Quando Mussolini fu scambiato per il Buddha e voleva conquistare l’India. Dialogo con Enrica Garzilli

Posted on Maggio 17, 2019, 6:18 am
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Studiosa di genio, pressoché inafferrabile, giustamente gelosa delle sue fonti. Laureata in sanscrito alla ‘Sapienza’ con il massimo dei voti – prima pubblicazione di pregio – la prima edizione critica di un testo filosofico sanscrito del XII secolo, Lo spandasaṁdoha di Kṣemarāja – studi tra Delhi e Harvard, alla guida di un paio di riviste accademiche – l’“International Journal of Tantric Studices” e il “Journal of South Asia Women Studies” – Enrica Garzilli pubblica nel 2012 L’esploratore del Duce. Le avventure di Giuseppe Tucci e la politica italiana in Oriente da Mussolini a Andreotti. Il libro è fondamentale, per qualità di scrittura e mole di documenti – per lo più inediti – presentati. Parecchi accademici (o presunti) si divorano le nocche delle dita. Quando Enrica – bellissima donna, che coltiva l’eremitaggio della studiosa accanita – mi fa giungere notizia del titolo del nuovo libro a cui sta lavorando, Fascismo e Oriente: Mussolini in India, Nepal, Afghanistan, Tibet e Giappone, la contatto. Ciò che so, a proposito, è piattamente scolastico: l’espansione verso Etiopia e Somalia, la presenza in Libia, l’Albania, il Duce che sguaina la ‘Spada dell’Islam’ nel 1937, le mire e le profezie verso la Cina (così Mussolini sul Popolo d’Italia, il 18 gennaio 1934: “Ora l’avvenire della civiltà e della razza bianca nell’estremo oriente, la sorte del Pacifico dipende dal compito che la Cina si assumerà nel corso del secolo”). Altro – al di là dei rapporti con il Giappone nell’‘Asse’ – mi è oscuro. Dunque, propongo alla Garzilli una intervista. Ci sta. Le faccio alcune domande. Vuole leggerle, mi chiede del tempo per rispondere a dovere. Il tempo passa. La ricontatto. A volte mi spiazza. “Chi è lei? Non la conosco”, mi fa, una volta. L’esito dell’intervista è quello che leggete. La studiosa Garzilli ha risposto a due domande, la prima con un breve saggio, piuttosto prezioso, ricco di spunti e dote di dati. Mi sono preso l’onere di suddividerlo in capitoli per agevolare la lettura. “Non posso rispondere in modo approssimativo”, mi ha detto, quasi scusandosi. In realtà, è davvero un lavoro pionieristico, condotto su documenti di prima mano, decisivo per capire la politica estera del Fascismo – alla luce del sole e sotterranea – e le ‘sbandate’ del Duce, ad esempio, verso il buddhismo. (d.b.)

Mussolini e l’Oriente, più o meno estremo. Lei mi accennava a un interesse già vivo da giovane, e a quel discorso, nel 1921, sull’India, piuttosto lungimirante. Cosa avvicina Mussolini a quei luoghi, cosa vi vede, dal punto di vista ‘politico’, spirituale (posto che abbia avuto interessi spirituali)?

Sull’interesse di Mussolini per l’Oriente e non solo l’India, e addirittura per il buddhismo, le rispondo rielaborando delle pagine del mio libro.

