Ogni volta che me lo chiedono la risposta è — Sono cresciuto in un romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Uno di quelli ambientati a Riccione.

Eppure non sopporto chiunque abbia una barca. Mio zio ne aveva una quando abitava in Messico e una volta ci ero salito anche io. Tempo di arrivare al largo e si è rotta. Quattro ore in balia di onde alte almeno un metro e mezzo l’una. Non vi dico il mal di mare, né come siamo tornati a riva. Non vi dico nemmeno che faccia abbiamo fatto dopo aver nuotato fino alla spiaggia e scoperto che quella era una zona popolata da squali. Ma il motivo per cui non sopporto chiunque abbia una barca è un altro. 

*

Un giorno d’inizio estate di sei o sette anni fa mia madre mi aveva ordinato, nel tono di chi non ammette replica, che avrei dovuto cercarmi un lavoro. A settembre sarei diventato uno di quegli studenti universitari fuori sede a quattrocento chilometri da casa. Forse pensava che mi sarebbe servito per questioni di carattere. Sarà che l’ultimo anno di superiori l’avevo trascorso con una matita in tasca e un quaderno di tutte le materie sotto il banco. Sarà che alla maturità mi avevano promosso soltanto perché frequentavo un liceo privato. Sarà stato quello.

*

Tempo di fare una telefonata e mi ritrovo arruolato nei ranghi nella Marina di Portoerba. 

— Salpate le vele! La carriera di ormeggiatore mi aspetta — scherzavo nei giorni poco prima di cominciare. 

È che il lavoro me l’avevano descritto una pacchia. Pattugliare la banchina in bicicletta, gettare la cima alle barche che rientrano in porto. Ecco tutto. 

Avevo parlato con il proprietario.

*

Il primo giorno mi hanno fatto mettere le scarpe antinfortunistica con la punta di ferro, un cappellino che nemmeno mi entrava in testa e la polo gialla con sopra lo stemma della Marina. Poi ho spazzato via le foglie secche dall’inizio alla fine della banchina. Faceva un caldo da mettersi a friggere le uova sui tombini.

Il secondo giorno mi hanno fatto dipingere una ringhiera. Era la prima volta che prendevo in mano un pennello, ho finito per verniciare sia la ringhiera che il pavimento, sbrodolando tutto per terra.

Il terzo sono passato con la spazzatrice sopra una cima, incastrandola nel motore o forse negli ingranaggi. Morale della favola la spazzatrice si era bloccata e tutti quei bifolchi che lavoravano con me mi hanno insultato di brutto. 

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Ma queste cose tutto sommato affrontabili sono successe tutte in quello che a Portoerba si poteva chiamare tempo libero. Sì perché il proprietario di tutta la baracca mi aveva mentito. Col cazzo che io e i miei colleghi ce ne bighellonavamo in bicicletta, passando solerti e spensierati le cime ai radiosi proprietari delle squisite imbarcazioni. Col cazzo proprio. Per sette ore al giorno si faceva cantiere.

Appena me ne sono reso conto, sempre il primo giorno, ho rischiato di mettermi a piangere. Ricordo di essere entrato nel Capanno – una casetta di cemento rotonda, tirata a lucido fuori quanto sudicia dentro -, ed essermi ricacciato in gola i conati di vomito per la puzza di pesce e le mosche che ronzavano intorno ai sacchi. Qualunque cosa contenessero, quei sacchi, non ho voluto approfondire. Erano luridi da fare schifo a un morto. 

*

— Cominciamo bene — mi sono detto, avviandomi nel piazzale. 

Daniele, il capo degli scagnozzi della Marina di Portoerba, era un ometto sporco di vernice, grasso da motore, olio, benzina e altre merdate che ti facevano venire voglia di stargli lontano. Aveva l’abitudine di urlarti dietro per ogni minima stronzata e un accento barese da film horror. I suoi denti non avrebbero stonato come piastrelle sul pavimento dei peggiori merdogrill di Caracas. Sorvoliamo sull’alito per chiarire un aspetto importante del suo carattere: nel suo giorno libero settimanale veniva lo stesso al lavoro. Ci teneva a controllare cosa facessero i suoi scagnozzi, così si buttava in faccia degli occhiali da sole che con lui non c’entravano niente, e sentendosi una specie di imprenditore-gangster veniva ad atteggiarsi da padrone in borghese con noi poveri deficienti.

