Guido Morselli, Stalin, l’Antipapa. Nel 1953 l’Unione Sovietica tentò il grande patto con il Vaticano, lo dimostra un verbale finora inedito: intervista allo storico Matteo Luigi Napolitano

Posted on Novembre 01, 2019, 10:45 am
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“Guido Morselli, come ormai molti sanno, è scrittore «postumo» in quanto in vita non riuscì a pubblicare neanche uno solo dei romanzi che oggi gli assicurano un posto di rilievo nella narrativa italiana contemporanea”. Inizia così un lungo e attualissimo articolo di giornale, ormai ingiallito dal tempo, firmato da Geno Pampaloni e risalente al 28 agosto 1978, a soli cinque anni dal suicidio dello scrittore bolognese di nascita e varesino d’adozione e a soli quattro dall’esplosione del caso letterario Morselli. Nello stesso pezzo, il critico si sofferma sulle contraddizioni e sulla vita bizzarra e inquieta di questo scrittore postumo, riprendendo le parole di Dante Isella che ne aveva fatto un ritratto, una manciata di giorni prima, in un convegno a Cortina. “È probabile – rileggo il testo di Pampaloni – che la matrice di queste contraddizioni, e anche la ragione del fascino dello scrittore, che ci coinvolge e ci stimola anche oltre i risultati artistici che pur apprezziamo, per un suo fervore di presenza critica, per una sua continua e talora struggente allusività sia da cercare nella sua ispirazione religiosa: che fu quella irrequieta di un laico, irrisolta, inespressa, indecisa, ma certo autentica sul piano esistenziale”.

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Proprio oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, facciamo i conti con un nuovo racconto inedito di Guido Morselli, Il Grande Incontro, pubblicato da De Piante (in copertina uno splendido ritratto di un francescano e benevolo Pacelli che dialoga con un passerotto, a cura dell’artista Barbara Nahmad) che sublima, in poche pagine, due temi fondamentali di tutta l’opera morselliana: il cristianesimo e il comunismo. Il racconto originale, ambientato nell’anno giubilare 1950 – e probabilmente scritto negli anni 1955-1956, gli stessi della stesura di Fede e critica, mette in scena un grande incontro segreto fra Stalin e Papa Pio XII, personaggi che non vengono mai nominati, ma che sono ben riconoscibili, possibile, ma che, nella Storia, mai ha avuto luogo. L’incontro fra il papa e Stalin, giunto a Roma in incognito, era voluto dal capo dei comunisti per «proporre un patto di reciproco riconoscimento delle sfere d’interessi» e per domandare una «collaborazione amichevole». Una collaborazione che, nell’ottica sovietica, sarebbe passata attraverso la sostituzione del papa con un ex gesuita, Dimitri Ivànovic, il sosia perfetto di Pio XII. E lo stesso ufficiale, sotto il pastrano, la bianca tonaca – che, guarda caso, indossa lo stesso nome di Mendelejev, il chimico russo inventore della tavola periodica degli elementi – avrebbe eseguito un’iniezione indolore al papa. Sullo sfondo appare l’ombra dell’antipapa Felice V – segno della trama diabolica. In questo incontro, papa Pio XII, che invoca invano «il prodigio di una resipiscenza», si mostra intrepido, furente, bellicoso, sull’orlo dell’anatema di dannazione eterna che non scaglia contro Stalin, il quale invece minaccia una terza guerra.

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Più tardi nell’opera morselliana, precisamente nel romanzo Roma senza papa, il Concordato con l’Unione Sovietica, «volgarmente detto concordato del secolo, o bomba bianca» è già stato siglato. Non dal pontefice, ma dalla Segreteria di Stato. La Santa Sede si arrende al «concordato abbastanza strano», dopo le profferte sovietiche. L’oggetto del contendere, nel racconto appena pubblicato come poi nel romanzo Roma senza papa, sono schiere di fedeli. Per guardare il racconto attraverso una prospettiva storica accurata, ho chiesto lumi al biografo del pontefice Pio XII nonché all’esperto di diplomazia vaticana e di Guerra fredda, al professor Matteo Luigi Napolitano che mi ha rivelato, sulla scorta di un verbale inedito di 40 cartelle, che Stalin in effetti chiese udienza al pontefice. A fine febbraio 1953, in piena Guerra Fredda, il Maresciallo Stalin, prima di morire, una settimana dopo, il 5 marzo 1953, avrebbe tentato un riavvicinamento tra la Santa Sede e l’Unione Sovietica. Guido Morselli, dunque, poteva – secondo Napolitano – essere a conoscenza del tentativo diplomatico di incontro tra le due altissime personalità.

