Nick Cave e Florence and The Machine: le due canzoni più belle degli ultimi 10 anni. Meglio loro dei poeti di oggi, autoreferenziali e solitamente pacchiani

Posted on Febbraio 27, 2018, 10:32 am
11 mins

Tutto questo e anche il paradiso

E al cuore è difficile dare voce
Possiede un linguaggio autonomo
Parla e muta e insegue sospiri e proclami
del momento
Nei giorni importanti dei grandi uomini e
nei più piccoli gesti
Nei brevi e leggeri sussulti

Ma malgrado tutte le mie conoscenze
Non mi riesce di domarlo
E le parole tutte mi sfuggono e ritornano
in frantumi
E le rimetterei insieme in forma di poesia
Se solo sapessi come
ma non ci riesco

E darei tutto questo e anche il paradiso
Tutto, per un solo momento
In cui potessi semplicemente comprendere
il significato di questa parola
Perché ho cercato di scarabocchiarla da sempre
Ma per me non hai mai avuto senso

E mi parla silenzioso, come in punta di piedi
E canta dentro di me
Urla quando la notte è più scura e irrompe squarciando la luce del mattino
Ma malgrado tutte le mie conoscenze
non mi riesce di domarlo
E le parole tutte mi sfuggono e ritornano
in frantumi
E le rimetterei insieme in forma di poesia
Se solo sapessi come
Ma non ci riesco

E darei tutto questo e anche il paradiso
Tutto, per un solo momento
In cui potessi semplicemente comprendere
il significato di questa parola
Perché ho cercato di scarabocchiarla da sempre
Ma per me non ha mai avuto senso

E darei tutto questo e anche il paradiso
Tutto, per un solo momento
In cui potessi semplicemente comprendere
il significato di questa parola
Perché ho cercato di scarabocchiarla da sempre
Ma per me non ha mai avuto senso

No, le parole sono un linguaggio
che non merita un simile trattamento
E tutte le mie espressioni incespicanti
Non hanno mai contato quanto questo sentimento
Tutto questo paradiso non potrà mai descrivere
un simile sentimento mentre sto qui
Le parole non sono mai state così efficaci finché non ho urlato in una lingua di cui
ignoravo l’esistenza.

Florence and the Machine

Traduzione: Matteo Fais

 

Commento

Se la voce di Florence fosse quella di una poetessa sarebbe probabilmente un canto all’unisono di Emily Dickinson e Sylvia Plath. Ne possiede la stessa dolcezza altera. La passione sofferta e al contempo glaciale. La cognizione della fugacità e fragilità dell’amore. Alla base vi è la medesima incapacità a stare al mondo che si traduce nell’intima necessità di trasporre la propria pena in versi. La poesia, o la canzone, si pone come unica soluzione all’irrisolutezza del vivere, la sola strada da percorrere nel tentativo di giungere a una reale comunicazione. Si pensi a tal proposito ai versi della poetessa di Amherst: “Questa è la mia lettera al Mondo/ Che mai mi rispose -/ Le semplici Notizie che la Natura proferì -/ Con tenera Maestà/ Il suo messaggio è affidato/ A mani che non posso vedere -/ Per amore di lei – Dolci – concittadini/ Giudicate teneramente – la sottoscritta” (“This is my letter to the World/ That never wrote to Me -/ The simple News that Nature told -/ With tender Majesty/ Her Message is committed/ To Hands I cannot see -/ For love of Her – Sweet – countrymen -/ Judge tenderly – of Me”) (trad. mia). Fatto salvo che la cantante britannica, per ovvie ragioni culturali, non può avere la stessa sensibilità per l’ambito naturale, in entrambe viene palesata la necessità quasi disperata di trovare una lingua capace di porsi realmente in dialogo con l’esistente, oltre al manifesto cortocircuito che intercorre tra parole e cose, parole e sentimenti. Non a caso, una ha scritto una lettera al mondo, che questo evidentemente non ha saputo interpretare per tempo, e l’altra si trova con un cuore difficile da trasporre in parole, anche a causa dell’incapacità di queste ultime a dare voce all’emozione.

foto 1 (15)È altrettanto chiara la dipendenza – pur senza sapere quanto sia conscia – della canzone di Florence dalla poesia confessionale della Plath. Anche la prima si rifà a un vissuto travagliato, un insieme di traumi, che fluisce e si riversa nella sua lirica, come ben si comprende da Breaking Down, altra canzone di Cerimonials: “Tutta sola/ Te ne rendi conto, è sempre stato lì/ E anche quando sono qui con me stessa/ Se ne sta sempre vicino/ Lo vedo venire dal margine della stanza/ strisciare sotto la luce dei lampioni/ Tenermi la mano nell’oscurità livida” (All alone/ It was always there you see/ And even on my own/ It was always standing next to me/ I can see it coming from the edge of the room/ Creeping in the streetlight/ Holding my hand in the pale gloom) (trad. mia).