Ma noi facevamo sempre la stessa di cosa. Il cazzo di cantiere navale.

— Mettiti questo sotto la schiena e gratta — mi aveva spiegato la prima volta.

— A mano? — avevo risposto.

— No, con il culo.

Allora seguendo le istruzioni ho raccolto una tavola di legno da una pila apposita, poi l’ho sistemata su un carrello e mi ci sono steso sopra a pancia in alto. Strisciando in quel modo mi sono infilato sotto una barca vecchia di cent’anni.

— Bravo, adesso carteggia per tutto lo scafo. Vienimi a cercare quando hai finito.

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Fino a quel momento avevo carteggiato soltanto le biciclette che mi divertivo a riverniciare da ragazzino. Farlo con lo scafo di una barca è tutto fuorché spassoso. Poi Daniele, atteggiandosi da responsabile, mi aveva equipaggiato con una mascherina per gli occhi e un’altra per la bocca. Peccato che prima di me dovevano essere appartenute ai fenici, e poi si rifiutassero di cooperare: respirando nella mascherina si appannavano le lenti. Potevo tenerne su una oppure l’altra. Quindi la merda di vernice che grattavo via mi finiva, a turno, o nelle palpebre o nei polmoni.

*

A quel punto se fossi stato un Tyler qualsiasi con il padre camionista nel Mississippi probabilmente avrei esclamato — Queste difficoltà non mi fermeranno! — e ora sarei il miglior carteggiatore di scafi di tutto lo stupido Mississippi. Un pelato di trecento chili con la moglie a forma di cesso, la stessa canottiera ogni giorno e le mani sporche di vernice e pudenda di minorenni. Invece ero solo io, cresciuto a maglioncini di cashmere, cenette nei ristoranti di lusso e romanzi di Francis Scott Fitzgerald. Fosse stato per me avrei cambiato lavoro – o ancora meglio avrei smesso del tutto –, ma mia madre mi ha costretto a tornarci ogni giorno. Nonostante avessi provato a spiegarle.

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Qualche settimana dopo Daniele mi ha mandato a tagliare l’erba del giardino di un appartamento al piano terra. Sì perché il Capo Supremo di Portoerba era ricco da fare schifo a un imperatore persiano, e oltre alla banchina del porto possedeva anche tutta la schiera di case che gli sorgono attorno.

L’erba comunque l’ho dovuta tagliare a mano. Il tagliaerba si era rotto e Daniele mi aveva ordinato di afferrare i ciuffi più lunghi e strapparli, insinuando che fosse colpa mia, che l’avessi rotto di proposito. Ho obbedito senza perdere tempo in polemiche. Dopo dieci minuti che ero lì a bonificare il giardino della villetta a schiera mi ha punto da una vespa, oppure un altro insetto. Allora sono tornato nel Capanno con per disinfettarmi e ho scoperto che in tutta la cazzo di Portoerba non c’era nessuna pomata, nessun disinfettante o qualsiasi altra cosa con cui medicarmi.

— Io a cinque anni badavo già i tacchini. Tu ne hai diciotto e non sai nemmeno tagliare l’erba — mi aveva urlato Daniele, — E torna a lavorare! Che a ffà la varve au ciucce se perde l’acque, u timbe e u sapone… 

Tornando al lavoro mi sono immaginato Daniele che a cinque anni strepitava dietro ai tacchini, allora mi è venuto da ridere così tanto da alleviare il male alla mano. Ho ricominciato a strappare via quella cazzo di erba augurandogli le peggiori morti, fingendo che ogni ciuffo di verde fosse la sua faccia da culo sporco di merda. 

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Nel pomeriggio ha iniziato a piovere. 

Abituato alle chiacchiere dei ragazzi che d’estate fanno i bagnini da queste parti, lo ammetto, ho sperato che mi mandassero a casa. Ma ve lo dico subito, non è successo, e la colpa è stata dei cavalletti per le barche. Quei cazzo di cavalletti pesano mezzo quintale l’uno, sono di ferro, devono essere solidi da appoggiarci sopra le barche tirate fuori dall’acqua. Il metodo è molto semplice: si fissano due nastri appositi alla gru portuale – composta da due sbarre a forma di croce –, che vanno fatti passare sotto la barca quando ancora si trova in acqua. Per posizionarli nel modo giusto servono uno scagnozzo di terra e uno in gommone. A quel punto Daniele – che oltre a saper governare i tacchini dalla tenera età di cinque anni guida la gru meglio di Schumacher –, solleva la barca fino ad appoggiarla sui cavalletti.

