Nel delirio contemporaneo Nek (che andava di moda vent’anni fa) cita Borges… Rincuoratevi leggendo la lettera in cui Stevenson scrive che Melville “è un gran figo”

Posted on Febbraio 08, 2019, 12:18 pm
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Mi disgusta la contemporaneità, mi sciocca la fama. Mi annoia questa pletora di italiani tutti allineati con la stessa psicologia da barbiere, anzi proprio da cantanti d’opera. Così ci conoscono nel mondo, ce lo meritiamo.

Cosa ha detto Bisio? Come ha presentato Nek? E chi sarebbe Borges? Mah! Sta a vedere che il computer dice qualcosa. Ho i brividi a immaginarmi al posto di un adolescente X che prende lo smartphone e scrive BORGES e legge che c’è questa poesia sull’amore DEL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA e, che bello! ha ispirato Nek. Che palle. Nek andava di moda vent’anni fa quando andavo all’asilo, piaceva alla maestra che si chiamava Laura e… forse allora la contemporaneità faceva schifo anche nel 1999?

Certo che è così. Però allora c’erano meno mezzi di distrazione di massa. Se volevi leggere un cavolo di libro di poesia poche scuse, prendevi Borges e zitto a imparare, magari tiravi fuori la voce a calci e unghiate leggendo il testo del poeta in spagnolo. Come avviene ancora oggi in paesi puri e che il capitale sta cannibalizzando – Cuba ad esempio, dove le ragazze in età scolare, se glielo chiedi, dicono candide di essere gelose della Kodama… Perché era lei che ebbe in dono il privilegio di vedere stampato A MARIA all’inizio di poesie strepitose del suddetto Borges.

Ma passi. Il dilemma dell’italiano all’estero è semmai – quando percepisce che il rito è compiuto, anche quest’anno la gioventù è scannata sull’altare gerontocratico di Sanremo – possibile che si dia questa importanza a cantanti che strimpellano sulle armonie del dio diventato uomo in forma di bibliotecario, sulle parole di Borges? E non saprei dopo quanti anni che la sua poesia sull’amore è stata concepita. Va bene che così si diffonde cultura, ma siamo veramente sicuri che non ci siano altri modi per farlo?

Ad esempio. Vent’anni fa esce questo film. Notting Hill. Un po’ tirato per i capelli, forse colloquiale ma l’idea che esprime è orgogliosa – la faccenda della fama non è una cosa seria. Non vale una pippa, dice la bellina Julia Roberts all’anonimo di cui si è presa innamorata. Lei è ricca e importante eppure lo sa che la fama non conta nulla. Altro che acchiappare le nuvole con Sanremo.

Impariamo dal vecchio impero inglese. Andate a Notting Hill, oggi. Il set di quel film lo trovate subito. Portone blu: casa di lui. E la sua libreria volante oggi? occupata da asiatici che vendono cartoline. La fama. E gli inglesi saggiamente non vi hanno posto un solo cartellino. Noi in Italia mi raccomando, stiamo a sbracciarci per due cantanti usurati e bellocci, a ricoprirli di piume e alloro come nel basso Impero.

Perciò subito a Notting Hill. Passeggiando vi troverete un medaglione blu con scritto in bianco latte: QUI VISSE GEORGE ORWELL. Ad Albione saranno stronzi e perfidi ma sanno bene cosa dura di più: il fiato corto dei divi in tournée o le glorie patrie? A voi.

Andrea Bianchi 

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Robert Louis Stevenson a Charles Baxter

7 di mattina, settembre 1888. Con una penna orribile. Sulla nave Casco al largo di Pamotus, isole Marchesi

Mio caro Charles, la notte passata ero sopra coperta nel mio lenzuolo ed è successa una cosa comica. Nulla di visibile tranne le stelle a sud, e la vedetta lì su in alto col lampioncino; tutti a guardare avanti e lontano per un’alba e un approdo deplorevole, pregando Dio di scorgere un ciuffo di palme che indicassero il pericoloso arcipelago; notte dolce come il latte; e tutto all’improvviso, una visione di… la nostra vecchia Drummond Street a Edimburgo. Venuta come un flash. Sono semplicemente tornato indietro nel passato. E quando mi sono ricordato tutto quel che speravo e mi spaventava affacciandomi dal nostro pub, da Rutherford sotto la pioggia e col vento da est; come avevo paura di naufragare prima o poi eppure timidamente speravo di no; come avevo paura di non trovare mai un amico e figurarsi se trovavo una moglie, eppure passionatamente speravo di riuscirci; e poi speravo (se non ero ubriaco) di poter scrivere magari un bel libro piccolo… e poi, ora – che cambiamento! Sento come di dover porre un segnale di questo incidente, un piatto di ottone all’incrocio di quella nostra via, sì che gli studenti, poveri diavoli, lo vedano quando hanno i cuori abbattuti. E sentivo di doverti scrivere una parola. Scusa se è poco: quando sono in mare, mi dà giramenti di testa; quando sono in porto il diario piange come un profeta ebreo. Farò un bel libro di viaggio, lo sento; ti dirò di più dei mari del Sud dopo pochi mesi, altro che gli scrittori coi loro tempi – tranne forse Herman Melville che è un gran figo. Buona fortuna a te, Dio ti benedica. Il tuo amico affezionato

R.L.S.