Nel Paese della madamine e dei blanditori di bava da vendetta sociale: per capire la politica stretta tra like e piazza telecomandata bisogna tornare al “Mea culpa” di Céline

Posted on Novembre 19, 2018, 10:13 am
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Anni fa lessi il libro-intervista di Renato Curcio con Mario Scialoja, A viso aperto. Lettura interessante, per carità. ancorché fuori dal tempo, quasi lunare. Ma di un intero libro, una sola frase mi è rimasta impressa, stampata nella testa ancora oggi. Un mantra. Questa, originalmente presente nell’intervista pubblicata dallo stesso autore su L’Espresso del 5 gennaio 1975, sotto il titolo di E noi lottiamo per la rottura storica: “La classe operaia non va mitizzata. Il giudizio del proletario condizionato, la cui coscienza è manipolata ed espropriata, non deve fare testo. È un proletario telediretto”. Ci ho ripensato, in questi giorni di plebiscitarismo dilagante. Ovunque. A qualsiasi latitudine, politica e geografica. Morale e umana. Governanti come descamisados nelle piazze a baciare bambini e promettere i loro ‘mai più’, battendo pugni sul petto o sui balconi a festeggiare decreti legge, onanistico ossimoro di chi scambia la rivoluzione con il ricatto del consenso carpito in punta di circonvenzione. Ma anche annoiate casalinghe alto-borghesi, stanche del volontariato in ospedale, fascia al braccio e sguardo languido al bel primario, ché la vita ti ha dato tanto, tutto e il minimo sindacale per garantirsi e preservare il paradiso in Terra dagli scherzi socialisteggianti del destino è regalare contro voglia agli altri sorrisi forzati a buchi di culo e un po’ di pietà formale e calata dall’alto con malcelata e azzurrina alterigia. Come militari al fronte alla prima visita in un bordello, decidono per il brivido dell’impegno politico. Su Facebook, l’agora malata del nuovo millennio, la condivisione senza scambio di germi, né sguardi, né calore. Il sogno di Bentham divenuto realtà nell’occhio di una cam, il miraggio distopico dell’uguaglianza raggiunta senza lotta ma nella corsa al ribasso verso gli abissi del nulla umano, morale e culturale. Come botti lanciati giù da una collina, come pesi morti, come àncore gettate a mare per noia, come suicidi svogliati che si rimirano precipitare nei vetri lindi di svettanti grattacieli. Quando si cade, lo si fa in base all’altezza di partenza e al peso, non al censo. E ci si spiaccica al suolo con uguale epilogo, anche il sangue è dello stesso rosso, nonostante l’impostura del blu che ci inganna da quel dì. Ecco la corsa rivoluzionaria del nuovo Sol dell’Avvenire, la lotta di classe a colpi di like come alternativa virtuale a un impossibile ascensore sociale: ecco l’operaio, lo studente, il tamarro, il disoccupato, la casalinga, l’hipster, il notaio. Tutti insieme, uno ben discostato dall’altro, per gridare ‘Sì Tav’, quasi il nome di un diuretico. O di un lassativo sociale. Poi, ognun per sé e Instagram per tutti. Il presidente Mattarella, rifiutandosi di incontrare le madamin torinesi, ha compiuto l’atto più rivoluzionario, eversivo e di rottura che questo Paese ricordi: ha imposto l’equidistanza oligarchica, istituzionale e formale del potere. Semplicemente sublime, nella sua feroce imposizione di superiorità. Perché fatto in punta di Costituzione e – udite udite – di esigenza a essa devota di equidistanza, roba che Stirner si mangia le mani. Quindi, che fare? Tutti giù per terra!  O in piazza. La piazza! Luogo metafisico e chiesa laica del plebiscitarismo. ‘Lo chiede la piazza’, ‘lo chiede il popolo’: ci hanno costruito una retorica e una narrativa di governo, ci hanno impostato una linea di condotta. Già, La linea di condotta. Quella scritta da Bertolt Brecht e contenuta nei Drammi didattici era uno dei testi di riferimento dei membri della RAF tedesca, un pozzo di intransigenza rivoluzionaria da cui attingere acqua fresca di male, quando la sete di umano e il rigurgito singhiozzante, quasi infantile, di emozione prevaricava il senso di giustizia imboccato lungo la scorciatoia del piombo. Persino Andreas Baader, ben nascosto, probabilmente aveva un cuore. Quella di oggi, è altra cosa. Non è la spietata e fredda logica rivoluzionaria della causa come bene superiore, al cui conseguimento finale tutto può e deve essere sacrificato. Anche la vita, tanto più quella di un compagno ritenuta non più degna, perché persuasi lungo il viottolo del dubbio che si è voluto imboccare per raggiungere, con i propri tempi e le tappe intermedie, la grande strada dell’Ideale (ed è quantomeno ironico che sia stato Bertolt Brecht a delinearne i tratti, il Bertolt Brecht del Denn wo der Glaube tausend Jahre gesessen hat, eben da sitzt jetzt der Zweifel). Oggi è solo un alibi, una coperta di Linus che declina in tempo e modo masturbatorio quello che è esercizio di stile egualitarista, perversione da copula contro natura di un universalismo da suffragio che diventa incoronazione di Corte e intercessione divina su letto di democrazia rappresentativa, rucola ornamentale e scondita nel piatto freddo e fintamente prelibato di una cena imbandita dal rancore di popolo e per questo dal vago sapore messianico e di ghigliottina, più che democratico. Altro cortocircuito. Forse, più che Brecht, tocca scomodare proprio Céline, quello cattivo e spietato di Mea culpa, quello dell’invettiva contro l’URSS delle speranze tradite in nuce che era in realtà invettiva contro l’uomo e la sua decadenza ormai ineluttabile. Quello che ci narra come “a Leningrando, intorno agli alberghi, se siete turisti, fanno a gara a chi vi ricompra dalla testa ai piedi, dalla canottiera alla coppola. L’individualismo innato la fa da padrone, nonostante tutto, mina tutto, corrompe tutto. Un egoismo rabbioso, livoroso, brontolone, invincibile, già imbeve, penetra, corrompe quell’atroce miseria, ci sgocciola dentro, la rende più fetida ancora. Individualismi affastellati, mica fusi, mai”. Ecco la piazza, descritta intingendo il pennino del Re nel calamaio ricolmo di merda del Diavolo. D’altro canto, Arthur Schnitzler, ne Il libro dei motti e delle riflessioni, ci metteva in guardia: “Guardati dalle persone modeste: non immagini con quale commosso orgoglio coltivano le loro debolezze”.