Ma come ho detto quel pomeriggio pioveva. E non abbiamo giocato con la gru. 

— Li vedi quei cavalletti? — mi ha chiesto Daniele.

Vederli li vedevo, saranno stati un centinaio.

— Prendili e spostali fino a là — ha detto, indicando il lato opposto del piazzale.

— Perché? — ho chiesto.

— Che ti frega, fallo e basta.

Il giorno dopo mi è venuto subito incontro.

— Li vedi quei cavalletti? 

— Dove ho sbagliato?

— Riportali dov’erano ieri. 

— Ma perché?

Ci avevo messo due ore a spostarli tutti. Due ore di pioggia a dirotto, calli alle mani, sputi e bestemmie a forma di fulmine.

— Che ti frega.

— Me ne frega eccome — ho risposto, — Ieri ci ho messo un casino a portarli laggiù. — Appunto. Ieri pioveva e non c’era altro da fare. Altrimenti per cosa ti paghiamo?

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Adesso non voglio tirarla per le lunghe e fare il frignone dei salotti buoni con i pasticcini al salmone e le amiche bionde di tua madre che ti dicono — È incredibile, sei sempre più grande — anche se ti avevano visto appena due giorni prima, ma cose come questa succedevano spesso. E ovviamente non era giusto, però ci avevo fatto il callo. Ho riportato i cavalletti dov’erano ieri e ho preso la bicicletta, poi con la scusa di andare a chiedere qualcosa a Gennaro – uno che lavorava con me –, mi sono allontanato per fare una pausa.

*

Girando in bicicletta si incontravano i clienti, e di clienti al porto ce n’erano di tutti i tipi. La maggior parte erano stronzi o figli di puttana. Interagendo con questa gente dovevo per forza guardarli – ce li avevo di fronte, sarei sembrato un cretino e girarmi dall’altra parte o a chiudere gli occhi – e guardandoli vedevo come loro guardavano me. E potevo toccare con mano il disprezzo che provavano nei miei confronti. 

— Guardalo bene — sembravano dire ai loro figli, — Guardalo bene e non parlarci, che se non stai attento diventi così. 

Ma questa era la parte migliore. Lasciavo che avessero ragione senza dire nulla – anche perché di spiegargli che ero lì per questioni di carattere proprionon mi andava. E poi mi piaceva il loro disprezzo. Una sorsata d’acqua fresca in quelle giornate incandescenti e ferruginose. Nessuno mi aveva mai schifato in quel modo.

*

— Camilla vieni qui, devo dirti una cosa — ho sentito dire ad una ragazzina sui diciotto che mi guardava. E dire che avrei approfondito volentieri, con la giovane Camilla, ma la repulsione dei suoi genitori valeva molto più di qualsiasi giro in giostra. Anche se devo ammettere che non era per niente male. E che per un po’ mi era rimasta sullo stomaco dopo che era partita. Ancora me la ricordo. Chissenefrega. Di altri clienti ricordo Cisco, il proprietario di un’industria motociclistica. Aveva una barca a vela di legno grande quanto la testa di cazzo che era, ma per rientrare in porto smanovrava che neanche dieci pirati insieme, roba da fare invidia a tutta la filibusta.

Poi Walter. Il migliore. Un sessantenne sempre vestito a fiori con la moglie brasiliana più giovane di trent’anni, secco quanto la caviglia di un vitello, occhiali da gufo e braccialetti da surfista di livello novantanove. Dato che soffriva di mal di schiena un giorno mi aveva fatto entrare dentro la sua barca – proprio dove c’era il motore –, e da fuori mi aveva guidato in certe procedure tecnico-meccaniche che non saprei replicare. Hanno funzionato con grande soddisfazione di entrambi, e da quella volta siamo diventati amici. Era l’unica persona a modo di tutto il porto.

Gli ultimi che ricordo sono un uomo e una ragazza. L’uomo era un pelato sui cinquanta, con gli occhi azzurri da killer, doppio orecchino dorato e barbetta bianca da chiavatore devastante. La sua ragazza era una strafiga strabica con i capelli castani e la voce da star male soltanto a pensarci. Fumava di continuo. Vederli insieme faceva incazzare. Una mattina lui mi aveva chiesto di andargli a prendere la colazione al bar, e al mio ritorno aveva detto — Il resto è mancia — sentendosi un gran signore per un euro e cinquanta. Appena è rientrato in barca li ho lanciati nel porto.