Il Messia? Quattro discorsi rispetto al corpo di dottrine elaborato dal Buddha

Il suo interesse per la cultura indiana, segno anche della popolarità di cui godeva il paese in Italia, partiva da lontano, nientedimeno che dal 1902, quando aveva 19 anni. Suo padre, che era un attivo esponente socialista di Forlì, era emigrato in Svizzera perché la famiglia era indigente. A Losanna, nonostante fosse poverissimo e si dedicasse a lavori umili, Benito frequentava gli ambienti universitari. Non un professore soltanto ma tutto quel mondo cosmopolita, anche se preferiva gli intellettuali russi. Durante un comizio in cui affrontò l’asso del riformismo di allora, il belga Emile Auguste Vandervelde, che a 36 anni era già presidente della Seconda Internazionale Socialista, che era venuto a parlare di Gesù Cristo sovversivo e del comunismo degli apostoli. Proprio allora Mussolini stava prendendo contatto con il pensiero di Georges Eugène Sorel e di Nietzsche. Benito, alla fine della conferenza di Vandervelde, fra lo stupore generale chiese e ottenne il contraddittorio per un affondo contro il Vangelo e contro Galileo, colpevoli di aver fatto crollare il magnifico edificio dell’Impero romano sotto la spallata della moralità dello schiavo. Sappiamo che la sklavenmoral era un tema centrale dell’opera di Nietzsche, che divideva fra mentalità del padrone e mentalità dello schiavo, quest’ultima basata sulla gentilezza, la simpatia e l’empatia e sulla valutazione delle azioni sul metro delle intenzioni e non quello delle conseguenze, indebolendo così dal di dentro, con le ideologie, la resistenza della società ai barbari. Mussolini parlò di buddhismo. “Auspici i russi – tutti un poco teosofi – era appena risalito al Buddo attraverso lo Schopenhauer, maestro di Nietzsche suo maestro. Che cos’era poi il Messia, coi suoi quattro discorsi e parabolette, in confronto al corpo di dottrine elaborato dal Buddo in quaranta volumi, attraverso quarant’anni di penitenza, di meditazione e di lavori apostolici?”.

Al che Vandervelde gli avrebbe risposto che era vero, Gesù non aveva perseverato in 40 anni di tranquilli travagli ascetici, ma il caro compagno dimenticava che a 33 anni aveva avuto un piccolo incidente professionale che aveva danneggiato la sua carriera rivoluzionaria. Al che la folla unanimamente rise. Benito ne fu così turbato che da allora giurò di non usare più come argomento oratorio i Vangeli e la Bibbia, anzi, di non citarli neanche più.

Pare anche che a Tolmezzo, dove nel 1906-1907 Mussolini fece il maestro elementare, la scolaresca gli volesse un gran bene ma fosse sgomenta del suo carattere iroso e i pugni sulla cattedra quando si spazientiva. Quando fu denunciato alla Giunta scolastica con l’accusa di essere un bestemmiatore fu assolto dal sovrintendente grazie all’innocuo carattere «culturale e storico» delle imprecazioni. Risultò vero che Benito eccedeva nel verbo, però l’oggetto del discorso era sempre il Buddha, «che poi era Maometto». Dobbiamo pensare che al tempo la figura di Maometto e quella del Buddha, nella cultura popolare italiana non orientalista, erano spesso sovrapposti. Siddharta Gautama, che era nato e aveva raggiunto l’Illuminazione in India ma il cui credo era quasi scomparso in quella regione per diffondersi invece a macchia d’olio nell’Asia centrale, scalzato poi dall’Islam, e in quella sud-orientale e orientale, era localizzato genericamente in India.

Mussolini, in realtà, era sì interessato al buddhismo e all’India, ma da statista si avvicinò ai musulmani del subcontinente per ragioni di opportunità politica. Erano infatti nemici dei latifondisti induisti, vicini al British Raj, che Mussolini avrebbe volentieri scalzato per sostituire il dominio britannico con quello italiano.

Chi aveva un forte interesse per l’India era anche Arnaldo Mussolini e questo rinforzò quello di Benito, ma nel corso di venti anni la politica del Fascismo verso la Corona Britannica, che controllava parte dell’Asia e dominava l’India e l’odierno Pakistan con il British Raj, fu abbastanza contraddittoria: quella ufficiale del governo, molto cauto a non incrinare i rapporti con la Corona; quella di Benito Mussolini, decisamente antibritannico, e quella di suo fratello Arnaldo.

