“E cos’è la vita se non un cabaret dove lacrime e risa sono un’unica onda?”. Il giovane Nabokov, l’anima russa e la magia dell’arte che trae meraviglia dalle cose semplici

Posted on Marzo 07, 2020, 9:31 am
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Mi incanta la prosa degli autori alle prime armi. Ora questa raccolta di Nabokov saggista, Think, write, speak (ne avete letto qui) mi sfida.

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Nabokov ha 24 anni quando compone su tre fogli il saggio che mi interessa. S’intitola Risata e sogno. Il nostro eroe aveva tradotto a 23 anni Alice nel Paese delle meraviglie. A 22 si era divertito invece con la prosa ‘da gnorri’ di Romain Rolland, un precursore di Terzani.

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Due incisi rapidissimi. Primo. Nabokov maturo sarà altra cosa: poche traduzioni, poche poesie in confronto ai suoi vent’anni. Mentre da giovane leggeva in lingua, si snervava per lo stile orrendo di Stendhal e componeva poesie a pioggia. Secondo. C’è una crasi tra Nabokov giovane e la sua versione matura? Esiste una linea di sutura interna al suo periodo russo, invece della consueta metamorfosi impostagli dell’emigrazione in USA?

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Ma cos’è maturità? È tutto, come voleva Shakespeare? Ripeness is all? È quindi è tutto qui?

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Il filologo ci direbbe ora che dal saggio giovanile Risata e sogni al romanzo adulto di dieci anni dopo, Kamera obscura, poi passato in inglese come Una risata nel buio, il passo è lungo. Io tendo a credere invece che nel suo pezzo giovanile siano i germi e i batteri di quel che sarà dopo. E quindi dal saggio giovanile si arriva dritti dritti alla prosa poetica di Lolita. La trama è sempre quella…

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Ogni pezzo giovanile è macchiato: anche se l’autore è di ottima famiglia, come il conte Vladimir, c’è comunque sempre un alito di fastidio nella prosa dello scrittore as a young man. Un tentativo di capire. Di andare per le spicce.

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In conclusione, consigli per il lettore giovane di Nabokov: andare in una città hipster come Firenze – portarsi in un posto dove la gente legga veramente tanto – prendere un blocco di romanzi di Nabokov in biblioteca e uscirne con questa sporta sotto braccio come se si arrivasse da una macelleria – sentire una voce da Cuba, dal Cile o dall’Asia – cominciare a scrivere. (Andrea Bianchi)

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Vladimir Nabokov, Risata e sogno

Arte è meraviglia permanente, una magia col trucco per mettere insieme due e due e farne un cinque, o un milione, o magari farne uno di quei numeri giganti e voraci che danno la caccia alla mente e la intimoriscono fino al delirio distorsivo dell’incubo matematico. L’arte afferra con foga le cose semplici del mondo e le mescola per farne forme meravigliose, le imbeve di colori, ricava Madonne dalle fioraie fiorentine e trasforma in grandi sinfonie i tenui canti degli uccelli e dei ruscelletti. Le parole di uso comune, i nostri piccoli sogni e le preoccupazioni divengono qualcosa di magico sul palco quando l’arte, la magia favolistica, dà un tocco di rosso alle labbra della nostra vita. Chè l’arte sa che non v’è nulla di semplicissimo, nulla né di assurdo né di orribile che non possa sotto una certa luce scivolare e finire dentro la bellezza, e l’arte russa tra le altre è stata particolarmente abile da questo punto di vista.

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Quando mi esprimo così non penso a gente come Gogol’, quel genio del grottesco che era in grado di trovare il segreto della commedia sublime nella pozza di fango di un piccolo borgo depresso o nelle fattezze dei chierici di provincia che hanno urgenza di flatulenze; né penso alle passeggiate oscure di Dostoevskij attraverso i reami del distorto e della follia. Vorrei parlare, invece, di un palco che sta a mezzo di queste vicende.

