“Nella mia notte interminabile”: il romanzo sulla vita di Emily Dickinson, l’angelo del quotidiano

Posted on settembre 09, 2018, 7:53 am
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L’eccentrico, estasiante Luca Merdone, dietro a cui si nasconde un ardito lettore, mi ha fatto conoscere Christian Bobin un tot di anni fa. Fui rincuorato da questo scroscio di farfalle sotto la camicia. Felicemente tradotto in Italia da una miriade di piccoli, delicati editori (provo a non dimenticarli tutti: Gribaudi, Servitium, Quiqajon, San Paolo, AnimaMundi, Camelozampa…), nel 2007, per Gallimard, pubblica il delizioso “La dame blanche”, in omaggio a Emily Dickinson. Abbiamo eletto questo fascicolo, dedicato al poeta irraggiungibile, come nostro, condiviso ‘libro dell’estate’. Dopo i primi assaggi (qui e qui) ecco altre pagine, tradotte da Anna Maria Biondi.

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BobinAllo stato attuale delle cose, nel quale più nessuno sente niente, compare, accanto alla notizia sul giornale, un odore di vinaccia e di cane bagnato in cui suo padre ha vissuto e viene interrato.

Dove i corni d’oro di caprifoglio, le rose stupite di calore e stipate davanti Evergreen, e la fortuna indiscussa dei Dickinson, emanano un odore più meritevole, Susan lavora per ampliare il suo mondo. Gli invitati – uomini di legge, politici, scrittori, in giro per conferenze – si accalcano come calabroni sotto la lanterna dell’ingresso, prigionieri degli occhi neri della padrona di casa, soggiogati dalla sua durezza, dai suoi scialli indiani rossi e dai braccialetti d’argento tintinnanti ai suoi polsi. Dalla sua camera, di cui una finestra è rivolta su Evergreen, Emily guarda i grandi salire i gradini di granito.

Gli scrittori che l’epoca acclama – come Emerson, pensatore reputato all’invisibile, che ha appena trascorso una notte presso Austin e Susan – ignorano che essi stanno sbagliano porta e che il più grande poeta del secolo è proprio là, nella casa vicina, dietro una tenda di pizzo tremolante.

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Quando l’eccesso di vanità sale alle labbra di sua cognata, Emily rimette tutto di colpo su di una lettera, con, sopra la gota di carta, uno sfregio improvviso: “i tuoi ricchi mi insegnano la povertà, Susie”.

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Susan insegna ad Emily la soprannaturale insufficienza di ogni amore.

In risposta Emily riporta a Susan la pienezza che dà alla vita il fatto di pensarla e di scriverla. Le mostra i suoi poemi. Uno di questi, evocando i morti nella sala d’attesa della resurrezione – la loro “camera di alabastro” – viene riscritto dopo la critica di Susan. Costei è menzionata nei poemi, Cleopatra, Golia, Vesuvio, Eternità e, in tre poemi erotici, Bambola. Il genio di Susan è di lasciare giungere a sé migliaia di nomi d’amore senza scacciarne uno solo e senza nemmeno veramente rispondere. In questa assenza di eco l’anima di Emily si galvanizza, come un bimbo che, dalla sua camera nera, chiami invano sua madre e finisca per ottenebrarsi con le sue proprie lacrime.

Nel giugno 1852 Emily scrive a Susan, che soggiornava al tempo a Baltimora, una lettera nella quale inserisce delle violette. Il portalettere è il padre di Emily che passa per Baltimora per recarsi all’assemblea del suo partito. Edward immagina di trasmettere una lettera da ragazze, qualcosa di vaporoso e d’inutilmente sofisticato. Il suo puritanesimo lo acceca.

Fra le mani di un maestro di Amherst, qualche foglietto d’oro bruciante, con, sulla busta che lo protegge, queste parole scritte a matita da Emily: “aprimi molto dolcemente”.

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Tre bambini nascono a Susan, suo malgrado. Il primo, Ned, è epilettico, come se il tremolio di spavento di fronte alla povertà, che la madre aveva sotterrato in fondo alla sua anima, fosse tornato e scuotere la carne del figlio. Austin dà a un cavallo della sua scuderia lo stesso nome del fanciullo: il baio chiaro e flessuoso lo compensa della tristezza di avere generato un bambino tremolante come le foglie secche in cima ai rami in autunno. Questa nascita provoca un primo allontanamento di Emily, appena percettibile – il vapore di un respiro su uno specchio. Le sue lettere continuano a battere le ali davanti alla finestra di Susan – miliardi di parole dotate di una vita imperiosa, imploranti e orgogliose.