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Enrica Garzilli, specialista di indologia, nel 2012 ha pubblicato “L’esploratore del Duce”, uno studio sulle avventure del grande orientalista Giuseppe Tucci

India: un interesse politico in funzione antibritannica

Nel 1921 l’interesse inizialmente filosofico e sociale di Benito si era trasformato in una vera e propria visione politica verso l’Asia, musulmana e non, che includeva i territori al di là dei Balcani e il Medio Oriente, l’India e, man mano, si espanse verso l’Asia centrale e orientale, Afghanistan in testa. Si era sviluppato nell’ambito della politica estera espansionistica, parte fondante del Fascismo sin dalla prima ora, ed era legato alla crescita demografica dell’Italia, alla fame di terra e al prestigio e il peso che Mussolini aveva assegnato nel mondo all’Italia. La sua visione e le sue mire asiatiche andavano ben oltre l’interesse verso l’India dalle «radici profonde» di cui ha parlato De Felice nel suo brillante saggio “L’india nella strategia politica di Mussolini”. (riecheggiando un po’ il concetto delle «forze profonde» che influenzano la storia delle relazioni internazionali dello storico Pierre Renouvin negli otto volumi della sua magistrale opera Histoire des relations internationales) e la sua «nippofilia», sempre per usare la definizione che ha dato De Felice in diversi suoi scritti.

Per la prima volta, nel settembre 1921, Mussolini espresse pubblicamente le sue idee politiche sull’India in un articolo pubblicato su Il Popolo d’Italia. L’occasione era stata la rivolta dei musulmani Moplah nel Malabar, in Kerala, contro l’alleanza della Corona britannica con i latifondisti induisti. Durante la battaglia scoppiata fra inglesi e musulmani questi ultimi furono imprigionati e cento di loro furono trasportati in un vagone ferroviario. Ma scoppiò la tragedia. Quando la porta del vagone fu aperta, sessantasei uomini erano morti soffocati e gli altri erano agonizzanti. “La tragedia del treno dei Moplah”, come fu chiamata, ebbe risonanza internazionale e Mussolini non si lasciò sfuggire l’occasione di usarla per sottolineare le difficoltà della Gran Bretagna e la futura indipendenza dell’India: “è palese che la posizione dell’Inghilterra nelle Indie è abbastanza difficile. Non crediamo che sia imminente il tracollo della sua dominazione, perché la metropoli ricorrerà a tutti i mezzi violenti e subdoli per conservarla; ma lo sbocco dell’agitazione indiana è segnato ed è fatale. I fermenti sono gettati. La razza si è risvegliata. È in piedi. Il raggiungimento della sua indipendenza non è più una questione di possibilità; è una questione di tempo”.

Se è vero che l’espansionismo fascista si indirizzò prevalentemente verso due direzioni, l’Africa e l’Europa danubiano-balcanica – nella prima attuando un colonialismo tradizionale, nella seconda precorrendo quanto fu poi realizzato, su scala maggiore, dalla Germania nazista – è vero anche che sin dal 1921, dal discorso sulla tragedia degli indiani del Moplah, Mussolini guardava più in là, «all’Asia più lontana», come disse apertamente nel 1937 il suo amico Gentile. D’altronde lo aveva già detto nel 1931 e poi durante il discorso tenuto alla seconda assemblea quinquennale del Regime del 1934, solo nove mesi prima dell’unione di Tripolitania e Cirenaica per formare la colonia chiamata Libia e l’avvio del piano di colonizzazione: l’interesse dell’Italia fascista era per l’Africa e per l’Oriente mediato e immediato, cioè estremo e vicino. “Gli obiettivi storici dell’Italia hanno due nomi: Africa ed Asia. Sud e Oriente sono i due punti cardinali che devono eccitare il volere e l’interesse degli italiani […]. Questi obiettivi hanno la loro giustificazione nell’economia e nella storia. Di tutte le potenze occidentali d’Europa, la più vicina all’Asia e all’Africa è l’Italia. […] Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti vicini e lontani, ma di un’espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l’Italia e l’Oriente mediato e immediato. […] Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte la espansione spirituale, politica, economica della Italia fascista”.

