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“Il messaggio urgente era scomparso nei meandri di un labirinto, come il filo di un sogno. La maggior parte degli eventi importanti, nella vita, sono così”. Murakami va a caccia dei suoi sedici anni

All’epoca, Murakami Haruki è un ragazzo di sedici anni e le lezioni di scuola sono appena iniziate. È il 1964. C’è una ragazza bellissima che cammina velocemente, nel corridoio del liceo. Il giovane Murakami la incrocia quell’unica e ultima volta. La stupenda ragazzina stringeva al petto il disco With the Beatles. L’edizione originale inglese, non quella americana o giapponese. È questa l’immagine più potente (più forte della scimmia di Shinagawa innamorata che parla, del suo amore e della sua solitudine disperata, e beve birra) dell’ultimo libro, un’antologia di otto racconti, in cui il celebre scrittore giapponese si mette a nudo: Prima persona singolare (traduzione di Antonietta Pastore, sulla copertina l’illustrazione di Manfredi Criminale) pubblicato questo marzo da Einaudi, a pochi mesi da Abbandonare un gatto.

In Giappone, le pile dei libri di Murakami vengono venduti accanto ad altrettante pile di CD con la musica che avvolge le storie dei suoi romanzi. Così mentre mi leggo questo libro mi ascolto un po’ i Beatles e un po’ Schumann. Il racconto With the Beatles ci permette di entrare nel cuore di un Murakami adolescente alle prese con i primi tormenti amorosi e gli interrogativi destinati a camminargli al fianco per la vita. Il libro ovviamente è scritto da un Murakami non più giovane che ricorda. Già, ma che cosa ricorda?

Il filo che tesse questi racconti è proprio la memoria, i suoi buchi, i blackout, e quelle bizzarre situazioni che, volgendosi indietro con il senno di poi, acquistano uno strano significato. Ad esempio, quell’incontro – ma non sono forse di questa natura fortuita gli incontri più importanti della nostra vita che ricorderemo per sempre? – non è piombato nelle tenebre dell’oblio, dimenticato dai giorni. Anzi. “Il cuore prese a battermi forte, per qualche secondo non riuscii a respirare e ogni rumore si fece molto lontano, avevo l’impressione di stare sul fondo di una piscina. Nelle orecchie sentivo solo un vago tintinnio di campanelle, come se qualcuno volesse comunicarmi una notizia grave, urgente. Ma durò un tempo brevissimo, forse dieci o quindici secondi. Era successo all’improvviso, e quando mi ripresi tutto era già passato. Il messaggio urgente era scomparso nei meandri di un labirinto, come il filo di un sogno. La maggior parte degli eventi importanti, nella vita, sono così. Il corridoio un po’ buio del liceo, una ragazza bellissima, l’orlo svolazzante della sua gonna, e l’album With the Beatles”.

A partire da quel momento, Murakami, in tutte le donne che ha conosciuto e con cui ha instaurato relazioni, ha tentato – senza riuscirci – di ritrovare quel magico momento di grazia vissuto nell’autunno 1964. Ammette di non essere mai stato particolarmente avvenente né particolarmente sportivo né tantomeno particolarmente bravo a scuola (un po’ come i protagonisti dei suoi romanzi) ed era pure suonato. Ma, nonostante questo, c’era sempre qualche ragazzina interessata a lui. La sua prima ragazza era una di queste, Sayoko, una sua compagna di classe, che peraltro non era una fan dei Beatles. Di lei si ricorda “quel suo vestito bianco, il profumo di agrumi del suo shampoo, i solidi ferretti del reggiseno (in quegli anni i reggiseni, più che capi di biancheria intima, sembravano delle corazze)”. Il professore responsabile della loro classe di liceo, nel 1968, si impiccò all’architrave di casa, pressappoco quando Robert Kennedy fu assassinato. Era l’insegnante di scienze sociali e la causa del suo suicidio venne attribuita a un “vicolo cieco ideologico”. “Era uno dei migliori insegnanti che avessi avuto nella mia carriera scolastica. Si sforzava veramente di essere equo nei confronti dei suoi allievi, anche se non è detto che ci riuscisse sempre”.