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Ogni viaggio di Susan trasmette la febbre alle frasi di Emily. “La prossima volta io ti serberò in una bara, ti interrerò in giardino e domanderò ad un uccello di sorvegliarne l’angolo”.

Certo, questo non servirà a nulla: nessun luogo resta immobile, neppure quello che noi incateniamo coi morti.

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L’amore fra le due donne irresistibilmente si fessura ma il vaso d’oro, anche se sbrecciato, raccoglie l’acqua di una parola limpida.

Apprendendo che un pomeriggio Susan è passata nella sua casa senza chiamarla, Emily esclama: “Io sarei uscita dal paradiso per aprirti, se avessi saputo che tu eri là”.

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Amherst cova i suoi tremila abitanti su di una piana che intrattabili foreste di abeti vegliano: un deserto per Susan che non ama far altro che fuggire a New York per acquistare vestiti neri con lustrini, alla moda intorno al 1860.

In un poema Emily distingue due razze di vincitori. Ci sono quelli che acclamati gioiscono di vestiti scintillanti, di concerti operistici e di viaggi euforizzanti, e coloro che trionfano lasciandosi battere: restano a casa, fieramente vestiti di neve. Nelle grandi città attorno ad Amherst, fioriscono e appassiscono nella stessa serata dei spettacoli di pianoforte o di canto. Ad Emily, proprio come a suo padre, non piacciono queste serate. L’aspetto più stupefacente dello spettacolo sono gli stessi spettatori. Non succede mai nulla ad Amherst e questo nulla è vita allo stato puro. Fra Susan che cerca l’ammirazione mondana ed Emily che cerca il suo nutrimento nel cielo, la distanza aumenta, il freddo cade. Il gelo fa scoppiare il vaso d’oro. Emily ne raccoglie i pezzi dentro il cuore ma non entra più nella casa vicina per sedici anni.

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Amherst, di cui Emily ha fatto la sua città santa, è descritta anche da Susan: “Un luogo desolante, senza speranza, adatto a dare ad un angelo il male del suo paese. Le lugubri vibrazioni della campana della chiesa risuonano ancora nelle mie fantasie d’inverno”. Il tono è amaro. Colei che parla è attempata, è alla fine della rappresentazione, la maggior parte degli attori hanno lasciato la scena e, nelle poltrone di prima fila, non restano che morti stupefatti.

Austin – soprannominato «il gallo» in gioventù – l’ha da anni tradita con una donna più gioiosa di lei. Dei loro tre figli la morte ha afferrato il più tenero. Amherst restituisce a Susan il suo disprezzo e dà una reputazione di ubriacona e di civetta a colei che Emily, malgrado il loro allontanamento, non aveva mai smesso di giudicare “timida e senza macchia”.

Poi la morte cattura Susan e la addormenta nel suo erbario.

Gli anni passano sui nomi di queste persone, cancellando i contorni delle contestazioni, facendo brillare le devozioni.

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La tomba di Emily, da poco ricoperta, diviene un campo di battaglia. Passato l’infalsificabile stupore del dolore, la famiglia legge i poemi, penna alla mano. Il poema «avevo una sorella in casa e un’altra dall’altra parte dell’aia», dedicato a Susan, è radiato da Vinnie, e la dedica cancellata. Un altro, evocante il petto di Susan sul quale Emily sogna di piangere, è attribuito all’insospettabile moglie di un pastore. Ma la voce di Emily, invincibile per la propria purezza, fa uscire la sua amica dagli inferni: nel vialetto di ghiaia bordato di altee, fra le due case dei Dickinson, traversando le censure e la morte, appare una Susan trasfigurata, che si sfrega le mani l’una contro l’altra per fare scomparire una macchia di vino visibile solo a lei stessa.

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“Dovessi errare nella mia notte interminabile, io mormorerò ancora: Sue”.

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Un canto si eleva, che i poemi lasciano filtrare. Cerca di dire il più puro ed il più vero. I libri mantengono il canto vivente dopo la morte della poetessa, ma la poesia non si deposita solo nei libri. A volte passa senza fare rumore, come l’angelo del quotidiano che non vede nulla. Il pane di spezie per i bambini e i guanciali rimessi sotto la testa divagante della madre erano più puri e più veri di tutto.

Christian Bobin