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Quali a suo avviso le motivazioni che spinsero Stalin a cercare di ottenere un incontro con il pontefice? Cosa si cela in queste quaranta cartelle (se è lecito porle questa domanda)?

“Di fatto il progetto si materializza all’inizio del 1953, esattamente una settimana prima della morte di Stalin. Ambrogio Donini, storico della Chiesa di formazione marxista, avvicina il padre Martegani, Direttore della Civiltà Cattolica, facendo capire di essere incaricato dai vertici del Cremlino (praticamente da Stalin) di incontrare a Roma qualche rappresentante seppur ufficioso della Santa Sede, per ragionare intorno all’ipotesi dello stabilimento di relazioni diplomatiche tra Vaticano e Mosca; in particolare dell’apertura di un’ambasciata sovietica presso la Santa Sede. Si tenga presente che la questione non è affatto nuova, e anzi risale ai tempi in cui Pacelli Papa era Nunzio apostolico in Germania; essa tuttavia assume particolare interesse a Guerra fredda ormai avviata. La conversazione fra Donini e Martegani si svolse in casa dell’ex ministro della Real Casa Falcone Lucifero, e contiene dettagli molto interessanti. Contrariamente ad alcune letture postume, non sembra fosse il padre Martegani quello più interessato al piano in discussione, quanto proprio il Donini, sulla base di un asserito “mandato sovietico”. Lo storico marxista infatti insistette molto sulla necessità che Chiesa e mondo comunista dessero insieme un segnale che incoraggiasse alla distensione mondiale”.

Come è possibile che Morselli sapesse? Attraverso quali canali, secondo lei, è pensabile che lo scrittore sia venuto a conoscenza di questi tentativi diplomatici sovietici?

“Morselli sapeva perfettamente che tali tentativi diplomatici si erano già dipanati nel primo dopoguerra. Morselli sapeva altresì che la Santa Sede aveva dato semaforo verde alla possibilità che gli Alleati aiutassero l’Unione Sovietica aggredita dalla Germania nel 1941. Sapeva anche che, proprio durante la guerra, si era registrata in Unione Sovietica una certa distensione e apertura verso i diritti dei credenti (ortodossi e cattolici) e nei confronti della libertà di religione. Tutti elementi che potevano in qualche modo indurre Morselli a immaginare come possibile un incontro fra Pio XII e Stalin”.

Leggendo il racconto, per quale motivo Morselli ha messo in scena, sullo sfondo, l’ombra dell’antipapa Felice V?

“Morselli doveva conoscere bene anche l’esperienza del teatro politico di Erwin Piscator. Il colpo di scena descritto con l’apparizione del sosia di Pio XII e dell’ombra dell’antipapa è un elemento drammaturgico di quel teatro. Il suo testo doveva indurre credenti e non credenti a una riflessione politica sul rapporto tra fede e laicità; nel “teatro politico”, dove il testo e la sua rappresentazione devono essere insegnamento di vita, anche la fantasia più sbrigliata può e anzi deve servire allo scopo”.

Nel romanzo Roma senza papa, il Concordato della Santa Sede con l’Unione Sovietica è già stato siglato, non dal Papa, ma dalla Segreteria di Stato. Per quale motivo Morselli ha scelto di dare rilievo alla Segreteria di Stato?

“Semplicemente perché i Concordati vengono progettati dalla Segreteria di Stato (che negozia direttamente con l’altra parte contraente) e poi firmati dal Segretario di Stato o da chi ne fa le veci. È accaduto, per citare i casi più noti, con i Patti Lateranensi del 1929 (che contengono all’interno un Concordato) e col Concordato con il Reich del 1933”.