L’espansione a est per Mussolini era un bisogno e un diritto spirituale, politico ed economico e a questo il Fascismo cercò di dare una giustificazione morale e culturale, come faceva, d’altronde, anche la Corona Britannica, che specie durante l’epoca vittoriana fu uno dei paesi europei che più si sforzò di rivestire la sua visione imperialista di ideologia buonista impregnata di moralismo. Per Lord Curzon, per esempio, viceré dell’India dal 1899 al 1905 e poi segretario di Stato fino al 1924, l’imperialismo era un dovere quasi religioso, una «Legge preordinata» che svolgeva una missione provvidenziale, era una fonte di benessere morale, prima che materiale, per le popolazioni colonizzate. Per Mussolini gli italiani dovevano aiutare gli indigeni, come venivano chiamati, a scoprire e sfruttare i loro tesori naturali per il reciproco interesse, visto che non sapevano farlo, e dovevano servire da esempio nella condotta morale e nel lavoro sia per ottenere il rispetto delle popolazioni colonizzate, sia per non suscitare rivolte.

A questo interesse spirituale e politico di Mussolini verso il sud e verso l’est del mondo contribuirono altri fattori, quelli di carattere economico e finanziario. Voleva restaurare la bilancia commerciale e stabilizzare il cambio con la lira. C’era bisogno di nuovi mercati per l’esportazione e nuove terre per secondare il boom demografico. Nel 1931 il Ministero degli Affari Esteri prese contatto con alcune banche e con l’Istituto nazionale per le esportazioni per discutere sulla fondazione di un istituto che offrisse borse di studio agli indiani in Italia e raccogliesse e divulgasse notizie di carattere economico sull’India. Strinse rapporti diplomatici e commerciali anche con l’Afghanistan, di cui l’Italia per prima al mondo riconobbe l’indipendenza del 1919. Nel 1933 fu fondato l’Istituto Italiano per il Medio ed estremo Oriente per svolgere un’attività apparentemente culturale che aveva finalità strettamente politiche, come disse Mussolini. Presidente, Giovanni Gentile; direttore dei corsi di lingue e organizzatore di conferenze, mostre, eventi, Giuseppe Tucci. Un altro studioso molto vicino a Mussolini e suo consulente per le cose indiane era Carlo Formichi, che organizzò le visite di Rabindranath Tagore e di Gandhi in Italia. Fu lui che nel 1925 fu mandato come Visiting Professor di sanscrito nell’Università di Vishvabharati, in Bengala, ospite di Tagore, portando come dono personale di Mussolini 500 volumi di arte e politica, e fu lui che fece venire Tucci a insegnare lingua e cultura italiana e che aprì la strada al futuro esploratore. Si definiva un «latore del messaggio di Benito Mussolini» e, in effetti, lo era.

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Quando Mussolini venne paragonato al Buddha

Per ritornare alla sua domanda sì, Mussolini aveva per l’Oriente anche interessi spirituali perché erano i suoi personali. Inoltre, non scordiamoci che tutto il Fascismo li aveva, in generale, perché anche nella Scuola di mistica fascista veniva insegnata una visione e interpretazione mistica della la rivoluzione fascista e Mussolini stesso venne mitizzato e anche paragonato al Buddha. La sua figura venne sacralizzata sin dal 1923, prima che nascesse e si consolidasse il suo mito. E infatti scrive Mussolini alla rivista L’impero appena fondata:

Roma, 28 settembre 1923

Cari amici dell’Impero,

Il vostro articolo, che si conclude pregandomi di considerarmi «sacro», mi ha semplicemente atterrito. Vi prego, cari amici, di non toccare più questo tasto e lasciarmi tutta intera la mia profanità. Saluti cordiali. Mussolini     