Questo suicidio apparentemente buttato lì, fra le pagine e i giorni della giovinezza di Murakami, torna con prepotenza alla luce quando Murakami racconta come, vent’anni dopo, incontra, per caso, mentre va a ritirare un orologio in riparazione, lo strano fratello della sua prima ragazza. Il fratello di Sayoko rivela allo scrittore che lei si era tolta la vita tre anni prima. Si era fatta prescrivere un sonnifero e per sei mesi ha messo da parte le compresse per poi ingoiarle tutte in una volta sola. Aveva un marito, due figli e una vita all’apparenza serena. Il fratello di Sayoko confessa a Murakami che sua sorella l’aveva amato più di chiunque altro. Ma il fratello ammette di non averla capita, aveva già “abbastanza da fare a risolvere i miei problemi”. Murakami aveva lasciato quella sua prima ragazza perché si era innamorato di un’altra. Le donne sono un universo piuttosto interessante nell’opera di Murakami, quanto nella sua vita. Come per esempio F***, la donna più brutta che avesse mai conosciuto, come racconta in un altro capitolo del libro, Carnaval. Forse non proprio la più brutta. La moglie di Murakami la chiamava “la sua girlfriend”. Con lei trascorreva il tempo ad ascoltare i concerti e le registrazioni di Carnaval di Schumann. Unico pezzo scelto da lui tra “tutta la musica antica e moderna, orientale e occidentale”.

“Quando terminammo di ascoltare tutte e quarantadue le registrazioni, lei dichiarò di preferire quella di Arturo Benedetti Michelangeli, mentre per me la migliore era quella che Arthur Rubinstein aveva inciso per la Rca. Naturalmente la nostra era una classifica senza alcun valore, anche se avevamo studiato con attenzione quei dischi uno per uno. Era soltanto una forma di divertimento. Ciò che più importava, per noi, era la discussione approfondita sul nostro brano musicale più amato, e la sensazione di condividere, senza alcuno scopo particolare, una passione”. Un’amicizia particolare quanto effimera, dal momento che, sei mesi dopo il loro primo incontro, F*** e il marito vengono arrestati per “truffa continuata nella gestione di patrimoni altrui”. Ma tra le cose più strane e più murakamiane di questo libro c’è senz’altro l’invito che lo scrittore riceve per un concerto fantasma. A quell’epoca, aveva diciott’anni. Una sua ex compagna di liceo, un anno più giovane, lo invita a un concerto di piano. “Nutriva qualche interesse per me? Molto improbabile! Era bella – anche se non era il mio tipo –, sempre vestita all’ultima moda e frequentava un’accademia che costava un occhio della testa. Non era certo il genere di ragazza che potesse provare una qualche attrazione per uno come me, uno come tanti”. Per non presentarsi a mani vuote al concerto, acquista un mazzo di fiori confezionato da un fioraio di fianco alla stazione.

“Mentre seguivo la semplice mappa sul biglietto d’invito, poco per volta un vago, funesto presentimento cominciò a farsi strada nella mia mente. C’era qualcosa che non mi convinceva. Tanto per cominciare, non passava quasi nessuno. Da quando ero sceso dall’autobus non avevo incontrato anima viva”. Ma nel biglietto non c’era nessun errore. Murakami rimane in attesa davanti a un cancello chiuso. Al citofono non risponde nessuno. Mentre torna indietro, sente prima l’altoparlante di un predicatore cristiano, poi uno sguardo fisso su di lui. Si tratta di un uomo anziano, seduto nel chiosco che sostiene l’esistenza di “un cerchio con molti centri”, ma senza circonferenza. E ancora: “A questo mondo non c’è nulla che abbia valore e si possa ottenere senza sforzo, non una singola cosa, non ti illudere!”. Il mazzo di fiori decide di abbandonarlo sulla panchina. Ma che cosa significa tutta questa storia? “Già, cosa diavolo significava quella cosa assurda che mi era capitata una domenica pomeriggio, verso la fine dell’autunno? Quando ero andato, seguendo le indicazioni di un biglietto d’invito, a un concerto che avrebbe dovuto aver luogo in una sala, solo per trovarla chiusa. E perché era successo?”. Il tempo non ripara gli orologi. E gli incontri che vorremmo ripetere non si ripresentano, diventando materia (e carne) per romanzi.

“Non ho mai più visto nemmeno quella bellissima ragazza con l’Lp With the Beatles. A volte mi chiedo se stia ancora camminando in quel triste corridoio del liceo del 1964, l’orlo della gonna svolazzante. Ha ancora sedici anni, tiene ancora stretto al petto quel disco dalla splendida copertina – la copertina con le foto in penombra di John, Paul, George e Ringo – come se per lei fosse la cosa più preziosa al mondo?”

Forse le ragazze che abbiamo amato (e i ragazzi), nel corso tormentato della nostra giovinezza, rimangono così, in un cassetto della memoria, cristallizzate nel corridoio del liceo, con un disco stretto al petto. E la gonna svolazzante, nel pieno mistero dei loro (quanto dei nostri) sedici anni.

Linda Terziroli

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