A Natale ci sono solo pubblicità di profumi, sarà perché puzziamo? Soprattutto: perché tutti conoscono la sorella di Belen e nessuno legge Eliot?

Posted on Dicembre 21, 2017, 4:43 pm
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Fateci caso. A Natale furoreggiano le pubblicità dei profumi. Di solito, lo schema della pubblicità è questo. C’è un figo che sussurra qualcosa all’orecchio di una bella figliola, solitamente poco vestita. Poi scoppiano i lampadari. Infine, appare il nome indelebile del prodotto, del profumo. Altrimenti: c’è un figo a torso nudo che emerge dalle acque, Venere virile; oppure un tizio – dal corpo scolpito, come da consuetudine capitalista – che nuota nel profumo, oppure una bella sinuosa che lascia intuire le divine forme, senza formalità. Quando tiri fuori il portafogli, non compri un profumo ma la possibilità di diventare figo come il tipo della pubblicità, manco il profumo fosse la formula magica della fata di Cenerentola, bibbidi-bobbidi-bu, manco la commessa del negozio di profumi fosse la Fata Turchina in grado di mutare le tue mollezze in muscoli d’acciaio. Sintesi semiotica: nonostante il profumo sia il regalo più banale per le feste, le pubblicità sul profumo riempiono l’etere di afrori commerciali. Il segno – cioè, il motivo profondo, inconscio – è chiaro: puzziamo. La civiltà puzza. La nostra vita da frustrati puzza. Il nostro corpo da sfigati puzza. L’Italia puzza. Il governo puzza. La Nazionale di calcio puzza. Tutto puzza. Una spruzzata di profumo ci sanerà. Chissà. Certo, svanita l’aura del profumo, passato l’effetto, il puzzo ritorna. Memorabile metafora del Belpaese, mai così brutto, mai così puzzolente, non basta un sorriso, una ‘manovrina’ e una gara elettorale a ricucire l’ulcera puzzosa. Più che una spruzzata di profumo – carissimo, innominabilmente caro – ci vorrebbe, piuttosto, tanti auguri, un bombardamento di buon senso. Esempio tratto dalla vita ‘vera’. Per campare, tra i vari giochi di equilibrismo, insegno. Ragazzi temprati dall’intelligenza che imparano le lingue e che – malauguratamente per loro – hanno un tipo come me a dargli qualche infarinatura letteraria. Un giorno capita che discuto con uno studente. Dice che ‘segue’ Chiara Ferragni, e che non è certo una cretina, anzi, ha sale in zucca e ragù di Weltanschauung, la ragazza. Io gli rispondo che o sei pari a Emily Dickinson e Virginia Woolf, o ti esprimi come Amelia Rosselli, altrimenti, parlando a tette di fuori, sei un cretino, un incrocio tra Madame Bovary e una Desperate Housewives. Poi faccio la battuta, sperando che il pubblico sovrano mi incoroni come il più intelligente del reame. Secondo me Belen è una scaltra stupidina con bel culo e petto audace: la sorella è una stupidina al cubo, eppure, tutti parlano di lei, ma a chi c***o frega della sorella di Belen? Meglio affondare dentro i Quattro quartetti di Thomas S. Eliot, no? Segue sorriso gigione. Attendo l’applauso. Almeno la risata complice. Nulla. Niente. Cosa? Mi siedo. Domando. Sapete chi è la sorella di Belen, giusto? Fioriera di mani alzate, urla di giubilo, certo, è quella che si fa Ignazio Moser… Chiaro, Moser, il figlio del campione di ciclismo. Silenzio. Fa niente. Tutti sapete chi è Sua Maestà Lirica Thomas S. Eliot, giusto?, lo fate anche al liceo… Silenzio. Qualche mano, timidamente, si alza. Reminescenze sepolte da giornate di scemate. Eccola, l’Italia di oggi. Tutti sanno chi è la sorella di Belen – cioè, la brutta copia della stupidina – e pochi sanno chi è Thomas S. Eliot, il più influente poeta e intellettuale del Novecento. Altro che Acqua di Giò, questo è un oceano di merda, altro che profumo, qui bisogna risciacquare l’anima e il cuore, annegare e risorgere, rifare tutto.

Davide Brullo