In quest’ottica di avvicinamento non disinteressato all’India il Duce fece anche venire in Italia diversi politici ed esponenti della cultura indiana, fra cui spiccano il filosofo e rettore dell’Università di Calcutta Surendranath Dasgupta, considerato da Tucci, insieme al prorettore Syama Prasad Mookerjee, il padrino del nazionalismo induista, «il nostro più grande collaboratore» a Calcutta; e Muhammad Iqbal, stella del firmamento della letteratura urdu e dal 1930 presidente della Lega musulmana, che lavorò per i nostri servizi segreti. Un altro indiano famoso fu B.S. Moonje, leader del partito di estrema destra Hindu Mahasabha fino al 1937 e strettamente legato al Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), un’organizzazione paramilitare di destra a sua volta legata al partito indiano attualmente al governo, il BJP. Nel 1931 Moonje venne in Italia per incontrare il Duce, visitò le scuole militari e alcune organizzazioni come i Balilla e gli Avanguardisti e da queste mutuò il sistema organizzativo con cui strutturò e rafforzò il RSS. Il più famoso intellettuale e politico ospite di Mussolini fu Subhas Chandra Bose, considerato in India un eroe nazionale, che venne in Italia e in Germania chiedendo aiuto per la lotta indipendentista e il riconoscimento ufficiale del Governo dell’India libera, l’Azad Hindustan, a cui si oppose in prima persona Ciano, che disse che «a mio avviso e per le mie fugaci visite in India penso si tratti di un popolo moscio e senza reazioni». A Roma durante la guerra fu organizzato dal “Partito degli indiani” un piccolo esercito indiano. E in India c’erano molti intellettuali, specie bengalesi, ammiratori del fascismo e propagandisti, tutti in relazione a Tucci.

Dopo la conquista dell’Etiopia però l’opinione pubblica indiana cambiò, l’Italia in fondo non era dissimile dalla Gran Bretagna. Così il Duce fondò e finanziò un giornale musulmano a Bombay diretto da un giornalista islamico, nel cui comitato di redazione mise anche due gerarchi mandati da Roma. Nonostante varie difficoltà, il giornale incontrò un grosso favore negli ambienti islamici e ne furono distribuite centinaia di copie in tutti i circoli, caffè e locande musulmane anche fuori Bombay. Alcuni numeri destarono un certo interesse negli ambienti religiosi alti e il mondo degli imprenditori islamici di Bombay e di Madras lo accolse molto favorevolmente. Insomma, la propaganda fascista in India era attivissima, per quanto potesse esserlo tramite i pochi italiani che vi soggiornarono, fra cui spicca per attività, competenza e abilità relazionale Giuseppe Tucci.

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In Giappone, il “paese degli Dei” adatto all’utopia fascista

E ora veniamo al Giappone, un interesse e un’ammirazione personale di Mussolini. Il Duce si avvicinò politicamente al Giappone, a metà degli anni Trenta, con una vigorosa azione di track II diplomacy, con eventi, accordi e istituti culturali fondati all’uopo, mostre d’arte. Un’opera sostenuta da Gentile, in qualità di presidente dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (e di amico personale di Mussolini) e realizzata in prima persona dal vicedirettore esecutivo, Tucci. Il Paese del Sol Levante era sentito come spiritualmente vicino agli ideali del Fascismo e la razza giapponese, unica fra tutte le razze extra-europee, incarnava gli ideali di fierezza, educazione, gaiezza, prontezza «a sacrificare la vita se l’onore proprio, l’interesse del paese o la volontà dell’Imperatore lo esigano».

La razza del Giappone rappresentava l’apogeo delle virtù guerriere, dopo quella italiana – perché la guerra era il banco di prova del razzismo, come la definì Evola –, e della più alta etica, anche in tempo di pace, verso la patria e la famiglia. «In una parola, il Giappone è il paese degli Dei», come scrisse Armando Tosti nel 1940, che esaltò le virtù guerriere della razza giapponese e la vita “semplice e sobria, forse un po’ languida e un po’ monotona ma senza falsità, senza ambizioni sociali, stravaganze, snobismo uso inglese. L’assenza di snobismo e vizzi affini nel Giappone si scorgono in tutti, e ciò che dico non può essere smentito da nessuno. Al contrario, vi sono nel popolo nipponico cose invisibili assai preziose: l’onore e il rispetto di sè [sic] stesso, l’amore ai figli, l’armonia della famiglia, i privilegi del patriottismo, la ricchezza del sapere; fin dall’epoca feudale – tanto diversa in molti punti da quella dell’Europa continentale – si vedono fiorire in gran numero questi uomini famosi per il loro coraggio a tutta prova, il loro senso d’onore e la loro abnegazione. […] In una parola, il Giappone è il paese degli Dei […] Ritengo che nessun esempio valga a dimostrare, più di quello del Giappone, il fondamento reale e sostanziale del razzismo. […] Ma se a una razza non mancano energie rinnovatrici, essa mostra sopra tutto in guerra le sue energie: dopo la vittoria della guerra con la Cina del 1894-95, il mondo attonito scoprì una potenza che non poteva essere soppressa, mantenendola sotto tutela come una nazione semi-indipendente”. Continuò in relazione alla Cina: “Pertanto la razza gialla […] dovrà cedere il passo alla razza giapponese, che per storia, lingua, religione, cultura, occupa un posto a sé fra i popoli di razza mongolica, anche in rapporto all’antico ceppo dal quale è sorta”.

