Nei momenti difficili, lo ammetto, mando giù i libri di Murakami come fossero aspirina. Su “L’arte di correre”

Posted on Marzo 28, 2020, 11:12 am
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Una delle ultime volte che mi sono avventurata, quasi correndo, dentro le temibili fauci di un supermercato, un mesetto fa, nella corsia dedicata ai libri e alla musica, ho afferrato e infilato nel carrello un libro di Haruki Murakami. L’arte di correre (tradotto da Antonietta Pastore, Einaudi, 2007), uno dei pochi che non avevo letto (gli altri in esposizione erano: 1q84, Kafka sulla spiaggia, Dance dance dance). Nei momenti difficili, devo ammetterlo, mando giù i libri di Murakami come fossero l’aspirina.

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Il libro è dedicato a tutti i corridori che lo scrittore ha incontrato sulle strade del mondo, a quelli che ha superato e a quelli che lo hanno superato in gara. Ma non si tratta di un romanzo, è una sorta di autobiografia e una riflessione sulla corsa che è anche una lunga chiacchierata sul talento, la creatività e sulla condizione umana (con un corredo fotografico di tutto rispetto: un interessante Murakami sudato, a petto nudo e calzoncini, negli anni ’80, immortalato in Grecia, sulla mitica strada per Maratona). Una volta a casa, mi sono ricordata di leggere questo snello libretto (un peso piuma rispetto agli altri romanzi) quando è iniziata la crociata contro i runner, a causa del coronavirus, e l’arte di correre è diventata un lusso che, in pochissimi, possono permettersi. Fare jogging in un ampio podere o su un tapis roulant? Correre, ahimè, è sempre stato un rischio (basti leggere il numero di animali morti incontra Murakami per strada mentre corre). Non resta che percorrere il campo di una fantasia sconfinata o della memoria.

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Mi sono ricordata delle mie ultime corse campestri al liceo, una vita fa. Quando è stata l’ultima volta che ho corso? (non la corsa per prendere il treno o per arrivare in tempo al lavoro, s’intende). Vista la prossimità ventilata da Murakami fra l’atto di scrivere e quello di correre – in questi giorni, per legge, non si può più correre né tantomeno passeggiare all’aperto – c’è da riflettere (e da temere) sul futuro, imminente declino della buona scrittura. Corro al capitolo quarto, epigrafe: “Correre per strada ogni mattina mi ha insegnato molto riguardo alla scrittura”. Veniamo alle qualità fondamentali di uno scrittore, secondo Murakami: talento, capacità di concentrazione, perseveranza. “La qualità più importante per uno scrittore, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è il talento. Se uno non ha il minimo talento letterario può scervellarsi finché vuole, metterci tutto il suo ardore, non scriverà nulla di valido. Più che una qualità necessaria, questa è una condizione preliminare”. Poi: “La facoltà intellettuale di riversare tutto il talento di cui siamo dotati, intensificandolo, su un unico obiettivo. Chi non è capace di fare questo non riuscirà a portare a compimento nulla di buono. Invece usando in maniera efficace l’energia mentale, in una certa misura si compensa un talento carente”.

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Ecco la giornata-tipo indicata da Murakami (per chi può permettersi di replicarla nella sua vita): “Io di solito mi concentro nel lavoro tre o quattro ore al giorno, al mattino. Mi siedo alla scrivania, e rivolgo la mia mente soltanto a ciò che voglio scrivere. Non penso a nient’altro. Non vedo nient’altro. Uno può avere tutto il talento che vuole, avere la testa piena di splendide idee, ma se per caso ha un terribile mal di denti – tanto per fare un esempio – non riuscirà a scrivere un bel niente. La capacità di concentrazione viene azzerata dal dolore”. Come nella maratona, anche nella scrittura fondamentale è la perseveranza: “Ammettiamo che uno riesca a concentrarsi nella scrittura per tre o quattro ore al giorno: se dopo una settimana si stufa, non potrà mai creare un’opera di una certa lunghezza. A uno scrittore – per lo meno a chi non si accontenta di buttar giù poche pagine – occorre la capacità di continuare a concentrarsi giorno dopo giorno per sei mesi, un anno, due anni di fila”. Poi, chiarisce subito che scrivere un romanzo non è di certo una passeggiata. Al contrario. “Scrivere un romanzo, fondamentalmente, è una sfacchinata, io ne so qualcosa. In sé, l’atto di redigere delle frasi è forse uno sforzo mentale. Ma scrivere fino in fondo un libro intero è qualcosa che si avvicina alla fatica fisica”.

