Il fascino dei Neanderthal: cacciavano il mammut, seppellivano i morti, avevano una vita spirituale

Posted on Settembre 23, 2020, 12:00 pm
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Quando studiavo antropologia all’inizio degli anni Ottanta, i Neanderthal erano sostanzialmente dei bruti con le sopracciglia spesse che grugnivano in caverne fumose e si muovevano a larghi passi nella tundra. La loro scomparsa, che a dire dei fossili risale a circa 40mila anni fa, fu il risultato di una competizione – e di un lieve incrocio – con i nostri antenati. La storia, di fatto, non era molto diversa dalle generalizzazioni gerarchiche risalenti a quando furono scoperte le prime ossa di questi ominidi, sulle sponde del Neander, in Germania, nel 1856. I Neanderthal si sono estinti in favore di una creatura del tutto più intelligente, l’Homo sapiens.

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Da allora i Neanderthal hanno fatto molta strada. Negli ultimi decenni si sono trovati più reperti, ossa, strumenti in pietra, scheletri. Il relativismo ha sostituito, nell’interpretazione, il gergo gerarchico. Il progresso più sorprendente, comunque, è stato fornito dai metodi analitici. La genetica, gli studi in 3D, l’uso del carbonio 14, gli isotopi dello stronzio hanno contribuito a rivelare i dettagli della fisionomia, l’attività (come si sedevano, cosa indossavano), la struttura sociale di questi ominidi. Coinvolta in questi studi, Rebecca Wragg Sykes li ha distillati in Kindred: Neanderthal Life, Love, Death and Art, un resoconto raffinato, compiuto, leggibile. Quello che ora sappiamo dei Neanderthal è questo. Erano concentrati nell’Eurasia occidentale, con siti isolati in Siberia e gruppi nel sud della Francia e in Spagna. Il loro cervello era leggermente più grande del nostro (benché con una corteccia frontale e un cervelletto più piccoli). Anche i loro occhi e le narici erano più grandi e implicitamente più efficaci. Nel corso dei loro 350mila anni di esistenza (dieci volte più della nostra specie) hanno sperimentato grandi mutamenti climatici e improvvisi shock ecologici. In diversi periodi, hanno cacciato elefanti e mammut, cavalli giganti, rinoceronti, delfini, e si sono cibati di noci, semi, legumi.

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La violenza tra loro era rara, ma frequenti le lesioni accidentali. Costruivano ripari con legno e pietra, dormivano su stuoie, usavano pigmenti colorati per decorare le conchiglie. Sapevano trattare le pelli degli animali con il tannino della quercia. Bruciavano ossa, legno, carbone. Erano straordinariamente capaci nel lavorare la pietra. I Neanderthal possedevano un linguaggio, erano capaci di pianificazioni collettive (accendere fuochi nel bosco per guidare lo spostamento delle prede verso di loro, ad esempio). Probabilmente seppellivano i loro morti, con un adatto rituale; probabilmente sorridevano, amavano, provavano dolore. Hanno segnalato alcuni siti, luoghi di memoria, forse, o legati a certe liturgie comuni. Non è ancora chiaro come siano scomparsi, ma una parte di loro, il 2-3%, sopravvive nel nostro genoma.

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Trecento metri di grotta nell’Aveyron, in Francia: un monumento enigmatico. “Un luogo che va oltre l’unicità, che lascia stupefatti”, dice la Wragg Sykes. La datazione radiometrica del 2013 colloca la costruzione di quel sito a 174mila anni fa, ben prima della presenza dell’Homo sapiens. Due tonnellate di stalagmiti – oltre 400 pezzi, separati – sono state modellate e disposte in due cerchi. In alcuni punti le pietre sono state rovesciate, ridotte a dischi su cui venivano accesi dei fuochi. Non si riconosce alcuna ragione funzionale al sito, troppo profondo per essere una semplice abitazione. È sconcertante per la speculazione avvicinarsi a questi cerchi di pietra del tardo neolitico. Tocchiamo la natura intima e senziente dei Neanderthal.

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Lungo la strada dell’evoluzione umana – di cui siamo l’ultimo esito – giacciono i relitti di numerose sottospecie. Più di una dozzina sono state scoperte di recente, come l’Homo antecessor, l’Homo naledi e il piccolo Homo floresiensis. Nessuno di questi ha però il fascino dei Neanderthal: sono i nostri parenti più stretti e conservano il profondo fascino dei primogenitori perduti. Esiste un interesse quasi ossessivo verso i Neanderthal: ricercatori s’impegnano a scoprire denti per capire con maggior precisione come erano fatti questi ominidi, costruiscono un robot con un cervello Neanderthal. Questa è una scienza senza obiettivi utilitaristici, che non si premura di curare una malattia né di farci fare un ‘salto tecnologico’. Dice molto della nostra specie. È curiosità. Pura e semplice. Nuda, meravigliosa, folle.

Philip Marsden

*L’articolo è pubblicato in forma originaria su “Spectator” come “Is it possible that Neanderthals had a spiritual life?”