Viaggio nel mondo dei morti – cioè, in quello dei vivi – insieme ad Antonio Moresco. Ovvero: viene prima “Canto di D’Arco” o “L’addio”?

Posted on Ottobre 28, 2019, 11:13 am
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“Gli abitanti della città dei morti credono che il nostro compito sia facile”. Da “Canto di D’Arco”, Antonio Moresco.

Ho letto le prime cento pagine del Canto di D’Arco di Antonio Moresco, per la SEM, pagine 703. Mentre lo leggevo pensavo fossero diverse da quelle che Moresco aveva scritto una prima volta in L’addio, per la Giunti, pagine 274. Più asciugato il suo troppo facile abbandono all’estro ispirato e espiatorio del momento. Allora ho tirato giù L’addio dallo scaffale e ho controllato: per quel che ho controllato, tutto uguale, solo che adesso i capitoli hanno un titolo e non un numero e basta. Non come, per dire, nella nuova traduzione per la BUR di Aldo Busi della Alice nel paese delle meraviglie, traduzione che dal 1988 al 2019 non solo vede l’entrata in scena di un coniglio d’angora, mica bianco e basta, ma un cambio repentino dei segni d’interpunzione: chi cambia la punteggiatura cambia tutto, la punteggiatura stessa, così che il mondo di Carroll possa essere riordinato a soqquadro come si deve. Il sottomondo di Alice nel paese delle meraviglie è un mondo dei morti, in sostanza, molto più interessante del mondo dei vivi, come avviene nella filmografia di Tim Burton. Nella letteratura di Moresco questa consolazione non c’è: il mondo dei morti non può vantarsi di essere nettamente diverso e distinguibile dal mondo dei morti: come potrebbe, se ne è la diretta conseguenza? Come potrebbe, se ne potrebbe essere addirittura l’origine?

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Quello che ho sottolineato nelle prime cento pagine di Canto di D’Arco non l’ho sottolineato affatto in L’addio. Allora cosa è cambiato? Poi ho un altro ricordo: la mia copia de L’addio non è la mia copia, vale a dire: la mia copia l’ho data a Vì e a Kappa che a Firenze andarono alla presentazione del libro di Moresco, gli consegnarono un mio biglietto brevi manu, e Vì e Kappa da Moresco si fecero autografare il libro, con dedica a me, e quando poi io e Vì e Kappa ci siamo rivisti loro mi hanno dato la loro copia, con l’autografo di Moresco, e io a loro la mia, con le mie sottolineature e con sull’ultima pagina la data di lettura, perché a conclusione di un libro io segno la data, come su una lapide. Non mi è difficile risalire alla data di lettura, comunque: L’addio fu pubblicato il 16 marzo; probabile che entro il 20 marzo lo avessi letto. Io Antonio Moresco lo leggo subito. Cos’è successo allora tra il marzo del 2016 e l’ottobre del 2019 se ora trovo molto più asciutto quello che allora non mi sembrava fosse abbastanza asciutto? Il libro non si è smosso, allora devo essermi mosso io, sentendomi più vicino alla faglia che divide o che non divide affatto la città dei vivi e la città dei morti. Moresco ci è arrivato prima, come la vita, che viene prima della morte, o come la morte, che viene prima della vita. La scrittura in Canto di D’arco (come prima, in L’addio, ma chi viene prima: L’addio, che viene prima, o Canto di D’Arco, che viene dopo?) rinuncia a qualsiasi impegno che vada oltre la proposizione semplicissima, usa il tormentone lessicale (sbudellato è l’aggettivo principe, e si riferisce alle cose: divani, bidoni, scatoloni, eccetera) e ricorre a ipnotici paragrafi brevi che ritornano con leggere variazioni ogni volta.

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La normalizzazione del testo è lo sfondo voluto dell’azione in scena: uno sbirro morto con gli occhi bianchi che fa fatica a distinguere la città dei vivi dalla città dei morti e che torna tra i vivi per mettersi a caccia della rete di criminali assassini che sta provocando una migrazione forzata di bambini dalla città dei vivi alla città dei morti. Il libro è crivellato (altro tormentone) da domandine semplici semplici: qual è l’origine del male? Da dove arriva l’amore? Perché i bambini morti cantano? Domande che tre anni fa mi sembravano fin troppo banali e che ora mi scottano, per quanto le sento urgenti, importanti. Moresco si è lanciato in un volo determinato come una caduta libera, viaggia assieme al suo stormo di parole in migrazione costante, e per chi non riesce a stargli alle calcagna è più facile cachinnargli dietro, intanto Moresco continua a correre e chi cachinna si piega sulle ginocchia per il fiatone, con la vista offuscata per lo sforzo, incerto sul dove si trova, se nella città dei vivi dove i vivi sembrano tutti morti o se nella città dei morti dove i morti tutto sommato sono come dei vivi qualunque.

Antonio Coda