“Nessuno ha il diritto di ridurre la vita agli studi, di allontanare i motivi di fervore spirituale”. Natalino Sapegno, l’uomo che ha forgiato la scuola italiana. Le sue lettere sono straordinarie

Posted on Agosto 05, 2020, 11:29 am
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Ci sono libri che accompagnano nei giorni di incertezza. Sono quelli che teniamo più cari a distanza di anni. Possono essere eventualmente libri nati da parole scambiate: scambiate non già tra quell’incontro di due solitudini, lettore e scrittore, che di per sé è la lettura. Possono essere libri di parole: libri fatti di lettere, di messaggistica – se vogliamo – superficiale, torrida e sentimentale come può essere solo la messaggistica. Eppure…

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Gli epistolari hanno il loro fascino. Quello di Petrarca e quello di Goethe, così superbi, o quello di Proust così diffuso. Ma qui siamo a un passo dalla letteratura. Quando penso ai libri di lettere più banali ed episodici, dove il colpo d’ala si accompagna alla notizia della passeggiata, della primavera fiorita e del nuovo mal di testa, ho in mente altro. Sono quei libri dove la lettera può essere anche solo una cartolina. Ma quanto rivelatrice!

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Mi piacevano molto, risfogliarli ora per farne dono al lettore è piacere immenso.

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Soprattutto perché dietro ogni composto Professore, scoprii a fine università, si celava un artista mancato, un artista pregiato. Un uomo di sentimenti. Quando per esempio volevo studiare e capire la trasformazione dell’italiano che si fece comunista per andare in cattedra mi imbattei in Natalino Sapegno. In sintesi: valdostano poi professore di liceo a Ferrara negli anni Trenta, poi dopo la guerra superprofessore di letteratura all’università di Roma. I manuali dei vari Petronio e Salinari sbocciano da qui. Il resto è storia dell’altro ieri.

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L’impatto di Sapegno sul modo di insegnare letteratura nei licei si potrebbe pesare col bilancino, tanto è stato costante. Per dire: se nella maggior parte dei manuali avete 20 pagine su Verga e 18 su Manzoni, ebbene il ‘responsabile’ è Sapegno…

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Sapegno si può dire abbia plasmato la scuola italiana sino a ieri allo stesso modo e anche più di quel che Gramsci non abbia fatto per gli strati dei ceti accademici.

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Però. C’è un però. Dietro la sobria facciata del letterato di sinistra, Sapegno aveva un cuore d’oro. Per questo andai a leggermi le sue lettere pubbliche con Aragno: Le più forti amicizie.

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Ecco, tanto per dire cosa, gli scriveva quell’enfant prodige e per nulla viziato che era Gobetti:

Io disapprovo e non riesco ad amare quelli che mi parlano con leggerezza e intonazione di superiorità di queste cose letterarie, che si sono costruito il loro piccolo mondo letterario e non vivono che d’immagini estetiche o di propositi di gretto lavoro intellettuale. Disapprovo e odio, anche se cerco di dominare il mio sentimento, quelli che mi dicono: voglio fare i miei studi tranquillo… nessuno ha il diritto di ridurre la vita agli studi, di allontanare i motivi di fervore spirituale per raccogliersi in una negazione egoistica… in te il tormento è vivo oggi più che mai e perciò la tua deliberazione non ne può prescindere. Ti conforto a non dubitare. Io non posso giudicarti: troppi elementi mi sfuggono. Ma neanche voglio giudicarti ora: accetto perché sento sincerità. Sono sicuro che il tuo proposito si compierà: ho fiducia nel tuo rinnovamento, chiaro e forte, perché lungamente maturato. (Torino 2 ottobre 1920)

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La coscienza della vita insieme allo sviluppo della vita, sembra di leggere. L’autocritica mai fine a se stessa.

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Da una lettera di Sapegno all’amico pittore Carlo Levi (Aosta 13 agosto 1920).

I giorni perduti non sono stati certo perduti realmente e non sono che una reale preparazione alla redenzione laboriosa a cui ti avvii: se ora ti appaiono vuoti e inutili – ora che ti trovi verso di loro in un atteggiamento di opposizione e di ripugnanza – forse un giorno quando avrai superato anche questo nuovo momento, ti appariranno utili e ricchi di lavoro. In ogni istante quando contempliamo la nostra opera passata essa ci appare inutile e sciocca, anzi ridicola: tutto ciò che abbiamo superato ci spinge al riso. Ma quanta tristezza è nel nostro riso, nel riso di Cervantes sulle consuetudini passate e finite.

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Ecco, direi che per entrare di traverso in quel guazzabuglio che è il cuore umano una lettura a volo d’aquila dei grandi carteggi, sfogliando le pagine come fossero il quotidiano della nostra realtà, può portare in alto, può portare lontano, da un giardino chiuso popolato da guardiani e censori a un arenile popolato da gladiatori. Per dirla in termini letterari: dal giardino di Mansfield Park al mare, ai suoi orizzonti confusi. Con un gladiatore postumo che fa cenno da lontano… (Andrea Bianchi)

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Dalla lettera di Natalino Sapegno a Mario Fubini

Torino 5 giugno 1922

... mi pare anche adesso, mentre forse in atto non è così, che tutta la nostra vita sia uno sforzo perpetuo di dimenticarsi di quel mistero che la inizia e la chiude, e tutta la comprende, mistero che coincidendo con la vita stessa è affatto incapace di qualsiasi soluzione: uno sforzo siffatto mi pare talora meritorio e sublime, sebbene tristissimo, talora vile, infecondo, frutto di profondissima disperazione.

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Dalla risposta di Mario Fubini

Firenze 6 giugno

… per entrare in un campo più personale, riconosco nelle tue espressioni sentimenti, quante altre volte! da me provati. L’animo ha bisogno di gioia, di sentimenti vivi, come diceva Leopardi: aborre ogni sembianza di inerzia. E quando questi sentimenti mancano se li foggia e se non può godere del bene gode del male. Vi è – ed io lo conosco – una gioia della disperazione.  Allargare il nostro dolore, goderne è l’unica via di uscita da un torpore mortale. Ma dove sembra gioia è tormento: perché l’animo è vuoto, ha bisogno di nuova disperazione per avere nuova gioia: nascono sentimenti del tutto artificiali. Il dolore si allarga sempre più, diventa più vago: e dove parrebbe trovare un appagamento, si trova una più grande disillusione e senso di morte. Non senti tu stesso quanto vi sia di falso nelle tue parole, come esse dicano di più e di meno di quel che vorresti dire? Come in quel rifuggire dal precisare il proprio dolore e nel tentare di allargarlo a dolore generale vi sia un’intrinseca viltà? Beati ancora i romantici che lo vivevano tutto, il dolore universale, e potevano avere una sincerità che a noi è negata…

*In copertina: Andrew Wyeth, “Winter”, 1946 (l’immagine è tratta da qui)