Il Giappone era ammirato e temuto. Tucci con una missione di diversi mesi a cavallo del 1936-37 preparò l’adesione al Patto Comintern dell’Italia in qualità di segnataria originale. Nell’aprile 1937 parlò anche alla radio, recando al popolo il saluto del Duce in giapponese. Il discorso fu trasmesso «fino nel Manciukuò».

Questo — oltre agli articoli su Asiatica, la rivista dell’IsMEO — è il primo accenno ufficiale allo stato fantoccio creato nel Man-chu Kuo, di cui il Giappone aveva riconosciuto l’indipendenza il 15 settembre 1932, garantendosi allo stesso tempo particolari privilegi e, di fatto, mettendolo sotto il proprio controllo. Il governo fascista avrebbe riconosciuto lo stato “indipendente” del Man-chu Kuo nel novembre 1937, primo fra gli stati occidentali, mentre il Giappone riconosceva l’Impero Italiano in Africa. Nel 1937 la lungimiranza intellettuale di Gentile vedeva fra l’Europa e i paesi occidentalizzati, America inclusa, e l’Oriente, un vero e proprio scontro di civiltà. Secondo lui, l’Oriente non era mai stato raggiunto dalla civiltà europea. Unica eccezione, il Paese del Sol Levante, a cui attribuiva un ruolo giuda. La cosiddetta “dichiarazione di Amau” del 1934 – un tipo di dottrina Monroe giapponese elaborata dal ministro Eiji Amau per cui solo le potenze dell’Asse potevano avere colonie in Oriente, perché l’Oriente era sfera esclusiva del Giappone e nessun intervento straniero sarebbe stato tollerato – aveva ribadito un principio fondamentale: l’Asia agli asiatici. “L’Asia non è Europa e nulla ha da guadagnare dalla sua europeizzazione. Ai Giapponesi, – che più sono organizzati, perché più sentono la differenza, – l’organizzazione della Cina e la nipponizzazione di tutto l’Estremo Oriente. […] questo panasianismo nipponico […] è la forma più esplicita e potenziata di un fermento che serpeggia per tutta l’Asia. Non pure nella Cina, […] ma l’India che s’è svegliata alla voce mite e pur ferma e solennemente incitatrice di Gandhi, e non s’è placata sotto la mano sapiente dei dominatori per riaddormentarsi, ma per maturare una più forte coscienza di sé. Tutta l’Asia si muove; e rivendica il suo diritto all’esistenza, con la sua anima, con i suoi valori. La coscienza di questo diritto, fiera, energica, è il Giappone”.

Con il Patto Tripartito del 1940 Germania, Italia e Giappone si divisero le zone di influenza nel continente euroasiatico e anche il rinnovamento economico, che avrebbe dovuto essere realizzato da Germania e Italia in Europa e in Africa, «ognuna operante nella propria zona d’interesse, cioè nel proprio spazio vitale», e dal Giappone in Oriente.