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Sì perché è questo che faceva la maggior parte dei barcaroli. 

Uno si aspetta che questo tipo di persone si comprino la loro barca da rottinculo ed escano a fare il bagno al largo, a pescare gli sgombri, a scoparsi delle troie, a imbastire bische, pippare cocaina, farsi fare dei gran bocchini col culo oppure a starsene semplicemente lì, in panciolle sull’azzurro. Invece no. La maggior parte dei barcaroli veniva dal mattino presto per starsene, fino a sera, attraccati al porto, belli sbracati sui divanetti della nave. Da vedere era pure una brutta scena.

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Con il tempo ho scoperto perché uscissero così poco. Il carburante costa parecchio. Allora i barcaroli si comprano un pezzo di plastica e metallo galleggiante da quattrocentomila euro. Poi vengono a Portoerba. Pagano l’affitto dell’attracco – una somma indecente –, e se ne stanno lì a scaccolarsi l’ombelico fino all’ora di cena. In mezzo a quel caldo da far bestemmiare pure mia nonna. E Portoerba potrebbe anche chiamarsi Portomerda, perché l’acqua va dal marrone al verde. E puzza di benzina. E riecheggia per tutto il giorno delle grida di quel coglione di Daniele.

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Può sembrare che esageri o che sia un maleducato che parla come un marinaio della Marina di Portoerba, ma ormai mi ero stancato. Non facevo che prendere insulti. I clienti gridavano che non sapevo passargli la cima – neanche a dire che ci volesse tanto a lanciargli una cazzo di corda –, i bastardi che lavoravano con me mi sfottevano senza un domani, Daniele rompeva il cazzo per qualsiasi motivo e quei maledetti dell’ufficio logistica nemmeno mi davano l’acqua. Dovevo andarmela a comprare al bar. Due euro a bottiglietta. E mi vergognavo da matti ad entrare lì dov’erano tutti ricchi, freschi e riposati, e si godevano le loro colazioni miliardarie prima di entrare in barca, mentre io, tutto sudato, sporco di vernice in polvere, grasso da motore e con i coglioni sotto elettroshock da un mese, dovevo anche controllare che Daniele non mi vedesse andare al bar. Altrimenti si sarebbe messo a urlarmi contro proprio lì, in mezzo alla gente. Era già successo. Secondo lui dovevo bere dalla gomma dell’acqua. Ci avevo provato. Peccato fosse una brodaglia polverosa che avrebbero schifato anche in Rwanda. E che nemmeno lui ci bevesse.

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Ma questa è stata la più grossa.

Un serbo si era aggiudicato all’asta una barca sequestrata al precedente proprietario, il figlio tossico di qualcuno che è meglio se evito di nominare. Fatto sta che la barca in questione era rimasta, tra affari giudiziari e il resto, abbandonata per due anni lì alla banchina. E prima di consegnarla al nuovo proprietario andava pulita. 

Tirarla fuori è stato un disastro. Era enorme al punto di dubitare che la gru potesse farcela. Ma Daniele alla fine ci ha ordinato di provarci e ci siamo riusciti. 

Sarebbe stato meglio lasciarla dov’era.

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Giuro che ho vomitato. 

Non sapevo che aspetto avessero gli alieni, ma dopo aver visto le alghe sullo scafo di quella barca non ho avuto alcun dubbio.

— Esistono e sono loro — ho pensato. 

E giù a vomitare.

— Viè qua— mi ha ordinato Daniele. 

Ho obbedito, e arrivato davanti a lui ho tirato un gran sospiro sperando di fargli arrivare addosso tutta la puzza di vomito. Ma lui non si è scomposto. Alla fine casa sua deve avere un odore simile. Ci siamo guardati negli occhi.

— Pulisci prima per terra e poi lo scafo. Va fatto a mano — ha detto.

— Non possiamo usare l’idropulitrice? — ha chiesto Gennaro, lo scagnozzo che ci aveva aiutato a tirare fuori la barca.

— No — ha detto Daniele.

— Altrimenti cosa ci pagano a fare — ho detto io.

— Bravo, visto che impari — ha riso Daniele.

