“Per rendere meno miserabili i tempi che viviamo”. Crocetti passa a Feltrinelli. Dialogo con lo sciamano della poesia

Posted on Giugno 04, 2020, 6:28 am
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Provo a far quadrare le date, come un esegeta di oroscopi. Nicola Crocetti fa 80 anni, la Crocetti nasce nel 1980, quarant’anni fa, Ghiannis Ritsos, il poeta immenso, di cui Crocetti è stato amico e intimo traduttore, muore nel 1990, trent’anni fa. La quadratura astrale dà come responso salvezza e abbandono. La Crocetti viene inglobata, infatti – non divorata, per ora –, dal Gruppo Feltrinelli. Rileggo la nota Ansa, battuta qualche giorno fa, e mi assale la iena del turbamento, dell’abbandono: “Attraverso l’ingresso in Gruppo Feltrinelli, Crocetti Editore potrà disporre di una filiera integrata che dalla produzione editoriale alla distribuzione fino alla vendita nelle librerie fisiche e digitali è in grado di valorizzarne i contenuti, mantenendone intatto il Dna identitario e con una continuità della direzione editoriale, di cui resta infatti responsabile il fondatore Nicola Crocetti”. Il concetto, dentato, di filiera integrata, ecco, mi assale, come una falange di mosche in piena bocca.

Ritorno agli astri, a partorire oroscopi. Prima che nascesse Crocetti, è proprio Feltrinelli, nel 1978, che pubblica Pietre ripetizioni sbarre di Ritsos; nel 1981 è sempre Feltrinelli a editare Quattro poemetti, porzione del capolavoro di Ritsos, Quarta dimensione. Gli astri non mi aiutano, però, a risolvere un dilemma: entrambi i libri di allora portavano in copertina la dicitura “a cura di Nicola Crocetti”, i due libri editi ora, marchio Crocetti proprietà Feltrinelli (Quarta dimensione e Molto tardi nella notte, “l’ultima raccolta scritta da Ritsos”), si sono dimenticati il nome del traduttore. Un inizio un poco sgarbato, ma lasciamo stare. Crocetti mi aveva sussurrato qualcosa, mesi fa – come al solito, pensava l’impresa impossibile, come al solito è riuscito a salvare la sua casa editrice (quanto meno, ha messo in sicurezza i suoi redattori, pardon, condottieri). All’apparenza, nulla cambia; nella sostanza, quasi tutto.

Poesia, intanto, diventa bimestrale e non più mensile; non lo trovate in edicola ma in libreria; ha una grafica decisamente più fighetta, è più spessa ma i contenuti mi sembrano diminuiti (non vedo Lo scaffale delle recensioni e neanche le utili Cronache curate dall’eccezionale Angela Urbano), il prezzo – per uno come me e, immagino, per i poeti, di norma poveracci – impossibile, da 5 a 13 euro. Manca, in fondo, la spavalda ingenuità delle imprese che possono morire da un momento all’altro: la copertina è dedicata alla suprema Edna St. Vincent Millay tradotta da Silvio Raffo (il titolo, Scandalosa Edna, rimanda, immagino, alla Scandalosa Gilda del duo afrodisiaco Lavia/Guerritore), il numero, a mo’ di amuleto, parte con il testo di Shelley, In difesa della poesia, tradotto da Francesco Kerbaker. Il pezzo più bello – che vale la spesa – è il ricordo di Quell’ultimo incontro fra Crocetti e Ghiannis Ritsos – “Non amava troppo i viaggi, ma venne sette volte in Italia, e ogni volta percorrevamo in lungo e in largo la penisola, mentre lui mi raccontava la sua vita, i lunghi anni in carcere e in campo di concentramento” – e la traduzione di quel poema, memorabile, Il guardiano del faro: “E ogni cosa nella sua bella oscillazione aspetta/ che ti assuma tu la sua responsabilità e agisca,/ che dia tu a ciascuna il suo senso, la sua forma,/ la sua collocazione e il nome. Ma tu/ indugi, ammaliato dall’inutile e dall’indefinito”. A me suona come un commiato – troppe le sonorità astronomiche – ma spero di sbagliarmi.