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“Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda”

Due quindi erano i poli dell’interesse di Mussolini in Asia – sempre relativamente ai paesi di cui mi sto occupando, escludendo quindi il Medio Oriente – seppure per motivi diversi: l’India e il Giappone. Anche, a latere, l’Afghanistan, in quanto al centro degli interessi dell’Impero russo e di quello britannico e che, controllato dal Regno Unito fino alla terza guerra anglo-afghana del 1919 e la successiva indipendenza, era dominato da un forte sentimento antinglese specialmente delle etnie e tribù di confine, a diretto contatto con il British Raj. L’Afghanistan era un ottimo ponte per le mire indiane di Mussolini, che rafforzò i flebili rapporti diplomatici preesistenti con Kabul e nel 1921 dette inizio ai rapporti commerciali e l’invio di mezzi tecnici e di ingegneri e di personale specializzato. Nel 1929 ospitò il re Amanullah Shah, che aveva abdicato. Tutto era in funzione antibritannica. Pietro Quaroni, il capo delegazione italiana a Kabul, manteneva infatti stretti rapporti con i capi delle milizie pashtun come il famoso Fachiro di Ipi, che dopo il 1923 iniziò la guerriglia contro il British Raj e fu rispettatissimo dalle popolazioni tribali, che andavano da lui a farsi benedire. La presenza del re che aveva sconfitto i britannici a Roma, che sembrava un dispetto al Regno Unito, era in realtà un favore reso alla Corona in quanto toglieva di mezzo un fiero oppositore al British Raj. Mussolini quindi, in questo gioco di equilibri internazionali, mantenne sempre un atteggiamento ambivalente verso la Gran Bretagna: conciliante obtorto collo a livello ufficiale, ostile a livello personale. «Parlare sempre e comunque male dell’Inghilterra», diceva un “velina”. Il suo fine era comunque l’India, il forziere del mondo, dove la Gran Bretagna dominava a diverso titolo, in modo indiretto e poi diretto, da circa duecento anni.

L’Italia ufficialmente non voleva sostituirsi alla Corona britannica. Questo concetto sarà ribadito anche durante la Seconda Guerra mondiale nel Prospetto di dichiarazione comune dell’Italia, della Germania e del Giappone sull’India e l’Arabia (aprile 1942): «l’India per gli indiani» e «l’Arabia per gli arabi». “Uno dei più tristi attentati contro la moderna civiltà è indubbiamente la circostanza che l’India e l’Arabia, nonostante le loro gloriose tradizioni culturali, siano oggetto dello spietato sfruttamento da parte dell’imperialismo britannico e tuttora continuano a soffrire sotto tale giogo oppressivo. Tale tragica circostanza non può non suscitare il profondo contrasto del Giappone, della Germania e dell’Italia, che si battono per lo stabilimento di un nuovo ordine mondiale col più sincero proposito di consentire a tutte le razze del globo di trovare ciascuna il proprio posto adeguato”.

Ma le forze militari britanniche nell’Asia Orientale erano in completo collasso e in Europa l’influenza britannica era stata spazzata via dalle forze della Germania e dell’Italia. Di fronte a questa storica crisi, indiani e arabi dovevano decidere se continuare a “servire la causa di un impero ormai in fallimento sino all’ultimo suo giorno”, o se essi debbano invece sollevarsi in piedi, espellere l’imperialismo britannico quale il più acerrimo nemico, dall’India e dall’Asia sud orientale e realizzare gli ideali dell’«India per gli indiani» e dell’«Arabia per gli arabi». L’impero britannico era il comune nemico di Italia, Germania e Giappone, che erano «fermamente decise a battersi» fino a quando non fosse crollato a terra. Proponevano quindi di fare fronte comune contro l’impero offrendo «ogni possibile aiuto ai Popoli indiani e arabi, se essi dovessero desiderare assistenza ed aiuto nella loro marcia in avanti verso la libertà».

Questo aiuto però non sarebbe stato del tutto disinteressato. La volontà del Duce di impadronirsi realmente dell’India si rivela anche in una frase segnata da lui Mussolini con tre punti esclamativi a margine di un libro che appartiene alla sua collezione privata: “Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda. Poco importa cosa diranno gli Inglesi. I legionari fascisti s’incaricheranno di farli tacere”.

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Tra le molte cose che sta scoprendo, cosa la ha particolarmente sorpresa?

