari (restituitigli negli anni a venire, dopo una completa riabilitazione) e non solo.

Tornando a noi, quando il pilota svedese fece ritorno al campo sbagliò l’atterraggio e finì cappottato. Lundborg ne uscì illeso ma ormai anch’egli prigioniero del pack. Per molti giorni i velivoli svedesi non poterono decollare a causa del maltempo e quando poterono farlo uno di essi atterrò a un centinaio di metri dalla tenda rossa; ma solo per recuperare il loro pilota. Dopodiché gli svedesi non si fecero più vedere, abbandonando i sopravvissuti al loro destino.

A salvarli – raccontano le cronache – sarebbe stato il rompighiaccio sovietico Krassin, da giorni in avvicinamento, malgrado l’inclemenza del tempo, le continue avarie e l’assottigliarsi delle scorte di carbone. Era il 12 luglio, ed era trascorso oltre un mese e mezzo dal disastro del dirigibile Italia, quando il Krassin aveva fatto capolino tra le montagne di ghiaccio svettanti sulla banchisa polare, tra le urla festanti dei sopravvissuti. I cinque della tenda rossa trovarono ad attenderli a bordo del rompighiaccio nientemeno che Mariano e Zappi, recuperati qualche ora prima, ormai allo stremo delle forze. Il terzo del gruppo, lo svedese Malmgren, era morto assiderato e forse – come disse qualcuno – era servito da pasto agli altri due.

Gianluca Barbera