“Inevitabilmente, il Natale fa pensare ai morti, al loro volto, a chi abbiamo perduto e non sarà più con noi”

Posted on Dicembre 25, 2019, 10:42 am
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Una mano rugosa e tremante posava la statuina di Gesù bambino nella mangiatoia. L’appoggiava sulla culletta di paglia, piegata a nido, che già aveva la forma dell’impronta del corpicino, come un cuscino ricorda la nicchia del nostro capo. Era la notte di Natale. Fuori il buio della campagna, addormentata in un silenzio sacro. Mia nonna allestiva sempre il presepe sopra il suo bianco frigorifero Ignis. La carta militare, sempre la stessa, scocciata sui bordi e la famigliola lassù, al freddo della notte di Natale e il povero bimbetto Cristo creatore con il fiato spesso del bue e dell’asinello sul collo e sul volto. La natività che puzzava un po’ di stalla e un po’ di famiglia. Dopotutto, simbolo di quel rito animalesco e avvolto dal mistero che si celebra ogni volta che si viene al mondo. Tempo pochi mesi, e quello stesso bimbetto avrebbe gattonato e poi camminato, piegato sotto il feroce peso della sua croce.

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Il Natale fa pensare ai morti, al loro volto, a chi abbiamo perduto e che non sarà mai più con noi. L’ultimo Natale. Quando è stato? Quell’ultima volta? Quella volta che è stata davvero l’ultima e non lo sapevamo, ancora. Non scarterà più nessun regalo, perché chi è morto non si cura di nastri e di fiocchi. Non ha fretta. Non si perde a guardare le lucine dell’albero. È morto, e basta. Poco distante dal presepio di mia nonna, un altarino con i ritratti dei suoi di morti, i volti intrappolati in quell’ultimo sorriso che ci restava negli occhi, per sempre. Nonostante i natali passati, insieme.

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Riprendo tra le mani Javier Marías, Un cuore così bianco, e ricopio qui le sue parole che sono scolpite come i lineamenti di una Madonna di legno: “E allora, a volte, alzando la testa per ascoltare la musica meccanica o il fischio che veniva ripetuto e avanzava per la strada, quando il suo sguardo cadeva sui ritratti degli assenti, mezza vita a sbirciare fotografie e quadri sempre enigmatici con occhi immobili e sorrisi stupidi, e un’altra vita, o mezza, quella dell’altro, il figlio, o la sorella, il vedovo, a ricevere le stesse occhiate stupide e immobili nella foto che chi guarda non sempre ricorda quando ci è stata fatta: mia nonna che guarda la figlia morta e mia madre che guarda la sorella morta, e sostituita; mio padre e io a guardare lei e io che mi preparo a guardare lui, Ranz, mio padre; e la mia cara Luisa, appena sposata nel salone accanto, non sa che le foto scattateci oggi saranno un giorno oggetto del suo sguardo, quando non avrà più mezza vita davanti e la mia sarà finita. Ma nessuno conosce l’ordine dei morti né quello dei vivi, a chi per primo toccherà il dolore e a chi la paura”. L’ordine delle statuine del presepe, invece, è sempre la stessa, sì, la storia si ripete, con il cielo di carta blu di Persia spiegazzato e pieno di stelle. La stella cometa inchiodata da uno spillo proprio al vertice della grotta. Come il destino che si insinua tra le pieghe della mano di un neonato stanotte venuto al mondo. Ma quelle stesse fotografie, come i ricordi, sfumeranno nel tempo, rendendo così capricciosa e falsificata la nostra memoria, esattamente come il nostro dolore più cocente, che non ci apparterrà più. Che non sarà più nostro, che ci verrà rubato. O come spesso avviene, ci renderemo conto che il nostro stesso dolore ci è già stato rubato e sventolato come una bandiera, quando sarà ormai troppo tardi. “Un dolore vicario, una paura vicaria, un dolore e una paura propri di un’altra persona, del cui viso ci eravamo un po’ dimenticati entrambi, è curioso come sfumino i lineamenti di chi non vediamo più, per rabbia o assenza o sfinimento, o come tali lineamenti in un solo giorno vengano usurpati dalle fotografie così fisse, mia madre è rimasta senza occhiali, senza quegli occhiali da vista che negli ultimi tempi portava continuamente, è rimasta fissa nel ritratto che ho scelto io, ai suoi ventotto anni, una donna più giovane di quanto lo sia io ora…”.

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Mia nonna, talvolta, appoggiava davanti alla grotta di Betlemme, sopra il frigorifero, una candela rossa, in realtà era poco più che un moccolo, nudo, sprovvisto di portacandele. La cera scivolava giù in stille come lacrime e si incollava alla carta militare sul fondo. Era inevitabile non pensare al sangue, lo sguardo posato sulla candela che colava cera. Mentre noi, bambine, allora ci impiastricciavamo le piccole dita con quella stessa cera calda. Senza accorgerci che non era un gioco, erano lacrime quelle che si incrostavano sui nostri volti. Benché fosse la luminosa notte di Natale.

Linda Terziroli

*In copertina: Matthias Stomer (1600-1650 ca.), “L’adorazione dei pastori”