*

Ci siamo messi al lavoro. Ogni tanto, mentre grattavamo via quelle teste di alieno a forma di alga, vomitavo lì per terra per il tanfo e lo schifo, e tutte le volte che capitava l’altro scagnozzo, che si chiamava Gennaro ed era mezzo marocchino e mezzo siciliano, ripeteva — Certo che fai proprio schifo. 

In venti minuti non avevamo ripulito neanche due metri di superficie. 

Stufo di vomitare e sentire quel coglione di Gennaro lamentarsi sono andato a prendere l’idropulitrice nel Capanno. Daniele era andato via e non ci avrebbe scoperti. E nel caso, se anche avesse osato protestare gli avrei vomitato addosso. Magari avrei stimolato la brillante idea di andarsi a fare una doccia, per una volta, e magari in bagno si sarebbe guardato allo specchio facendosi lo schifo che doveva ogni giorno. Ma peggio di lui doveva essere sua moglie. Non l’avevo mai vista, ma una che si prende in bocca quel birello al gusto benzina e sudore del porto non dev’essere uno spettacolo.

*

Con l’idropulitrice mi sono divertito la faccia. Sembrava di sparare a degli insetti con un bazooka. Le stesse alghe che fino a tre secondi prima non riuscivo a staccare adesso volavano via come un castello di carte in una tormenta. Ero l’ultima speranza dell’umanità e loro una colonia di alieni invasori. Bastava schiacciare sul grilletto. Tempo di divertirsi un po’ e avevamo finito.

— Adesso glielo vado a dire a Daniele l’hai usata — ha detto Gennaro. 

— E vacci — ho risposto. 

Poi ho puntato il getto su di lui – non che facesse meno schifo di Daniele. 

Di nuovo il grilletto.

Allora sono rimasto da solo a pulire perché lui se n’era andato ad asciugarsi. Dovevo tirare su i cadaveri delle alghe mischiati al mio vomito e poi potevo andarmene. Ci ho messo quasi due ore. Non venivano su. Erano troppo viscide per prenderle facilmente con il badile, colpendole il getto con l’idropulitrice si erano rotte in miliardi di piccoli e viscidi filamentosi frammenti. Riempivo la carriola e dopo averla portata fino ai bidoni svuotavo il contenuto nell’indifferenziata. Un gran lavoro del cazzo.

*

Finalmente l’ultimo carico da svuotare. Peccato mi fossi incattivito troppo per fare le cose a modo. Abbastanza da sollevare cento chili e lanciarli dentro il bidone. Allora l’ho aperto, afferrato la carriola piena e l’ho sollevata a mani nude per buttarla via insieme al resto. Ho pensato fosse giusto lasciarla lì. Poi ho cambiato idea. Ci ho ripensato. Alla fine mi sono arrampicato sul bidone di fianco e l’ho ripescata da quello schifo di alghe, vomito e altri rifiuti del porto che erano stati lì a marcire per tutto il giorno sotto quel sole merdoso. Avevamo troppo in comune, durante quel mese ero stato riempito di schifezze e ingiustizie nello stesso modo. Era l’oggetto in cui più mi riconoscevo in tutta la città.

*

Dopo averla lasciata fuori dal cantiere sperando che qualcuno la rubasse sono tornato a casa, mi sono fatto una doccia e poi sono andato a dormire. La mattina dopo ho preso il solito a autobus. Arrivato a Portoerba ho trovato il Capo Supremo, Daniele e Gennaro che mi aspettavano schierati come nazisti.

— Si può sapere cos’hai combinato ieri? Ti ammazzo! — ha urlato Daniele.

— Sai cos’ho combinato… — ho iniziato a rispondere.

— Non provare a rispondere — ha tuonato il Capo Supremo.

— L’idropulitrice non potevi usarla! Mi hai preso per coglione? — strepitava intanto Daniele.

— A Catania, dove stavo io, per quello che mi hai fatto ieri ti avevo già accoltellato. Ti va bene che siamo qui — ha detto Gennaro.

Allora ho urlato tirando fuori tutta la vernice che mi era entrata nei polmoni. Ha preso la forma di una vocale, anzi, una via di mezzo tra la “o” e la “a”. L’ho fatto molto forte, senza fermarmi finché non li ho visti chiudere le loro bocche da rottinculo. Si sono messi a fissarmi, quasi spaventati.

— Porco *** — gli ho detto, — Vaffanculo. 

E non ci sono più tornato.

Nicolò Locatelli

*In copertina e nel testo: Buster Keaton, in particolare nel film “The Navigator”, del 1924