23 Dicembre 2020

“Una ferita profonda nel suo cuore di bambino”. Murakami Haruki, i gatti, i segreti del padre

Chi non ha mai abbandonato qualcuno? Chi non si è sentito abbandonato almeno una volta nella vita (e poi per sempre)? Murakami Haruki, nella sua ultima e attesa opera – il racconto Abbandonare un gatto. Dove parlo di mio padre, illustrato da Emiliano Ponzi, tradotto da Antonietta Pastore, Einaudi – confessa che, quando viveva con i suoi a Shukugawa, nel comune di Nishinomiya, andò in bicicletta con i suoi, per abbandonare sulla spiaggia un gatto. Non un gattino, bensì una gatta già cresciuta. Altri tempi. Quando non era un delitto abbandonare un gatto e il fatto non attirava nessuna critica. I suoi ricordi d’infanzia, tuttavia, sono vaghi. Al ritorno a casa, dispiaciuti e rassegnati, ritrovano, con sollievo e stupore, la gatta che avevano poco prima abbandonato.

Gli appassionati come me di Murakami (non necessariamente di gatti) ricorderanno come questi felini, nell’opera dello scrittore giapponese, siano senz’altro protagonisti, e non sempre teneri. Penso ovviamente, tra gli altri romanzi, a Kafka sulla spiaggia, a Nakata che riesce a comunicare, con i gatti. Ma perché questo episodio apparentemente insignificante a salutare l’ultima opera di Murakami, la sua prima timidamente autobiografica? Il padre, da bambino, era stato mandato come novizio in un tempio, nella speranza che venisse adottato dalla famiglia del prete. Un’altra cosa d’altri tempi. Tempi in cui non era raro, in Giappone, abbandonare i figli, “per ridurre il numero delle bocche da sfamare”. Dopo qualche tempo, il padre di Murakami fece ritorno a Tokyo, con una ferita nel cuore. “Quell’esperienza però aveva lasciato una ferita profonda nel suo cuore di bambino, potevo sentirla anch’io. Non era qualcosa di cui avevo consapevolezza, ma una vaga aura che lo accompagnava”.

Ho sempre pensato che Murakami fosse orfano (di madre) e spesso ho ceduto alla tentazione di confondere la sua vita con i suoi personaggi guardando, con interesse crescente, ai suoi personaggi ferocemente infelici dentro una famiglia composta da un solo genitore. Ma non è così. Murakami dice di essere “il figlio qualunque di un uomo qualunque”. Insomma non è mai stato abbandonato. “Sono cresciuto in una famiglia del tutto ordinaria, che mi ha allevato con relativa cura. Quindi non posso capire cosa provi un bambino che si senta abbandonato dai genitori, quanto grave sia la sua ferita. Lo posso solo immaginare. Credo che un ricordo del genere diventi una cicatrice invisibile, una cicatrice che cambierà forma e profondità, ma accompagnerà chi la porta fino alla morte…”. E Murakami ricorda Truffaut, che nelle sue memorie ha raccontato “di essere stato obbligato, da bambino, a vivere lontano dai genitori (quasi scartato come un ingombro)”. Ed è per questo motivo che, nei suoi film, ricorre il tema dell’abbandono. Ma le sofferenze dei padri ricadono sui figli? Forse sì.

Prendiamo un altro esempio dal libro. Un nuovo spaccato del Giappone. Il padre dello scrittore – quando aveva appena iniziato la scuola elementare – gli racconta di avere assistito (o partecipato? Non lo saprà mai) all’esecuzione di un prigioniero cinese catturato dal suo reggimento. “Ammazzare prigionieri inermi era ovviamente una violazione disumana delle leggi internazionali, ma all’epoca, nell’esercito giapponese, pare venisse considerata una pratica normale”. Ma il prigioniero, pur consapevole dell’incombenza della morte, “non si agitava né sembrava spaventato, stava seduto in silenzio, con gli occhi chiusi”. Prima di essere decapitato con una katana. Quell’esperienza costituisce un’eredità, un peso che si aggiunge al senso di colpa per il disinteresse per la scuola e le materie di studio. Ci sono racconti e date che non tornano nella vita di suo padre, tessere di un mosaico che non potrà mai essere completato dal figlio. “Chissà se nel profondo del cuore pensava di poter perdonare me, il suo unico figlio, per non aver fatto quello che riteneva il mio dovere? Crescendo, man mano che andavo formando la mia personalità, le frizioni tra noi sono aumentate, fino a diventare molto nette”. Quando poi Murakami Haruki è diventato uno scrittore professionista il loro rapporto si è complicato al punto da interrompersi e per oltre vent’anni non si sono più rivisti. In seguito, poco prima della sua morte, una timida riconciliazione.

C’è un altro gatto nell’infanzia dello scrittore. Un gattino bianco, dal pelo soffice che una sera – il bambino Murakami lo guardava stando seduto in veranda – decise di arrampicarsi sul bellissimo pino del giardino. “Sembrava volesse mostrarmi com’era agile e coraggioso. La velocità con cui era salito e poi scomparso fra i rami dell’albero mi lasciò stupefatto, e rimasi a guardare immobile. Però a un certo punto il gatto cominciò a lamentarsi, come chiedesse aiuto. Si era arrampicato troppo in alto, e ora aveva paura e non sapeva più scendere”. Il gattino iniziò a piangere, ma né lo scrittore né suo padre potevano aiutarlo, non avevano una scala abbastanza lunga. Il mattino dopo, non si sentiva più nessun gatto, solo il silenzio. Che fine avrà fatto quel gatto abbandonato sulla cima del pino? “È un ricordo della mia infanzia che mi ha lasciato una forte impressione. Inoltre mi ha insegnato una cosa importante: nella vita scendere è molto più difficile che salire”. Lo scrittore ricorda ancora nitidamente il rumore delle onde e il profumo del vento che soffiava tra i pini quel giorno, quando aveva abbandonato la gatta sulla spiaggia, con i suoi genitori. “È l’accumularsi di queste piccole cose che mi ha formato, che mi ha reso la persona che sono ora”. Quei quattro gatti che hanno condiviso e intrecciato, in parte e nel passato, la loro esistenza con la vita di Murakami.

Linda Terziroli