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Insomma, non basta mettersi seduto a un tavolino, con una tazzina di caffè tra le mani: “la maggior parte della gente, giudicando solo dall’apparenza, pensa che il lavoro dello scrittore sia un’attività tranquilla, puramente intellettuale. Basta che uno abbia la forza di sollevare una tazzina di caffè, e prima o poi scriverà qualcosa. Quando si prova a farlo sul serio, però, ci si rende conto che scrivere un romanzo è tutt’altro che riposante. Dovrebbe essere una cosa evidente. Seduti alla scrivania, si focalizzano i nervi su un punto, si solleva la fantasia dal livello terra come un raggio laser, si fa nascere una storia, si scelgono le parole a una a una, si mantengono tutti i fili della trama nella posizione giusta – questo genere di lavoro richiede per un lungo periodo di tempo una quantità di energia molto maggiore di quanto di solito si pensi”. Insomma uno sforzo usurante, che consuma carne e ossa, secondo lo scrittore – maratoneta. Il parallelo scrittura-corsa sembra reggere dunque su un perno fondamentale. La resistenza al dolore.

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In Giappone, più che in occidente, scrive Murakami, si crede che lo scrittore, in quanto tale, debba condurre una vita malsana, indecente, dissoluta e immorale. Uno stereotipo a cui lui si dice abbastanza d’accordo. Per scrivere, in effetti, occorre tirare fuori le ombre, portare il buio alla luce. Murakami ne parla in termini di “elemento tossico”. “Quando decidiamo di scrivere un libro, cioè di creare una storia dal nulla servendoci di parole e frasi, necessariamente estraiamo e portiamo alla luce un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano. Lo scrittore se lo trova di fronte e, pur sapendo di correre un pericolo, deve maneggiarlo con abilità. Perché senza l’intervento di quell’elemento tossico, un atto creativo dal significato autentico non è possibile – scusate l’esempio terra-terra, ma è un po’ come quando si dice che la parte più buona del pesce palla è quella più vicina al veleno”. In altre parole, l’attività creativa, e nello specifico letteraria, è malsana e antisociale. Perciò – questa la tesi di Murakami – per maneggiare questo materiale altamente tossico, conviene vivere una vita più sana possibile (qualcosa di simile, lo diceva anche Marziale, più lascivo che tossico). E correre quei maledetti quarantadue chilometri. Occorre concentrarsi profondamente.

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Ma lo scrittore maratoneta ci rivela, candidamente, che nel momento più duro, pensa alla birra. Alla birra! “Basta, basta pensare alla birra. E farei anche meglio a evitare di pensare al sole. E al vento. E all’articolo che devo scrivere. Mi devo concentrare soltanto sull’azione di mettere un piede davanti all’altro”. Ma al traguardo, che arriva all’improvviso, Murakami non prova soddisfazione, solo sollievo. E la birra? “Naturalmente è buona. Ma non tanto quanto me l’immaginavo mentre correvo. Non esiste a questo mondo qualcosa che sia all’altezza dell’immagine illusoria che ce ne eravamo fatti quando avevamo perso la lucidità”. Forse ai runner e non solo, costretti, per forza maggiore, all’inattività, potrebbe tornare utile questo mantra che Haruki Murakami rivela di aver appreso da un maratoneta: “Pain is inevitabile. Suffering is optional”. Il dolore è inevitabile nella vita, la sofferenza è opzionale. Forse. “La fatica è una realtà inevitabile, mentre la possibilità di farcela o meno è a esclusiva discrezione di ogni individuo. Credo che queste parole riassumano alla perfezione la natura di quell’evento sportivo che si chiama maratona”.

Linda Terziroli