“Nevicano farfalle!”: le avventure di Charles Darwin nella Terra del Fuoco. Un racconto di Gianluca Barbera per vincere la banalità del solleone

Posted on luglio 25, 2018, 10:50 am
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Ormai ci ha preso gusto. Gianluca Barbera, l’Orson Welles della letteratura italiana – per foga e corporatura – dopo il clamoroso successo di “Magellano” (Castelvecchi, 2018), romanzo storico picaresco, caustico, a tutti gli effetti ‘il libro dell’estate’, un colpo di vento e di cerbottana contro la cristalleria dei soliti libri – gialli sotto l’ombrellone, romanzi sociologici scritti da sociopatici, quella roba lì – ci ha preso gusto. Mentre sta scrivendo un romanzo poderoso su Marco Polo (di cui sveleremo alcuni passaggi, nei prossimi giorni), durante una pausa, a ingentilire l’intelligenza, Barbera s’è imbarcato sul Beagle tramutandosi in Charles Darwin. Ne viene fuori una cronaca, veritiera, delle avventure accadute lungo le coste della Patagonia. Una raggiante lettura per vincere il solleone della banalità.

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Lasciate le acque fangose del Rio de la Plata, il Beagle fece rotta verso Capo Deseado, sulla costa occidentale della Patagonia. Altre volte ci era capitato di trovarci circondati da insetti. Non ci stupimmo dunque più di tanto quando una sera, a dieci miglia dalla Baia di San Blas, fummo attorniati da migliaia di farfalle. Facendo correre lo sguardo tutt’attorno ci accorgemmo che erano una distesa immensa. Anche scrutando con il cannocchiale non se ne vedeva la fine. I marinai gridavano: “Nevicano farfalle!”. Come si fossero spinte così lontano dalla costa restava un mistero.

Erano di moltissime specie, ma le più numerose appartenevano a quella nota come Colias edusa. In mezzo a quel turbinio vi erano pure parecchi imenotteri. E alcuni coleotteri della varietà detta Calosoma si posarono a bordo dopo un volo sbilenco. La cosa era tanto più sorprendente perché quel genere di coleotteri è in grado di compiere solo brevi tragitti.

Andò avanti così tutto il giorno seguente e durante il pranzo capitò che qualche farfalla finisse nei nostri piatti. Verso sera si alzò una forte brezza da nord che ci liberò della loro presenza, sbatacchiandole qua e là e facendone strage. Non era la prima volta che assistevo a simili fenomeni. Mentre ci trovavamo alla foce del Plata il sartiame fu ricoperto di ragnatele. La giornata era calda, il cielo terso, e per tutta la mattina nell’aria avevo visto fioccare grumi di ragnatele e sfrecciare singoli fili con appesi a un capo, come a una liana, ragnetti rosso scuro non più lunghi di un paio di millimetri: e questo nonostante la nave fosse a non meno di cinquanta miglia dalla costa. Non appena arrivavano a bordo, i ragnetti si davano da fare tessendo la loro tela come meglio potevano. Ma la cosa più sorprendente era vederli correre sulla superficie del mare senza bagnarsi, fermandosi di tanto in tanto a trangugiare goccioline d’acqua con avidità. All’ora di cena la nave si era riempita di questi ragnetti e delle loro inesauribili ragnatele. A volte, mentre erano appesi al filo, il vento li sollevava trascinandoli di nuovo verso il mare. Il giorno dopo prendemmo il largo e i ragni, così come erano venuti, scomparvero.

Doppiato Capo Deseado, il 9 dicembre gettammo l’ancora nella baia di San Julian, dove Magellano aveva fronteggiato l’ammutinamento dei capitani spagnoli e dalla quale era ripartito in cerca dello stretto che porta il suo nome. Fatta provvista di acqua dolce e abbattuto qualche guanaco, la cui carne è dura ma saporita, riprendemmo la navigazione, seguendo la linea della costa. E dopo un paio di settimane fummo in vista della Terra del Fuoco. Ce ne accorgemmo subito perché da più punti dell’entroterra si alzavano colonne di fumo. Lasciatoci alle spalle Capo San Diego ci infilammo nello stretto di Le Maire. Chi conosce la Terra del Fuoco sa che è in gran parte montuosa e semisommersa dall’acqua salata, con rara vegetazione e possenti ghiacciai. Verso sera gettammo l’ancora nella Baia del Buon Successo. Calammo la scialuppa e vi salimmo a bordo in dieci iniziando a remare. Presto scorgemmo un gruppo di fuegini appollaiati su un dirupo che precipitava nel mare. Erano una dozzina. A un tratto cominciarono a sbracciarsi e a lanciare al nostro indirizzo grida spaventose. Quando la scialuppa fu a tiro di voce mossero verso di noi sbraitando a più non posso per indicarci il punto di approdo migliore. Non appena fummo sbarcati si avvicinarono cauti, senza mai smettere di parlare tra loro e gesticolare. Con noi erano anche i due patagoni che avevamo a bordo. Il primo, di nome York Minster, era un bassetto taciturno e collerico. Si era unito a noi durante la sosta a San Julian. Quello che si faceva chiamare Jemmy Button invece era stato acquistato sei anni prima dal capitano FitzRoy per un bottone di madreperla. FitzRoy lo aveva condotto con sé in Inghilterra per educarlo alla religione e alle nostre usanze. Tra gli scopi del nostro viaggio vi era quello di ricondurlo nella sua terra di origine. Jemmy risultava simpatico a tutti ma anche lui era quanto mai iracondo. Nonostante fosse basso e grassoccio, era incredibilmente vanitoso. Indossava guanti bianchi, si preoccupava che i capelli fossero sempre ben rasati e si disperava quando le sue scarpe si impolveravano. Passava molto tempo a guardarsi allo specchio. La sua vista era acutissima, molto più della nostra. E quando era arrabbiato con l’ufficiale di guardia si divertiva a provocarlo: “Io vedo nave che viene verso di noi, ma non dico dove”. Sebbene parlasse e capisse l’inglese, era difficile ottenere da lui risposte sensate.

Dopo aver scambiato qualche parola con loro, Jemmy ci spiegò che appartenevano a una tribù affine alla sua. Il più anziano era il capo, mentre gli altri erano tutti giovani di corporatura robusta, sopra il metro e ottanta. Erano avvolti in mantelli di pelliccia di guanaco, buttati sulle spalle, e nient’altro. Sembravano molto fieri della loro statura e facevano di tutto perché la si notasse, venendoci accanto e sollevandosi sulle punte dei piedi. Il vecchio aveva il capo cinto da una sottile fascia adorna di penne bianche. Il viso era solcato da due strisce colorate: una rossa e l’altra bianca. I giovani invece avevano il volto pitturato di nero. Offrimmo loro dei doni, tra cui delle sciarpe vermiglie che avvolsero intorno al collo con diffidenza. Ma in breve la tensione si allentò. Il capo ci manifestò la sua amicizia abbandonandosi a risatine ebeti, colpendoci ripetutamente sul petto col pugno e pretendendo che facessimo lo stesso con lui.

Gianluca Barbera

Il resto del racconto lo leggete su Linkiesta, qui.