Torniamo al racconto e a Pio XII che Morselli considera di fatto l’ultimo Papa regnante, “signore nella sostanza e nella forma”, è d’accordo con questa visione morselliana? Crede che risponda al vero? Si nasconde in questo racconto una visione di pontificato militante, fanatico, bellicoso?

“A giudicare dai testi pacelliani scritti durante la Guerra calda e poi in piena Guerra fredda, Pio XII tutto fu fuorché un papa militante, fanatico e bellicoso. Egli, per esempio, non cessò mai di raccomandare ai due blocchi grande prudenza, biasimando in particolare la corsa agli armamenti che contribuiva non poco a far salire la tensione fra le superpotenze e nel mondo. Questo è un dato già accertato, che la prossima apertura delle carte di Pio XII, prevista per il 2 marzo 2020, confermerà senz’ombra di dubbio. Pio XII fu “signore nella sostanza e nella forma”, nel senso che per lui il rispetto delle forme voleva dire rispetto della sostanza. Se si vuole trovare una prova di questo, basti risalire agli anni Trenta, quando da Segretario di Stato l’allora Cardinale Pacelli non faceva che correggere alcuni toni troppo enfatici che il suo successore alla Nunziatura di Berlino, mons. Cesare Orsenigo, adoperava nei discorsi che doveva rivolgere, in qualità di Decano del Corpo Diplomatico, a Hitler e alle autorità naziste. Le bozze di quei discorsi venivano costantemente controllate e corrette, in senso più aderente alla forma e alla sostanza dei rapporti tra Santa Sede e Terzo Reich, proprio dal futuro Pio XII”.

Infine una domanda forse scomoda, ma certo di natura editoriale: non sono riuscita a chiarire il motivo per cui negli anni ’90, e segnatamente nel 1999, l’editore (Dino Azzalin) che diede la luce ai racconti inediti di Morselli, con la Nuova Editrice Magenta e il titolo Una missione fortunata e altri racconti, non abbia pubblicato questo straordinario racconto che, nella iniziale silloge narrativa, era il primo. Potrebbero esserci motivazioni storiche per questa sorta di espunzione o censura?

“Spesso nel panorama intellettuale e pubblicistico italiano, così complesso e anche così litigioso, la vera censura è l’autocensura. Alla base dell’omissione potrebbe tuttavia anche esserci una semplice sottovalutazione di questo testo. Nel 1999 temi del genere non potevano essere affatto oggetto di censura; dato che si era peraltro in una fase di rispettoso dialogo tra il Vaticano e ciò che restava del mondo comunista”.

Linda Terziroli

*Matteo Luigi Napolitano (San Severo, 1962) è Professore Associato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Roma “G. Marconi”. Si occupa di diplomazia vaticana, di guerra fredda e di relazioni euro-atlantiche. È redattore della rivista “La Civiltà Cattolica” per le recensioni di carattere storico e Delegato del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l’International Committee for the History of the Second World War. Fra i suoi numerosi saggi ricordiamo: Mussolini e la Conferenza di Locarno (1996); Pio XII tra guerra e pace (2002); Angelo Giuseppe Roncalli-Giovanni XXIII (2004); Il Papa che salvò gli Ebrei (con Andrea Tornielli, 2004); Diplomazia delle risorse e rapporti euro-atlantici (2004); Pacelli, Roncalli e i Battesimi della Shoah (con Andrea Tornielli, 2005); The European Diplomacy between the two Wars (2008); Il fallimento di una speranza: gli Stati Uniti e il progetto di Comunità Europea di Difesa (2009); “Il tallone di Ike”: Eisenhower e l’America Latina nella guerra fredda (2010); L’Oriente Cristiano visto da Sofia. Roncalli visitatore apostolico tra diplomazia e missione (2011). Per le Edizioni San Paolo ha pubblicato The Vatican Files La diplomazia della Chiesa. Documenti e segreti (2012).

**In copertina: Papa Pio XII, ha retto il trono di Pietro dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958

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