E la debolezza è giunta al potere, insomma. Il quale, sedotto il suo popolo, necessita di nemici che ne giustifichino l’esistenza e ne certifichino l’ontologica natura di espiatoria inferiorità più che di cantori che ne tessano le lodi, servono i Catone e non i Majakovskij per legittimarsi, serve odio qualificante e malcelata ipertrofia dell’ego oppositore, serve il nemico da additare e con cui fare, segretamente, sponda, come gli ubriachi di Shaw necessitano dei lampioni per sorreggersi e non illuminarsi. Serve ciò che Céline, sempre in Mea culpa, descriveva così: “Bisogna essere un intellettuale tutto preso dall’arte, impacchettato da secoli, imboscato, ovattato nei fogli più belli del mondo, chiccolino d’uva fragile e maturo al sole dei pergolati burocratici, frutto delicato dell’imposizione fiscale, delirante d’Irrealtà, per dar vita, non c’è da sbagliarsi, a questa solfa fenomenale!”. Servono perché la recita in atto possa andare in scena, con reciproca soddisfazione di entrambe le parti. Servono i blanditori di bava da vendetta sociale a questo mondo, così come i professionisti della sedazione morale, gli anestesisti dell’essere che declinano il bene e il bello in moderato e soffice, tramutando – per osmosi di un’aria irrespirabile per eccesso di ossigeno da pace sociale, che è in realtà resa a un destino in cerca di facili prigionieri – la puntuta penna di Guareschi in canzone di Baglioni, l’Italia che fu nell’Italia che sarebbe bello fosse, la vita che alberga in ogni malanno ma lo sconfigge in verbosamente buonista programma di un governo universalista e senza partiti da postura sociale di rincalzo, buona per ogni intemperie. La piazza non ha sempre ragione, la piazza non va mitizzata. Perché la piazza contiene molti, troppi agenti in incognito a operare da silenzioso e invisibile raccordo di una ragnatela che trasuda ipocrisia, parquet che profumano di cera appena passata e ciabatte ai bordi del letto. Meglio la merda di Céline, almeno – pur non facendone un vanto, né motivo d’orgoglio – è l’unica cosa che ci accomuna davvero. E che emana effluvi che corrispondono alla sua natura, senza inganni. Né bisogno di piazze trasudanti cartelloni che ne inneggino alla taumaturgica, egualitaria e discontinua alterità.

Mauro Bottarelli