Nei giorni del “Royal Wedding” sono andato a Londra a vedere “Mamma mia”. Metateatro british con minigonne su gambe strabordanti

Posted on Maggio 22, 2018, 9:10 am
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Non me ne voglia lo scrittore Hermann Broch (ma non corro pericolo: è morto nel 1951 e anche se fosse in vita non leggerebbe Alessandro Carli e non sarebbe in grado di rispondermi visto che avrebbe oggi qualcosa tipo 132 anni): il kitsch non è “il male assoluto” ma qualcosa di bello, fruibile e contagioso.

C’è ovviamente kitsch e kitsch (Milan Kundera ci ha scritto un libro quasi intero, L’insostenibile leggerezza dell’essere, la “Bibbia” che giustifica e in parte valorizza il tradimento di coppia) ma a Londra, nei giorni del “Royal Wedding” tra il fascinoso e anarchico Harry e quella topona di Meghan il 19 maggio 2018, ogni “ingleseria” è ampiamente giustificata, soprattutto se proviene dalla Svezia.

Mamma miaGli inglesi la sanno lunga e sono come Re Mida: quello che toccano lo fanno diventare oro. Così, sulla coda dell’enorme successo del film “Mamma mia” – quello con Meryl Streep – hanno messo in cantiere la versione musical. Novello Theatre stracolmo, in parte perché gli Abba hanno annunciato la reunion, in parte perché se vai a Londra e non vai a teatro non puoi dire di essere stato a Londra. Con una nota: gli spettacoli iniziano alle 19.30 e non alle 21, come pigramente si fa in Italia.

I teatri della City sono la fotografia del popolo che vive o che visita il Regno (ancora Abba_stanza) Unito: un melting pot di stili, facce, odori, lingue. L’unico fil rouge che unisce il pubblico è quello che hanno in mano: un bicchiere di vino bianco o una birra. In Inghilterra uno dei tanti “must have” è l’alcol che ti devi portare (e bere) durante lo spettacolo. E se lo finisci, rimpingui.

La trama è quella del film, ovviamente: siamo in Grecia e Sophie, bella 20enne, deve sposare l’amato Sky. La ragazza non ha mai conosciuto il papà e poco prima di salire all’altare trova un diario della madre (Donna). Nove mesi prima che nascesse, Donna frequentava tre uomini quindi si mette in contatto e li invita al matrimonio. E loro, ovviamente, accettano.
La scenografia semplice ed essenziale – sul palco girevole vengono spostati “a batter d’occhio” due muri bianchi che ricreano un “interno” e un “esterno” – è complementare all’azione e alla scaletta dei brani, fruibili anche per chi non parla o non capisce l’inglese. E che pezzi: “Honey, honey”, “Mamma mia”, “Dancing queen” (forse l’esecuzione più bella),”S.O.S.”, “Knowing me, knowing you”, “The winner takes it all”, con il pubblico che scandisce con gli applausi le canzoni e che ai bis abba_ndona la poltrona per alzarsi in piedi e ballare.

Uno spettacolo integrale, una versione british del metateatro. Ottimo quello che si vede e si ascolta – artisti preparatissimi e capaci – altrettanto “saporita” la varietà umana in platea: dal padre in smoking con la figlia piccola ed elegantissima al gruppo di amici che dopo aver fatto shopping nelle vie del centro va a teatro con felpa, jeans, tuta da ginnastica, minigonne su gambe strabordanti, pance in evidenza anche tra le giovanissime, tette in bella vista, sacchetti e regali al seguito.

Io, nel dubbio, li avevo lasciato in hotel: è più comodo applaudire a mani libere.

Alessandro Carli