“Per non sciogliere l’incantesimo anzitempo”. Vladimir Nabokov non è soltanto Lolita: il suo genio ci vampirizza

Posted on Febbraio 12, 2020, 10:56 am
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Il destino di molti scrittori è quello di rimanere confinati dentro un romanzo, uno scritto, che li identifica e li perseguita per il resto della loro vita e oltre la loro vita. Che Vladimir Nabokov non sia solo e soltanto Lolita, è di una disarmante ovvietà già solo pensarlo, prima ancora di scriverlo. I mondi dipinti dallo scrittore russo, mondi sublimi, infiniti e labirintici, sono quanto di più alto e poetico si possano trovare in letteratura. Provate a immergervi (cogliendo da fior fiore) ne “Il dono”, “Invito ad una decapitazione”, “Guarda gli arlecchini!”, per poi guardare con disgusto quasi tutto quel che viene pubblicato e scritto oggi.  Ma bisogna e dobbiamo ritornare a Lolita, per qualche istante ancora. Soffermarsi e poi andare ancora indietro nel tempo. Quando ancora, Lolita, era solo un abbozzo sbiadito nella mente caleidoscopica di Nabokov. Quando un’altra farfalla, ancor più spaventosa, pericolosa e crudele, aveva spiegato le ali tra le sue schede scritte: “L’incantatore” (Adelphi, 2011). Romanzo breve, che nelle stesse parole di Nabokov è stato “il primo, piccolo palpito di Lolita”. Pubblicato in russo nel 1939 e quindi in inglese solo nel 1986 (traduzione ad opera del figlio Dimitri, che ha curato e tradotto anche quella italiana nel 2011) è racconto terrificante, paralizzante, allucinante e allucinatorio. Nel “L’incantatore” al centro del romanzo c’è una dodicenne senza nome, senza consapevolezza alcuna e quasi senza dimensione. Derubricata ad oggetto perverso del desiderio nella mente ancor più perversa del protagonista. Un personaggio che dovrebbe provocare repulsione e disgusto ma che, col sfogliare delle pagine, ti muove a compassione, una compassione che ti riempie l’animo di un disturbante senso di colpa.

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Il protagonista è un insignificante uomo qualunque. Magro, labbra asciutte, lieve calvizie, impacciato e invisibile. Che siede abitualmente sulla panchina di un giardino pubblico. Un insignificante uomo qualunque vissuto da sempre da manovratore degli incubi delle le sue piccole vittime. Piccole vittime inconsapevoli ma mai, mai fino a quel momento, diventate scarificali.  Un insignificante uomo qualunque che siede abitualmente sulla panchina di un giardino pubblico. Quando l’attesa un giorno svanisce per palesarsi in una nuova allucinazione, in un altro oggetto per i suoi biechi desideri.Vestita di viola, una ragazzina dodicenne (lui non sbagliava mai sull’età) avanzava rapida e decisa sui pattini che, invece di scorrere, schiacciavano la ghiaia facendola scricchiolare, mentre lei li sollevava e riabbassava con passetti giapponesi, avvicinandosi alla panchina attraverso l’alterna fortuna del sole. In seguito (finché quel seguito durò) gli sembrò di averla apprezzata tutta, dalla testa ai piedi, subito, in quel primo attimo: la vivacità dei riccioli castano-ramati, freschi di taglio; la luminosità dei grandi occhi, un po’ vacui, che ricordavano in qualche modo la trasparenza dei chicchi di uvaspina; l’incarnato caldo e gioioso; la bocca rosa appena socchiusa talché i due incisivi superiori poggiavano appena sul labbro inferiore sporgente; l’abbronzatura estiva delle braccia nude con quella liscia, sottile, peluria volpina sugli avambracci; la vaga tenerezza del suo petto ancora acerbo, ma già non del tutto piatto; il muoversi e il morbido ricadere delle piaghe poco profonde della gonna, l’ardore delle gambe slanciate e noncuranti; le ruvide cinghie dei pattini”.

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Da qui inizia la messinscena cinica e spietata, un piano diabolico architettato, raccontato e giustificato con tale indecente candore, da parte dell’incantatore, che il desiderio di odiarlo e disprezzarlo fa a pugni con una incosciente empatia. Piano diabolico che gioca sul piano dell’attesa e dell’attendere, dall’altro lato della scacchiera, le mosse degli avversari oramai destinati alla sconfitta e alla morte. Per rimanere solo, con l’unica pedina, lei, ignara di tutto. Ignara ma già con un finale per lei scritto, in una favola malata. “Ma in fondo che cosa si sarebbe potuto rimproverare l’incantatore? Sapeva che avrebbe trovato in lei sufficienti delizie per non sciogliere l’incantesimo anzitempo, sapeva di dover evitare manifestazioni troppo palesi di passione per tutto quanto riguardava la sua persona, sapeva che non era il caso di spingersi con insistenza eccessiva in qualche vicolo cieco quando si divertiva a fare la sua passeggiata monastica, sapeva che non avrebbe tentato la sua verginità nel senso più stretto e più rosa del termine finché l’evoluzione delle loro carezze non avesse superato un certo invisibile gradino. Si sarebbe trattenuto fino al mattino in cui lei, ancora ridente, avesse prestato ascolto alla propria sensibilità e, fattasi silenziosa, avesse preteso che cercassero insieme la corda musicale nascosta”. Ma il capolavoro, perché di capolavoro si tratta, del romanzo si compie nelle pagine finali. Pagine che non si possono svelare per non rovinare lo stupore, il cascar degli occhi sulle righe e gli spazi bianchi fra esse, il ritrovarsi con un sorriso ebete compiaciuto e stupefatto. Per poi ripensare a Lolita, per poi ripensare a tutte le storie che Nabokov ci ha lasciato. E rimpiangere che non sia vissuto per secoli e avere quindi il tempo per raccontarcene tantissime altre.

Cosimo Mongelli