Mussolini uomo e statista. Ho scoperto, e lo dico senza partigianeria, quanto avesse sin da giovanissimo una visione globale del mondo. I suoi interessi erano molteplici, era curioso e attentissimo e guardava lontano. Basti pensare che nel 1935 disse che il compito di mediazione fra Oriente e Occidente di Roma, era «facilitato dalla mirabile velocità delle odierne comunicazioni, che ha reso in un certo senso tascabile l’intero globo terracqueo». Vedeva la globalizzazione (complice forse la sua idea di tornare all’Impero romano?). Al tempo in cui l’Oriente era il luogo di un immaginario fantastico e mitologico, lui ne aveva una chiara percezione anche in un contesto geopolitico. E questo prima che iniziasse ad attuare il suo progetto espansionistico, dalla metà degli anni Venti circa. Aveva quello che Dino Grandi, da ministro degli Esteri (1929-1932), chiamava «il senso del mondo»: bisognava cioè che l’Italia fosse presente in tutti i grandi problemi mondiali. È stato forse il primo, dopo gli imperatori romani, che aprì l’Italia al mondo e il mondo all’Italia e non la relegò a quella che Gentile definì «la modesta italietta provinciale di una volta», e lo fece sia a livello culturale – a questo scopo fondò L’Enciclopedia delle Scienze, Lettere e arti, la prima enciclopedia universale italiana «per parlare italiano al mondo» – sia, ovviamente, a livello politico. Il Duce aveva anche un ottimo fiuto nel giudicare le persone, sapeva al volo di chi poteva fidarsi e di chi no. Per questo mi sorprende che non avesse visto in Hitler un dittatore (a mio avviso) delirante, anche se la paura che aveva dell’aggressività tedesca in politica estera e i rapporti di forza capovolti – la Germania era diventata più forte dell’Italia ed era pericolosamente confinante – in parte giustificano questa cecità. Lo ha seguito, ha condiviso le sue scelte razziste per compiacerlo, ha lasciato uccidere suo genero, ha trascinato l’Italia in una guerra. Una cecità a lungo termine che sorprende in un uomo che sapeva guardare così lontano nel tempo e nello spazio.

Ovviamente mi ha sorpreso che Mussolini conoscesse, anche se non so fino a che livello, il buddhismo – probabilmente grazie alla lettura di Tolstoj. Non sta a me esprimere giudizi di valore sul Fascismo, anche se constatare dai documenti – senza affidarsi alle parole degli storici o, peggio, alle parti politiche – che le alte gerarchie e gran parte dell’intelligencija italiana sapevano delle deportazioni nei lager nazisti mi ha orrorizzato. Una cosa però so: nonostante i suoi errori di valutazione, forieri di alcune delle più grandi tragedie dell’umanità, Mussolini amava sinceramente il popolo italiano e voleva che si svecchiasse  a livello demografico, produttivo, tecnologico, che migliorasse le sue condizioni di vita, che si mettesse alla pari con le altre grandi nazioni europee in campo economico, sociale e culturale, che avesse salute fisica, morale e un livello minimo di educazione, in un periodo in cui oltre il 30% della popolazione era totalmente analfabeta. Introdusse la radio e il cinema, anche se parlavano con la voce del Regime. Organizzò, protesse e fu un punto di riferimento per i connazionali all’estero anche a livello culturale, molto più di quanto facciano alcune ambasciate italiane odierne. E protesse le scienze, la cultura e le arti in tutte le sue forme, incoraggiò scienziati e artisti, imprese, scoperte ed esplorazioni. Lungi da me dal dare giudizi di valore o di disvalore sul politico e sull’uomo perché non è il mio mestiere darne, ma devo constatare che non so se di questo suo amore per gli italiani, almeno fino a quando non si fece trascinare dai deliri di potenza tedeschi e si lasciò travolgere dal mito di se stesso, si possa dire altrettanto riguardo i politici odierni.

*In copertina: Alfredo Gauro Ambrosi, “Aeroritratto di Mussolini aviatore”, 1930