Per me, Nicola Crocetti è uno sciamano. Chiude gli occhi, spalanca le mani – altri occhi ancora, prensili, ferini – e recita qualche poesia, evoca il profilo di un morto. Nella sua mente – che immagino una Amazzonia decuplicata – tutti sono immortali. Quest’uomo ha dedicato la vita alla poesia degli altri, consapevole di ricavarne – al netto delle facili malizie – invidie, incomprensioni, fraintendimenti. Eppure, lo ha fatto – e ora, dovremo solo dire grazie, a Crocetti, dando all’inchino la potenza dell’ingresso in un altro mondo. È bastata qualche oncia di coraggio, una pianura di solitudine e l’oro di qualche ricordo, indelebile, a fare di una vita qualcosa che si approssima alla leggenda. (d.b.)

Festeggi 40 anni di Crocetti per ‘darti’ a Feltrinelli. Come ti senti?

Ti puoi immaginare come ci si sente a dover ‘dar via’ una cosa che hai creato e sostenuto per tutta una vita con grandi sacrifici – e praticamente senza l’aiuto di nessuno.

Inutile girarci intorno. Poesia è Crocetti. Ora, cosa sarà?

Continuerà a essere quello che era. Saremo io e i miei collaboratori a farla, senza l’assillo di non sapere se il prossimo numero potrà uscire.

A chi è dedicata la copertina del primo numero di Poesia griffato Feltrinelli (e perché)?

La rivista si apre con un lungo brano, che spero benaugurante, del famoso saggio In difesa della poesia di Shelley. Ma la copertina è dedicata a Edna Saint Vincent Millay (tradotta da Silvio Raffo), che con la sua poesia e il suo anticonformismo scandalizzò l’America degli anni ’20 e ’30. Era una donna di una bellezza inquietante, amava indifferentemente (ricambiata) uomini e donne, e tutti gli adolescenti americani, e non solo, imparavano a memoria i suoi sonetti. Morì nel 1950 in uno stupidissimo incidente domestico, scivolando sulle scale di casa sua con un bicchiere di vino rosso in mano. Stava traducendo l’Eneide.

Il numero di Poesia che ti piace di più. Quello che avresti voluto fare e non sei riuscito. 

Il numero 100, una tappa che all’inizio di questa avventura era sembrata irraggiungibile. Era dedicato ai 28 poeti insigniti del Premio Nobel, molti oggi (giustamente) dimenticati, al pari dei molti di altri che il Nobel l’avrebbero meritato ma non lo vinsero. ll numero che non sono riuscito ancora a fare è uno dedicato a un poeta italiano che avrà venduto qualche centinaio di migliaia di copie dei suoi libri senza essersi mai affacciato in televisione.

Come si fa a ‘domare’ un poeta? Hanno la fama di essere vanitosi, cinici, insopportabili. Eppure, tu giuri che un grande poeta è prima di tutto un grande uomo. Fammi un esempio.

Non c’è modo di ridurli a ragione: né blandendoli (gli elogi, come tutto quello che fai per loro, non gli bastano mai), né secondando i loro difetti. Però ribadisco la mia convinzione che un grande poeta è, se non sempre spesso, un grande uomo. Un esempio per tutti? Seamus Heaney.

Qual è l’autore che avresti voluto tradurre o pubblicare ma non ti è capitato? E l’autore che sei più felice di aver ‘scoperto’?

Quello che sono più felice e fiero di aver scoperto e di aver avuto come amico è Ghiannis Ritsos, di cui ho tradotto molto, ma di cui ancora moltissimo resta da tradurre. Quello che vorrei tradurre e pubblicare ma non l’ho ancora fatto è Kostìs Palamàs, uno dei massimi poeti greci contemporanei, e il suo Dodecalogo dello zingaro. Ma, dopo l’Odissea di Kazantzakis non è detto che non lo faccia.