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L’animo russo è ricco del potere di insufflare vita nelle varie forme d’arte che trova nelle altre nazioni; andò così col cabaret francese (un rendez-vous di poeti, attori e artisti), senza perder nulla della sua leggerezza e del suo tocco brillante. Ma nel far ciò il cabaret prese un netto sapore russo. Il folklore, le canzoni e i giocattoli altrui furono richiamati a nuova vita producendo l’effetto delle curve a lacca e di quei sentieri arricchiti di colori che sono associati, nei miei pensieri, col primo blu del giorno primaverile russo. Ricordo bene quei giorni e quella fiera lieta, Verba, simbolo vivente della felicità tremolante della nostra terra. Cumuli umidi di batuffoli, carpinifolia non ancora bionda ma color grigio perla e intagliata nel colore insalubre della campagna; tutto poi era portato in città e venduto lungo i boulevard, in file doppie di stand in legno allestiti per l’occasione. Lì circolava un flusso infinito di gente che comprava e il rosso porpora brillante e appiattito del fango sotto i loro piedi era riverberato dai coriandoli che la gente lanciava per aria. Venditori in grembiule urlano i loro prezzi – indiavolati in stretti abiti di cotone tutti rattoppati come scudi da far leggere al cartomante.

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Ancora, rivedo palloncini rossi sformati che si sgonfiano e poi tubi di vetro riempiti di alcol colorati dove danzano i diavoletti come fossero in una bottiglia verde dove la membrana di gomma indiana venga schiacciata sul suo fondo. E agli stand, sotto il drip drip delle betulle marrone sprizza il sole di marzo e altre merci ancora sono esposte, creme di wafer e dolcezze europee, pesci dorati e canarini, crisantemi artificiali e scoiattoli di stoffa, maglietti di fine tessuto, fusciacche e bandane, armoniche e balalaiche e giocattoli, giocattoli e ancora giocattoli. Tra i miei preferiti c’era un set con una dozzina di baba, di donne del popolo, ognuna di un goccio più piccola della prossima e incastrata dentro l’altra così che stavano bene tutte insieme.

Amavo moltissimo un giocattolo fatto di due personaggi intagliati, un orso e un contadino. Erano fatti per andar l’uno contro l’altro quando fosse azionata un’incudine di legno. E c’erano anche figure eccentriche dipinte a colori vivaci, con piccole figure a rilievo sui fianchi, ed erano in piombo e pesanti sicché non c’era nessuna mano in grado di farle giacere su un fianco – sempre si sarebbero ributtate verso l’alto con un’energica oscillazione… e in mezzo a questi rollii c’era un liscio cielo blu e tetti bagnati che riverberavano come specchi e il ding dong dorato delle campane di chiesa che si mischiava con le grida della fiera…

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Questo mondo di giocattoli, colori e risate, o per meglio dire l’impressione condensata di quel mondo, è stata magicamente rivissuta sul palco dei cabaret francesi. Ho parlato di Verba solo per mostrare quel che intendo quando parlo di ‘romanzare’ nel folklore russo il quale è espresso da questi giocattoli in legno, brillanti e ben piallati. Questi giocattoli sono stati creati per vivere e danzare sul palco. L’arte ha aperto loro l’anima stessa delle splendenti sfumature di un tramonto. Ma questo non è tutto. V’è infatti un’altra bellezza profonda, un altro incanto dentro la Russia…  Infatti il cabaret è essenzialmente una varietà artistica, un’espressione di altri modi e temperamenti, di risata e sogno, di brillar di sole e foschia e questo tipo di bellezza è stata lei pure resa dall’arte. Ché se i colbacchi russi e le cupole sono meravigliosamente colorati in tinte brillanti c’è infatti anche un altro lato dell’anima russa espressa da Levitan in pittura e da Puskin (e altri) in poesia. Ed è quel triste e nebbioso movimento d’anche, destra sinistra destra sinistra, tipico dei canti nazionali, “i più teneri sulla terra”, per usare le parole del poeta inglese. Suonano, quei canti, lungo strade deserte al tramonto sulle rive di fiumi enormi. A questo si aggiunge lo strano charme della pallida luce nordica che schiocca come un fantasma attraverso la città, anch’essa fantasma.

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Forse più giù ancora v’è un’intensità mistica in questo amore da viandanti. L’amore zingaro.

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Perciò allo spettatore viene da ridere e sognare. Una cosa e l’altra. Soldatini in legno, bambole dalle facce arrossate, muzik valorosi che sembrano dei samovar con la barba scorrono danzando davanti ai nostri occhi e infine questo intero romanzo dalla faccia pallida passa come un vento cantando di notti insonni e terre lontane. E cos’è la vita stessa se non un cabaret dove lacrime e risa sono un’unica onda di magnifici tessuti multicolori?

Vladimir Nabokov 

*traduzione di Andrea Bianchi