In ultimo è questo legame consustanziale, un’ispirazione che ha la sua radice in ambito lirico, a fare dei Florence and The Machine una band destinata a lasciar traccia nel panorama musicale, proprio come a suo tempo è stato per altre quali i The Doors. È appena il caso di dirlo: solo la poesia può fare la differenza.

Matteo Fais

*

Skeleton Tree

Domenica mattina, l’albero è uno scheletro
Nulla è gratuito
Alla finestra, una candela
Forse la puoi vedere
Foglie cadute fluttuano nel cielo
Una televisione rabbiosa
Brilla bianca come il fuoco
Nulla è gratuito
Ho gridato, grida
lungo l’oceano
Ma l’eco fa ritorno, caro
Nulla è gratuito
Domenica mattina, l’albero è uno scheletro
Inciso contro il cielo
Una televisione rabbiosa
Brilla bianca come il fuoco
Nulla è gratuito
Ho gridato, grida
Lungo l’oceano
Nulla è gratuito
Niente ha prezzo
E tutto è nel bene ora
E tutto è nel bene ora
E tutto è nel bene ora

Nick Cave

 

Commento

Nick CaveGioco facile. Perciò, preparo un inciso. I versi di qualsiasi poeta cristallizzato nel talento (esempi sparsi, tra i viventi: Federico Italiano, Isacco Turina, Francesca Serragnoli) valgono l’opera omnia di un sedicente cantautore. Il problema è altro. Da quando Saffo ha gettato la lira nell’Egeo, musica e ‘lirica’, canzone e poesia, hanno preso vie discordi. Per questo – malauguratamente – i cantautori non reclutano i poeti per scrivere le loro hit: Battiato si faceva aiutare dal livido Sgalambro (sia lode a lui); la Nannini si fa scrivere canzoni-zerbino da Isabella Santacroce, non proprio una Dickinson, io ho implorato Paola Turci di mettere in musica una manciata di miei versi chiodati, ma non c’è nulla da fare, vanità delle vanità. Secondo inciso. I poeti, tendenzialmente (fatto salvo i sopra citati e pochissimi altri, rari), sono autoreferenziali, egocentrici, sono la cloaca massima del linguaggio. Quelli che rosolano nell’invidia e vogliono scimmiottare il gergo pop del cantautorato vigente, poi, sono semplicemente pacchiani. Per questo, meglio il Nobel a Bob Dylan, almeno è divertente. Io il Nobel, per altro – gioco facile, l’ho detto, non sono raffinato come l’aitante Fais – l’avrei dato a Nick Cave. M’è sempre piaciuta la sua faccia di cera, animalesca, scaturita da un racconto tronfio di Lewis Carroll. Mi sono sempre piaciute le sue ballate gotiche, germogliate dalla periferia australiana, che mescolano le allucinazioni di Coleridge al libro dell’Apocalisse ascoltato con orecchio eretico. Questo Orfeo che è rimasto recluso agli inferi, ormai un ‘classico’ che va fatto ascoltare nelle scuole dell’obbligo, ha dato il meglio – parere mio – nel nuovo millennio, con il suo gruppo, i ‘The Bad Seeds’. L’album memorabile, in questo caso, è No more shall we part, che ha toni di teologica sensualità (ascoltatevi Godi s in the House, ad esempio). Eppure. Nel 2016 Nick Cave & The Bad Seeds (gruppo consustanziale al suo guru) se ne esce con una album funebre. album CaveCopertina nera. Otto tracce. Di detonante dolore. Che sia scritto per il figlio morto, c’interessa poco. Delle lacrime ci facciamo nulla, del buon cuore pure, vogliamo i quarti di carne estetica. Beh. In Skeleton Tree Nick & i suoi scoprono sonorità d’oltremondo, come chi abbia sopportato tutti i patimenti e ora, in fiala musicale, ce ne consegni la quintessenza. Il veleno. Nella canzone che dà titolo all’album, le immagini precise e le metafore accuratamente visionarie (“Una televisione rabbiosa/ Brilla bianca come il fuoco”), flirtano con l’alta poesia. L’andamento ‘liturgico’ rimanda, pur nella forma dell’orazione intima, della confessione che si sfa in urlo, a The Hollow Men, la ballata ipnotica di sua maestà Thomas S. Eliot. Uno, tra l’altro, che dimostra come i grandi poeti sappiano essere pop: Cats, forse il musical più famoso di tutti i tempi, è tratto da un libro di Eliot.

Davide Brullo