Cosa stai leggendo, ora? Qual è stato il libro (o l’autore o l’evento) che ti ha fatto capire: la poesia sarà la mia vita.

Sto leggendo un bellissimo libretto, pubblicato dal Melangolo, Elogio del greco antico, di due autrici francesi, Jacqueline de Romilly e Monique Trédé. Spiega molto bene i motivi del successo della lingua greca nei secoli, e le ragioni per cui sarebbe un crimine smettere di studiarlo, anche nei nostri licei. L’autore che mi ha fatto capire che la poesia sarebbe stata la mia vita è Pascoli. In quinta elementare mi regalarono una sua antologia, che mi segnò. Nelle nostre scuole Pascoli è imbalsamato nell’immagine del ‘fanciullino’, ma bisognerebbe rileggerlo bene, senza trascurare le sue Poesie latine. Quando morì, nel 1912, il suo competitor D’Annunzio, che era tutto l’opposto del Vate, scrisse alle sorelle un telegramma in cui diceva: “Giovanni Pascoli è il più grande e originale poeta apparso in Italia dopo il Petrarca. Questo sarà riconosciuto quando l’Italia rinnoverà anche le vecchie tavole dei valori poetici”.

Ma… è vero che i greci amano la poesia più di altri popoli?

In Grecia c’è una tradizione, tutt’altro che recente, sconosciuta da noi ma non in Francia e in Russia: grandi musicisti che mettono in musica le poesie dei maggiori poeti dei loro Paesi. In Grecia lo ha fatto, imitato da molti altri, un genio musicale come Mikis Theodorakis, che ha contribuito come pochi alla diffusione popolare della grande poesia greca. Un altro esempio. Qualche mese fa ad Atene sono morte due poetesse molto note: Kikì Dimulà e Katerina Anghelaki-Rooke. La sera stessa della loro morte il canale televisivo nazionale ha dedicato loro nell’ora di maggior ascolto lunghe trasmissioni con letture di versi. E ai funerali di entrambe c’erano il capo dello Stato, i ministri dell’Istruzione e della Cultura, il sindaco di Atene con altre autorità e una marea di gente. Si è mai vista una cosa del genere qui da noi? Sì, forse ai funerali di Pasolini, ma era il 1975 e c’erano anche altri motivi. Da noi i poeti vivono e muoiono ignorati dalle istituzioni.

Fino a che punto la tua grecità ha influito sul tuo lavoro?

Essere greco, parlare il greco dalla nascita, sentirti greco, ti dà un’identità particolare, unica direi. Per me è stato fondamentale.

La Grecia ha mai corrisposto al tuo amore?

Un paio di anni fa fui invitato dal presidente della Repubblica greco, Prokopis Pavlòpulos, che mi tenne un’ora e mezza nel suo ufficio a parlare di poesia, recitandomi a memoria i versi dei maggiori poeti greci contemporanei. E lui non è nemmeno un letterato, ma un economista, incidentalmente compagno di università e amico di Mattarella. Qualche mese dopo mi assegnò la Croce d’onore, il maggior riconoscimento culturale del Paese, qualcosa come la Legion d’onore francese.

Quali sono i primi libri di poesia che farai con Feltrinelli?

Sono due libri di Ritsos: una ristampa della Quarta dimensione, il suo capolavoro, scritto per la maggior parte in vari campi di concentramento, e la sua ultima opera uscita postuma, Molto tardi nella notte. E poi, le Poesie francesi di Rilke, e un inedito del novantaquattrenne poeta svizzero francese Philippe Jaccottet.

Che valore ha, oggi, ora, qui, la poesia?

Quello che ha sempre avuto: di cercare di rendere meno miserabili i tempi che viviamo.